Intervista con Giorgia Würth: “Scegliere di essere felici presuppone un grandissimo coraggio”

“Sabrina ha un equilibrio sottilissimo, cerca sempre di fare meglio ma è una pasticciona e ne è consapevole, infatti si definisce un distributore automatico di guai, al contempo però è anche capace di annullarsi per gli altri”. Giorgia Würth è tra i protagonisti di “Eppure cadiamo felici”, la nuova serie prodotta da Publispei, in collaborazione con Rai Fiction, liberamente ispirata al romanzo di Enrico Galiano, con la regia di Matteo Oleotto, disponibile su RaiPlay dal 6 ottobre.

La poliedrica attrice, conduttrice, scrittrice, mamma di due splendidi gemelli, Leila e Lucas, nella serie dà il volto a Sabrina, una donna bellissima, spigliata, capace di attirare gli uomini come miele, che da quando ha lasciato il padre di sua figlia Gioia (Gaja Masciale) non sembra riuscire a stare nello stesso posto per tanto tempo. Questa volta ha deciso di trasferirsi a Gorizia, a casa di sua madre Claudia (Paola Sambo), che non vede da anni. Sarà l’occasione per fare i conti con il proprio passato e con un nuovo presente.

Giorgia Würth in questa intervista, con la consueta disponibilità, ci ha parlato della serie “Eppure cadiamo felici” ma anche della sua idea di felicità, dei prossimi progetti, del documentario su Sandra Milo “Salvatrice” e del nuovo libro “Mamme single per scelta: Donne che all’attesa del principe azzurro preferiscono la scienza”.

Publispei Eppure cadiamo Felici Giorgia Wurth e Gaja Masciale di DSCF4028

Giorgia Würth con Gaja Masciale in “Eppure cadiamo felici” – credit foto ufficio stampa

Giorgia, nella serie “Eppure cadiamo felici” interpreta Sabrina, un personaggio solare, particolare, ricco di sfumature. Cosa può raccontarci a riguardo?

“E’ una serie molto colorata, dentro e fuori, e Sabrina ha una grande varietà di sfumature. E’ una mamma ma è come se i ruoli fossero ribaltati nel senso che è più matura la figlia Gioia rispetto a lei che ancora non ha pensato a crescere. Vive alla giornata, fa quello che sente ed è in costante fuga. Capiremo in un secondo momento da chi sta scappando e chi sta cercando di proteggere perchè Sabrina è folle ma in realtà è buona ed è capace di annullarsi per gli altri. Ha portato la figlia in varie città finché è tornata a Gorizia, dove è nata e da dove è fuggita, presentandosi dalla madre, con cui non ha contatti da più di venti anni, perché non ha altra scelta. Dopo poco tempo vorrebbe andarsene anche da lì ma Gioia la convince a restare in quanto finalmente si sente a casa. Sabrina decide così di fare i conti con il passato, oltre che con il nuovo presente”.

Claudia, Sabrina e Gioia, tre donne molto diverse, tre generazioni che si confrontano…

“E’ interessante questa storia al femminile di tre generazioni. La nonna Claudia (Paola Sambo) è molto rock, è la più moderna di tutti, è una donna che ne ha passate tante e non è certo felice di vedersi piombare a casa la figlia che non vede da anni e la nipote che non ha mai conosciuto. Hanno tre caratteri diversi, al limite dell’incompatibile, ma nel momento del bisogno ci sono le une per le altre. E’ bella l’evoluzione di questi rapporti che sono di sangue e poi diventano di scelta”.

“Metti un numero sufficiente di chilometri tra te e il problema”, questo è il metodo Sabrina per uscire dalle situazioni difficili. Le è mai capitato di utilizzarlo nella sua vita?

“Mi è capitato in passato ma ora affronto le situazioni. Mentre prima cercavo magari di omettere qualcosa adesso metto tutto sul piatto, in primis il peggio, in modo che la persona con cui ho a che fare sappia cosa la aspetta. E’ quello che provo a insegnare anche ai miei figli, si sbaglia, si disobbedisce, ed è normale perché siamo tutti umani, ma su una cosa non transigo: la verità, da parte mia e loro. Se commettono un errore devono avere il coraggio di dirmelo in modo che possiamo parlarne e trovare una soluzione. Le bugie infatti sono un doppio tradimento. Cerco anche di non nascondermi nei momenti di dolore, di rabbia, sono sempre sincera con loro, nel bene e nel male”.

Nella costruzione del personaggio è partita dal libro di Enrico Galiano?

“Ho letto il libro prima di iniziare le riprese ma la serie è un po’ diversa, soprattutto il personaggio di Sabrina è più colorato rispetto ai toni un po’ cupi del romanzo, ed è stata scelta una linea di tenerezza e complicità, pur mantenendo il conflitto e lo scontro. Sabrina è dinoccolata, instabile, ha un equilibrio sottilissimo, è consapevole del fatto che sia una combinaguai, cerca sempre di fare meglio ma è una pasticciona e lo ammette, dice che è un disastro, un distributore automatico di guai. Non si può non amarla anche per questo”.

Paola Sambo_Giorgia Wurth DSCF9971

Giorgia Würth con Claudia Sambo in “Eppure cadiamo felici” – credit foto ufficio stampa

Sabrina torna nella sua città, Gorizia, dopo tanti anni. Quanto sono importanti per lei le origini?

