JMJ Lisbona 2023 – Papa Francesco ha incontrato i giovani universitari: “L’essere incompleti caratterizza la nostra condizione di cercatori e pellegrini”

LISBONA – Nella seconda giornata della JMJ Lisbona 2023 Papa Francesco ha incontrato i giovani universitari presso la “Universidade Católica Portuguesa” di Lisbona.

“Grazie, signora Rettore, per le sue parole. Lei ha detto che ci sentiamo tutti “pellegrini”, una parola sul cui significato vale la pena riflettere. Letteralmente, significa lasciare da parte la solita routine e mettersi in viaggio con uno scopo, che può essere una passeggiata in campagna o uscire dai confini abituali; in ogni caso, lasciare lo spazio della comodità personale verso un orizzonte di senso”, ha esordito Papa Francesco. “Nell’immagine del “pellegrino” si rispecchia la condizione umana, perché tutti siamo chiamati a confrontarci con grandi domande a cui non basta una risposta semplicistica o immediata, ma che ci invitano a intraprendere un viaggio, a superare noi stessi andando oltre. È un processo che uno studente universitario comprende bene, perché è così che nasce la scienza. E allo stesso modo cresce la ricerca spirituale. Diffidiamo delle formule prefabbricate, delle risposte che sembrano a portata di mano, tirate fuori dalle maniche come una carta da gioco stantia; diffidiamo delle proposte che sembrano dare tutto senza chiedere nulla. Nella parabola di Gesù vediamo che solo chi la cerca con saggezza e iniziativa, chi dà tutto e rischia tutto quello che ha per possederla, troverà la perla di grande valore (cfr. Mt 13,45-46). Cercare e rischiare: questi sono i verbi dei pellegrini.

Fernando Pessoa dice, in modo tormentato ma corretto, che “essere scontenti è essere uomini” (Mensagem, Il quinto impero). Non dobbiamo avere paura di sentirci inquieti, di pensare che tutto ciò che possiamo fare è una cosa buona.

In questo senso, e nella giusta misura, essere scontenti è un buon antidoto alla presunzione di autosufficienza e al narcisismo. L’essere incompleti caratterizza la nostra condizione di cercatori e pellegrini, perché, come dice Gesù, siamo nel mondo ma non del mondo (cfr. Gv 17,16). Siamo chiamati a qualcosa di più, a un decollo senza il quale non c’è volo.

Circa 7000 giovani hanno ascoltato il discorso di Papa Francesco.
Non allarmiamoci dunque se ci scopriamo intimamente assetati, inquieti, incompleti, desiderosi di senso e di futuro, desiderosi di futuro. Non siamo malati, ma semplicemente vivi! Preoccupiamoci invece quando siamo pronti a sostituire la strada che dobbiamo percorrere con qualsiasi stazione di servizio che ci dia l’illusione del comfort; quando sostituiamo i volti con gli schermi, il reale con il virtuale; quando, invece di domande laceranti, preferiamo risposte facili che anestetizzano.

Amici, lasciate che vi dica: cercate e rischiate. In questo momento storico, le sfide sono enormi e i gemiti dolorosi, ma corriamo il rischio di pensare che non siamo in agonia, ma in travaglio; non alla fine, ma all’inizio di un grande spettacolo. Siate dunque protagonisti di una “nuova coreografia” che metta al centro la persona umana, siate coreografi della danza della vita. Mi hanno ispirato le parole del Rettore, soprattutto quando ha detto che “l’università non esiste per conservarsi come istituzione, ma per rispondere con coraggio alle sfide del presente e del futuro”.  L’autoconservazione è una tentazione, un riflesso condizionato dalla paura, che ci fa guardare all’esistenza in modo distorto. Se i semi fossero autoconservativi, sprecherebbero completamente il loro potere generativo e ci condannerebbero alla carestia; se gli inverni fossero autoconservativi, non ci sarebbe la meraviglia della primavera. Abbiate dunque il coraggio di sostituire le paure con i sogni: non gestori di paure, ma imprenditori di sogni!

