Dall’11 gennaio all’11 febbraio Claudio Longhi e Lino Guanciale portano in scena al Teatro Grassi di Milano, in prima assoluta, “Ho paura torero”: “E’ un testo che affronta temi strettamente attuali”

Dall’11 gennaio all’11 febbraio Claudio Longhi e Lino Guanciale portano in scena al Teatro Grassi di Milano, in prima assoluta, “Ho paura torero”, struggente e visionario capolavoro di Pedro Lemebel, scrittore e artista di culto in Cile, nella trasposizione teatrale di Alejandro Tantanian.

Murale rutilante di storie incrociate, doloroso e appassionato percorso di formazione che intreccia una doppia educazione, sentimentale e politica, lo spettacolo è una nuova produzione del Piccolo Teatro di Milano e vede in scena, accanto a Lino Guanciale, nei panni della Fata dell’angolo, a Francesco Centorame in quelli di Carlos, a Mario Pirrello (il Generale Augusto Pinochet) e ad Arianna Scommegna (Doña Lucia, sua moglie), Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Giulia Trivero.

La Santiago del Cile del 1986 è evocata dalle scene di Guia Buzzi, dai costumi di Gianluca Sbicca, dalle luci di Max Mugnai e dai video di Riccardo Frati.

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credit foto FM

“Come Piccolo Teatro teniamo molto alla qualifica di teatro d’Europa ed è bello aprire il 2024 con uno spettacolo tratto da un best seller che racconta una storia di forti contrapposizioni ma che ha anche tanti toni delicati, è un’intrecciarsi di bianchi e neri e di pastelli più delicati”, ha esordito in conferenza stampa Piergaetano Marchetti, Presidente del Piccolo Teatro.

Il regista Claudio Longhi ha raccontato la genesi di “Ho paura torero”: “Con Lino avevamo iniziato a riflettere su un’ipotesi drammaturgica da presentare e c’erano stati ragionamenti che avevano portato anche a scelte distanti da questa. Poi circa un anno e mezzo fa Lino mi ha suggerito di leggere il romanzo “Ho paura torero” che gli era stato regalato da sua moglie essendo appassionato di letteratura sudamericana contemporanea e anch’io ne sono rimasto folgorato. Questo libro mi ha colpito per due motivi: il primo è il fascino della lingua utilizzata da questo scrittore, un concentrato di oralità dirompente e inventistica straordinaria, essendo Lemebel un artista a tutto tondo che nasce e frequenta attivamente la pratica della performance nella cultura cilena, ed è anche un cronista ed esercita quindi la voce come atto creativo e di incisione sulla realtà. Inoltre ho amato la sua capacità di intrecciare due piani, privato e pubblico, soggettivo e politico. Ho paura torero è un piccolo grande romanzo di formazione. Al centro c’è l’incontro tra un travestito e un esponente del regime di Pinochet, infatti siamo nell’anno fatidico dell’attentato al generale cileno. La ragione del loro incontro è totalmente strumentale, cioè utilizzare la casa della Fata come base per un attentato”.

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foto ®Masiar Pasquali

Longhi ha poi spiegato che nel corso della storia entrambi i personaggi hanno un’evoluzione: “La fata parte esplicitamente dicendo di non avere testa per la politica e nel corso di questo percorso acquisirà invece una coscienza, mentre Carlos intraprende un viaggio sentimentale partendo da una posizione politica ben precisa per poi scoprire che in quel rapporto con la Fata c’è qualcosa che mette in discussione la propria identità e anche la propria idea politica. E’ un testo che ha temi strettamente attuali quali recuperare una coscienza politica e l’indagine della costruzione dell’identità partendo dall’educazione sentimentale. Il problema era poi come portarlo dal libro alla scena. Credo che il cuore di questo romanzo siano Santiago e il Cile, e tutto quello che accade viene sempre visto attraverso una finestra, del taxi, dell’autobus, attraverso un’incorniciatura di un punto di vista. Tra i protagonisti centrali dello spettacolo c’è la radio che è cooperativa, è militanza. La fata ad esempio ascolta la radio e predilige in prevalenza i programmi del cuore”.