“Da questo punto di vista ho fatto lo stesso percorso di Sabrina perchè sono tornata a vivere in Liguria, da dove sono partita e dove non credevo di ritornare, se non da pensionata (sorride). Invece quando ho avuto i bambini ho pensato al privilegio di essere cresciuta al mare e mi sarebbe dispiaciuto non poter regalare loro la stessa possibilità e privarli della vicinanza dei nonni. Soprattutto durante il primo lockdown è stato importante essere vicini alla natura e avere un’ottima qualità di vita. All’inizio è stato devastante perchè ho lasciato prima Milano e poi Roma, dove avevo gli amici, la mia casa, la dimensione culturale di teatro e cinema che in Liguria invece devi andare a cercare, devi spostarti, ma adesso non potrei vivere lontano dal mare. Sono felice di tornare a Roma o in altre città per lavoro, ma poi so che casa è qui, dove mi rigenero, dove c’è la mia famiglia. E anche la focaccia che adoro (ride). Se ho un problema parlo con il mare, lo respiro e vedo tutto da un altro punto di vista, che è quello dell’orizzonte”.

Qual è la sua idea di felicità?

“La mia idea di felicità è un momento e non uno stato. Credo di aver maturato la consapevolezza che sia comunque una scelta intercettare questi istanti ed è la cosa più complicata del mondo. Spesso la felicità come l’amore è terrorizzante, non viene vissuta per paura che finisca. Scegliere di essere felici presuppone un grandissimo coraggio, quello di perdere tutto e tornare in un limbo abbastanza devastante, ma penso che ogni cosa abbia senso perchè c’è il suo opposto. La felicità è qualcosa che dobbiamo perdere per poi ritrovarla e capire cos’è, perchè se esistesse soltanto quella non la apprezzeremmo. Per definizione abbiamo una fine, come lo yogurt anche noi abbiamo una scadenza, che è una cosa tragica ma è anche ciò che dà valore ad ogni cosa”.

E’ disponibile su RaiPlay “Salvatrice – Sandra Milo si racconta”, il documentario da lei realizzato su Sandra Milo. Lavorare con una delle leggende del cinema italiano e raccontarne aspetti inediti che esperienza è stata?

“Nel mio percorso artistico e di vita è stato un passo fondamentale tanto che ora sto preparando il primo lungometraggio di finzione da regista. Abbiamo fatto una tournée a teatro insieme, ho scoperto una Sandra nascosta, celata ai media e ho pensato che questo materiale fosse troppo prezioso per non essere condiviso. Questo documentario è nato anche dall’esigenza di continuare a stare insieme a lei una volta finita la tournée. Nel film Sandra dice che gli uomini che potevano raccontarci l’epoca d’oro del cinema non ci sono più e che erano rimaste solo lei e Lina Wertmuller, che è poi purtroppo scomparsa nel 2021. Sandra ha un lato pop, così comunicativo perchè i suoi racconti non sono mai malinconici. Lei guarda al futuro, si gode il presente e ha uno sguardo molto lucido sul nostro passato”.

345593774_934121217850403_4896985811384063530_n

A quali progetti sta lavorando oltre al lungometraggio di cui ci ha parlato poco fa?

“Sto girando il film “Altrove” di Vittorio Rifranti e poi è uscito da poco il mio ultimo libro che si trova solo su Amazon e che ho autopubblicato, si chiama “Mamme single per scelta: Donne che all’attesa del principe azzurro preferiscono la scienza“. E’ un reportage di storie vere, di testimonianze di donne che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita per avere un figlio pur non avendo un compagno. C’era bisogno, più che mai in questo momento storico, con questo governo, di parlare di un argomento che non era mai stato approfondito”.

E’ interessante il lavoro di indagine che ha fatto parlando con queste donne che hanno storie diverse, ma anche il fatto che ci sia questo contrasto tra le possibilità date dalla scienza e una società come quella italiana ancora retrograda su certi argomenti… 

“Addirittura si fanno leggi assurde per togliere il cognome a un bambino già registrato prendendosela quindi con la parte più debole e innocente. La famiglia tradizionale è bellissima per certi aspetti ma può anche traumatizzarti. E’ famiglia dove c’è amore”.

Ha indubbiamente avuto coraggio nell’affrontare attraverso il suo libro una tematica attuale, importante e spinosa come questa…

“Cerco sempre nei libri di affrontare dei tabù, non voglio scappare, non ho problemi a dire che provo schifo verso chi si permette di fare certe leggi. Io sono portavoce delle storie di queste donne, poi non dirò mai fate un figlio da sole perchè l’uomo è inutile. Per un bambino avere una mamma e un papà, due mamme, due papà, due punti di riferimento è sicuramente meglio di uno solo, ma non sono neanche d’accordo con chi accusa queste donne di grande egoismo. Secondo me chi sceglie di mettere al mondo un figlio, indipendentemente da come e con chi, è egoista, perché non lo facciamo per risolvere il problema del decremento demografico o per pagare le pensioni agli anziani, è invece una spinta emotiva autoreferenziale. Ogni caso poi è a sè. La dottoressa Daniela De Cesario, esperta in psicologia della riproduzione, infertilità e pma, che chiude il mio libro con una relazione preziosissima spiega che la famiglia tradizionale non è sinonimo di figli felici e dagli studi fatti finora non risulta che siano più risolti di quelli nati da una madre single, da coppie omosessuali o che siano stati cresciuti dai nonni o da altre persone. L’amore, la cura, la capacità anche di saper lasciare andare, perchè la persona ha la sua vita, fanno la differenza”.

di Francesca Monti

credit foto profilo Facebook Giorgia Würth

Si ringrazia Tatum Bartoli

Rispondi