“Nonostante tutti i giorni mi occupi di cronaca sono una persona creativa, mi piace la fantasia applicata alla realtà, perchè determina una condizione di gioia e una dimensione di distrazione”. Da undici stagioni con grande empatia, sensibilità e professionalità Eleonora Daniele conduce dal lunedì al venerdì alle 9,50 su Rai 1 “Storie Italiane”, programma di grande successo in cui affronta importanti temi sociali quali la violenza sulle donne, i mancati diritti dei disabili, le violazioni in materia di tutela dell’infanzia.
L’apprezzata giornalista e conduttrice ha però anche un’anima molto fantasiosa, infatti ha pubblicato un bellissimo libro di favole natalizie dal titolo “Il pigiama a pois”, edito da San Paolo Edizioni, con le illustrazioni di Ma Pe e dedicato a sua figlia Carlotta. Lo stesso nome della protagonista che a Natale corre ad aprire i suoi doni, tra i quali trova un pigiama, caldo e soffice, dove in ogni pois c’è un’immagine natalizia. Quella sera, mentre in cielo c’è la luna piena, Carlotta va a dormire avvolta in quel meraviglioso pigiamino che la incuriosisce molto. Qualcosa di straordinario sta per accadere: tante storie, nuovi amici, altri luoghi renderanno il Natale magico.

Eleonora, ha pubblicato il libro di favole natalizie “Il pigiama a pois”, com’è nata questa idea?
“E’ nata anche grazie al Moige e a San Paolo Edizioni che mi hanno proposto di scrivere un libro di favole. Carlotta ha tre anni e mezzo e questo sarà il suo primo vero Natale, anche se è stata sempre una bambina abbastanza precoce. Ho scelto delle favole natalizie perchè a volte ho difficoltà a raccontare quelle tradizionali a mia figlia in quanto ad esempio ha paura di Cappuccetto Rosso. Noi siamo nate e cresciute con quelle storie, in cui c’è un antagonista, ma avevo bisogno di un racconto diverso, anche forse più paritario. Le favole di Biancaneve e Cappuccetto Rosso secondo me oggi sono un po’ superate, nel senso che le protagoniste vengono sempre salvate dai maschi, dal principe azzurro, dal cacciatore, ma le donne si possono salvare anche da sole”.
La particolarità di questo pigiama è che in ogni pois c’è un’immagine natalizia…
“E’ un mio pensiero, una mia idea perché Carlotta ha un pigiama a pois. Nonostante tutti i giorni mi occupi di cronaca ho una parte molto fantasiosa, sono una persona creativa, mi nutro di film fantasy, di thriller fantascientifici e non vedo quasi mai pellicole romantiche o d’amore. Mi piace la fantasia applicata alla realtà, perchè determina una condizione di gioia e una dimensione di distrazione. Per cui i pois di questo pigiama ricordano la luna piena, poichè quest’ultima ha costituito un elemento di racconto tra me e mia mamma. Sono sempre stata la più notturna della famiglia ed ero anche la più piccola come età tra i fratelli, così la sera diventava l’unico momento in cui potevo stare sola con mamma, che non doveva più lavorare, cucinare, stare dietro alla casa, ai figli. Guardavamo la luna e lei mi raccontava a suo modo le favole, mi parlava della sua giornata che era stata dura e faticosa. Mia madre ha questa carnagione bianca, chiara, non ha mai preso il sole in vita sua perchè si scotta, come mio fratello, mentre io somiglio più a papà, allora d’estate prendeva la tintarella di luna. Così mi è venuto in mente che questo pigiama poteva essere una sorta di continuum simbolico di questo legame speciale con mia mamma nel rapporto tra me e mia figlia e che davanti alla luna si potessero raccontare delle storie. Improvvisamente il pigiama di Carlotta si è illuminato di favole natalizie che fondamentalmente sono un po’ più nostre, raccontano di noi, delle tradizioni, del Natale che rappresenta un momento magico per i bambini che vedono realizzarsi i loro desideri, ma anche per gli adulti, che vivono una forma di dolcezza, di raccoglimento famigliare. In questo periodo storico in cui l’infanzia in tutto il mondo è devastata da guerre e altri drammi, era importante per me riportare al centro l’idea della favola attraverso il libro”.
Quale potere possono avere oggi le favole in una realtà complessa come quella che viviamo?
“Recentemente a Storie Italiane nell’ambito della Maratona televisiva della Fondazione Telethon abbiamo raccontato le storie di alcuni bambini con malattie genetiche rare e i loro genitori nonostante tutto riescono ad affrontare la vita con forza e coraggio, a sorridere. Credere nelle favole oggi non è più una scelta ma un’esigenza e a volte diventa anche una necessità”.