Per l’università che si è impegnata a formare le nuove generazioni, sarebbe uno spreco pensarla solo per perpetuare l’attuale sistema elitario e diseguale del mondo con un’istruzione superiore che rimane un privilegio di pochi. Se la conoscenza non viene accolta come una responsabilità, diventa sterile. Se coloro che hanno ricevuto un’istruzione superiore – che oggi, in Portogallo e nel mondo, rimane un privilegio – non si sforzano di restituire ciò di cui hanno beneficiato, significa che non hanno compreso a fondo ciò che è stato loro offerto. Nella Genesi, le prime domande che Dio pone all’uomo sono: “Dove sei?” (3:9) e “Dov’è tuo fratello?” (4:9). Poniamoci la domanda: dove sono? Rimango chiuso nel mio mondo o accetto il rischio di lasciare le mie sicurezze per diventare un cristiano praticante, un artigiano della giustizia?

E chiediamoci anche: dov’è il mio fratello? Esperienze di servizio fraterno come la “Missione Paese” e molte altre, che nascono nell’ambiente accademico, dovrebbero essere considerate indispensabili per chi passa da un’università. Infatti, il titolo di studio non dovrebbe essere visto solo come una licenza per costruire il benessere personale, ma come un mandato per dedicarsi a una società più giusta e inclusiva, cioè più avanzata. Mi dicono che la vostra grande poetessa Sophia de Mello Breyner Andresen, in un’intervista che è una sorta di testamento, alla domanda “cosa vorresti vedere realizzato in Portogallo in questo nuovo secolo?”, rispose senza esitazione: “Vorrei vedere realizzata la giustizia sociale, la riduzione delle differenze tra ricchi e poveri” (“Intervista di Joaci Oliveira”, Cidade Nova, n. 3/2001). Rivolgo ora la stessa domanda a voi, cari studenti, pellegrini del sapere: Cosa volete vedere realizzato in Portogallo e nel mondo? Quali cambiamenti, quali trasformazioni? E come può l’università, soprattutto quella cattolica, contribuire a questo?

Beatriz, Mahoor, Mariana e Tomás, grazie per le vostre testimonianze. In tutte c’era un tono di speranza, una carica di entusiasmo realistico, senza lamentele o fughe idealistiche. Volete essere “protagonisti del cambiamento”, come ha detto Mariana. Ascoltandovi, ho pensato a una frase della scrittrice Almada Negreiros, che forse vi è familiare: “Sognavo un Paese in cui tutti diventassero maestri” (A Invenção do Dia Claro).

Questo anziano che vi parla sogna anche che la vostra generazione diventi una generazione di insegnanti: insegnanti di umanità, insegnanti di compassione, insegnanti di nuove opportunità per il pianeta e i suoi abitanti, insegnanti di speranza.

Come alcuni di voi hanno sottolineato, dobbiamo riconoscere la drammatica urgenza di prenderci cura della nostra casa comune. Tuttavia, ciò non può avvenire senza una conversione del cuore e un cambiamento della visione antropologica alla base dell’economia e della politica. Non possiamo accontentarci di semplici misure di ripiego o di compromessi timidi e ambigui. In questo caso, “le mezze misure sono solo un piccolo rinvio del crollo” (Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, 194). Si tratta invece di prendere a cuore ciò che purtroppo continua a essere rimandato: la necessità di ridefinire ciò che chiamiamo progresso ed evoluzione. In nome del progresso, infatti, sono già avvenute troppe regressioni. Voi siete la generazione che può raccogliere questa sfida: avete gli strumenti scientifici e tecnologici più avanzati, ma vi prego di non cadere preda di visioni parziali. Non dimenticate che abbiamo bisogno di un’ecologia integrale, di ascoltare la sofferenza del pianeta insieme a quella dei poveri; dobbiamo affiancare il dramma della desertificazione a quello dei rifugiati; la questione delle migrazioni a quella del calo delle nascite; dobbiamo affrontare la dimensione materiale della vita nel quadro di una dimensione spirituale. Non vogliamo polarizzazioni, ma una visione d’insieme.

Grazie, Thomas, per averci detto che “nessuna vera ecologia integrale è possibile senza Dio, che non ci può essere futuro in un mondo senza Dio”. Anch’io vorrei dirle: renda credibile la fede attraverso le sue scelte. Perché se la fede non genera stili di vita convincenti, non lievita la pasta del mondo. Non basta che un cristiano sia convinto, deve essere convincente; le nostre azioni sono chiamate a riflettere la bellezza gioiosa e al tempo stesso radicale del Vangelo. Inoltre, il cristianesimo non può essere abitato come una fortezza circondata da mura, erigendo baluardi contro il mondo. Per questo ho trovato toccante la testimonianza di Beatrice, quando ha detto che è proprio “dal campo della cultura” che si sente chiamata a vivere le Beatitudini. In ogni epoca, uno dei compiti più importanti per i cristiani è recuperare il significato dell’incarnazione. Senza l’incarnazione, il cristianesimo diventa ideologia; è l’incarnazione che ci permette di stupirci della bellezza che Cristo rivela attraverso ogni fratello e sorella, ogni uomo e donna.

È interessante, tra l’altro, che nella vostra nuova cattedra dedicata all'”Economia di Francesco” abbiate aggiunto la figura di Chiara. In effetti, il contributo delle donne è indispensabile. Infatti, nella Bibbia vediamo come l’economia familiare sia in gran parte nelle mani della donna. È lei la vera “dominatrice” della casa, con una saggezza che non mira esclusivamente al profitto, ma alla cura, alla convivenza, al benessere fisico e spirituale di tutti, oltre che alla parità della famiglia.

Avvicinarsi agli studi economici da questa prospettiva è entusiasmante, con l’obiettivo di restituire all’economia la sua giusta dignità, affinché non cada preda del mercato selvaggio e della speculazione.

L’iniziativa del Patto educativo globale e i sette principi della sua architettura includono molti di questi temi, dalla cura della nostra casa comune alla piena partecipazione delle donne, alla necessità di trovare nuovi modi di intendere l’economia, la politica, la crescita e il progresso. Vi invito a studiare il Global Education Compact e ad innamorarvene. Uno dei punti che affronta è l’educazione all’accoglienza e all’inclusione. Non possiamo fingere di non aver sentito le parole di Gesù nel capitolo 25 di Matteo: “Ero straniero e mi avete accolto” (25:35). Mi ha commosso la testimonianza di Mahoor, quando ha ricordato cosa significa vivere con la “costante sensazione di assenza da casa, famiglia, amici, (…) di essere senza casa, senza università, senza soldi, (…) stanca, esausta e sopraffatta dal dolore e dalla perdita”. Ci ha detto che ha ritrovato la speranza perché qualcuno ha creduto nell’impatto trasformativo della cultura dell’incontro. Ogni volta che qualcuno pratica un gesto di ospitalità, si innesca una trasformazione.

Amici, sono felice di vedervi una comunità educativa viva, aperta alla realtà, con il Vangelo che non funge solo da ornamento, ma anima le parti e il tutto. So che il vostro cammino abbraccia vari ambiti: lo studio, l’amicizia, il servizio sociale, la responsabilità civile, il bisogno di essere parte della comunità.

espressioni artistiche… Essere un’università cattolica significa innanzitutto che ogni elemento è in relazione con il tutto e il tutto si riflette nelle parti. Così, oltre ad acquisire competenze scientifiche, si matura come persona, nel conoscere se stessi e nel discernere il proprio cammino. Avanti così! Una tradizione medievale racconta che quando i pellegrini si incrociavano sul Cammino di Santiago, uno salutava l’altro esclamando “Ultreia” e l’altro rispondeva “et Suseia”. Sono espressioni di incoraggiamento a continuare la ricerca e il rischio del viaggio, dicendo a se stessi: “Vai più lontano e più in alto!” “Coraggio, forza, vai avanti!”. Questo è ciò che anch’io vi auguro, con tutto il cuore”.

Photo: ©️ Antonio Vale / JMJ Lisboa 2023

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