A “Storie Italiane” e a “Storie di sera” affronta tante tematiche importanti, attuali e delicate, come si approccia a queste vicende?
“Con grande professionalità e attenzione. Sono tutte storie diverse ma che hanno un unico comune denominatore che è una sorta di elaborazione della sofferenza, in cui il senso di spiritualità trova un suo approdo, un porto sicuro, dove si cresce e ci si unisce. Un’altra parola fondamentale per me è condivisione. Sento l’esigenza di costruire intorno a queste storie anche un racconto sociale di intervento affinché non siano solo fini a se stesse o all’ascolto in termini di share ma che abbiano una sorta di continuum in cui prevalga il senso della comunità, non la specificità della storia in quanto emergenza. E’ il leitmotiv per creare e costruire un programma come Storie Italiane”.
Tra le storie raccontate qual è quella che più le è rimasta nel cuore?
“Purtroppo sono le storie di pedofilia perchè non riesco a capire come si possa fare del male ai bambini, come in Italia ci possa essere ancora un grosso tabù nel parlare di questi argomenti, come sia possibile che dei bimbi vengano abusati per anni dai genitori, dai parenti e che queste storie rimangano nell’ombra. Mi chiedo anche come mai la pedofilia oggi sia punita con pene secondo me poco severe e alcuni ambienti vengano ancora protetti da determinate situazioni. Le storie che mi sfasciano, che mi trafiggono il cuore sono queste perchè c’è un senso anche di lotta, di battaglia per le nuove generazioni. Ritorna quindi l’idea delle favole, poiché i bambini devono avere il diritto al gioco, all’infanzia, alla felicità. Se un bimbo o una bimba è felice sarà un uomo o una donna felice e in grado di fare comunità, altrimenti la società sarà divisa, amara. E non possiamo permettere che questo accada. Dobbiamo dare ai nostri figli un futuro importante attraverso un presente sereno”.

E’ stata anche la voce narrante della nuova stagione di “Dottori in corsia” rapportandosi con la sofferenza di tante famiglie e con il difficile lavoro fatto dai medici…
“Dottori in corsia è un programma dove la struttura narrativa segue queste storie in maniera eccellente e con infinita umanità, quindi con umiltà mi metto a lato a raccontare come voce narrante un lavoro che è già stato fatto ed è un grande arricchimento. Ho la possibilità di venire a contatto con questi genitori che sono un dono per chi li ascolta, per chi li vive, sono delle grandi risorse, degli esempi in tutti i sensi, pratico, umano, avendo la capacità di trasformare realtà disperate, tristi in realtà possibili per amore. E’ un regalo per me essere a fianco di questa eccellenza italiana”.
Nel suo precedente libro “Quando ti guardo negli occhi: storia di Luigi, mio fratello” ha dato voce a chi ogni giorno si trova a lottare in un mondo che ancora fatica a comprendere e ad accogliere la diversità. Come si spiega il fatto che siano ancora presenti questi pregiudizi, queste barriere mentali e culturali?
“Deriva dalla massificazione, un fenomeno di cui siamo stati tutti vittime negli anni Settanta-Ottanta e che ha portato ad una mancanza di identità e a denucleare le famiglie che sono state divise perchè ogni elemento è ad uso e consumo del mercato. In questo processo dove ognuno di noi è un oggetto di vendita, ciò che è diverso non viene accettato dal sistema e quindi nemmeno dai singoli soggetti che sono vittime loro stessi senza saperlo della mancanza di libertà”.
Cosa si potrebbe fare per invertire questo trend?
“Dovremmo riflettere tutti sul fatto ad esempio che da anni permettiamo che ci siano guerre in Siria, in Palestina, in Ucraina per questioni legate alla gestione del potere e del denaro. Non è più il singolo cittadino che può cambiare il mondo ma sono i governi che devono intervenire concretamente. Noi siamo vittime di un enorme sistema, di una bolla dove la libertà di fatto non esiste. Non ce ne rendiamo conto ma non siamo degli esseri liberi”.
Tornando al suo libro “Il pigiama a pois” quali sono i suoi ricordi legati al Natale?
“Ho dei ricordi bellissimi legati al Natale, in cui ero davvero felice. Essendo la più piccola della famiglia ho sempre avuto molte attenzioni da parte dei miei genitori ed ero anche la più coccolata, forse per una questione di età anagrafica (sorride)”.

Qual è invece la sua favola preferita?
“Ce ne sono tantissime, da bambina ascoltavo con il mangiadischi una dopo l’altra le fiabe di “A mille ce n’è…”. A volte però bisognerebbe creare dei finali diversi, magari uno in cui la principessa salva un uomo e lo fa diventare principe. La mia favola preferita forse è quella che ancora non è stata scritta”.
Qual è il valore più importante che vorrebbe trasmettere a Carlotta?
“Qualche giorno fa mia figlia ha sorpreso mio marito, in quanto le ha chiesto “che bambina sei?” e lei ha risposto: “Carlotta è coraggiosa e libera”. Sono le mie parole, quello che vorrei che lei fosse, non so se le abbia ripetute avendole ascoltate, ma è impressionante sentirle dire da una bimba di tre anni e mezzo (sorride). Se immagino un lavoro per mia figlia penso agli astronauti perchè proietto i bambini di oggi nel futuro. Vorrei che fossero liberi e padroni del loro spazio e che soprattutto le donne siano libere di muoversi. La libertà è importante, è un concetto sociale attorno a cui ruota tutto, anche la vita delle persone e come racconta Livingston ne Il Gabbiano non significa muoversi nell’individualità ma insieme, nella comunità”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Gina Cilia