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foto ®Masiar Pasquali

Lino Guanciale, dramaturg e interprete del personaggio della Fata, ha raccontato: “In questa strada di edizione teatrale del romanzo si apriva il tema del linguaggio originale, ci siamo quindi concentrati su chi potesse sostenerci in questa narrazione e abbiamo chiesto al regista e drammaturgo argentino Alejandro Tantanian di aiutarci con un primo impatto selettivo. La compattezza del racconto è tale che ogni limatura è una rinuncia dolorosa. Alexandre ci ha confermato la bontà della traduzione che stavamo praticando e indicato le strade da seguire. Ogni modifica, ogni integrazione è poi nata dalla messa in voce da parte di noi attori. È stato ancora una volta emozionante e formativo lavorare sulla terza persona come se fosse una prima persona e questo, se può risultare all’inizio difficile, in realtà è facilitante perché ti aiuta ad essere traghettatore del personaggio che porti in scena e ad impersonarlo. Nel trasformare in battuta le descrizioni siamo partiti dal punto di vista che non è mai neutrale e abbiamo cercato di incarnarlo restituendo la drammaturgia del testo. La Fata è un personaggio proteiforme, con tante sfaccettature, ho cercato di documentarmi il più possibile cercando di concentrarmi sull’esperienza di alcuni artisti che avessero fatto un travestito, tra questi c’era Lemebel, una creatura di rara grazia ed eleganza. E poi ho visto le opere della fotografa Lisetta Carmi che ha prodotto il libro fotografico I travestiti che ha avuto un insuccesso incredibile. Ho acquistato la nuova edizione con foto che non erano entrate nell’originale e mi ha colpito lo sguardo con cui questa donna è entrata in quel mondo. In questo viaggio ho scoperto quanto coraggio serva per vestire i panni che non sono i tuoi. Mi sono concentrato sul coraggio, sulla grazia e sulla tenerezza. La componente di malizia, di furbesca ingenuità ce la porge direttamente Lemebel. All’inizio ho pensato anche a Bambinella de Il Commissario Ricciardi interpretato da Adriano Falivene, il solco è simile ma le differenze sono moltissime, in primis nel contesto, nella storia, perchè nella Napoli degli anni trenta i femminielli non dovevano nascondersi, nel Cile del 1986 la Fata usciva di casa coperta e con sembianze maschili. Inoltre è stato fondamentale avere ogni giorno alle prove coloro che fanno parte della comunità cilena a Milano, sono sempre stati con noi ed è stata una grande fortuna avere il Cile davanti. Ci siamo sentiti presi per mano perché affrontavamo una sfida difficilissima ma il loro sguardo coinvolto, pronto a dare consigli, ci ha fatto capire che eravamo sulla strada giusta”.

Primavera 1986, alle cinque della sera… Santiago è una città di mezza tacca, schiacciata dai pattugliamenti e tutta intenta a spidocchiarsi tra la disoccupazione e il quarto di zucchero preso in prestito all’emporio. Nell’arena tumultuosa di notti marimbe e vagabonde, squarciate dai lampi dei blackout per i cavi elettrici scoperti e cullata dal gracchiare radiofonico di languide canzoni al miele e dulce de leche di “Al ritmo del cuore”, la Fata dell’angolo (travestito passionale), lo studente Carlos (militante del Fronte patriottico Manuel Rodríguez), il generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte e la sua fedelissima Doña Lucia, persi nel coro scomposto della città indolente e febbricitante, danzano, sinuosi o impettiti, il loro fatale e grottesco bolero col destino…

Scivolando tra le pagine chiassose e taciturne, arrabbiate e struggenti, ciniche e innamorate di Ho paura torero (2001), prezioso smeraldo del firmamento letterario ispano-americano, Claudio Longhi e Lino Guanciale, in questa nuova tappa del loro lungo sodalizio, compongono un murale rutilante di storie incrociate.

È un racconto di formazione, Ho paura torero, in bilico tra una dimensione privata, intima, sentimentale e una politica, sociale. La prima è quella nella quale volteggia la Fata dell’angolo, protetta dalle pareti della sua casetta macilenta, unico amore della vita, sospirando sulle note delle canzoni d’amore trasmesse dalla radio e interrotte dalla voce di Sergio Campos e dai comunicati di Radio Cooperativa. L’altra è quella dell’utopia, dell’idealismo, della strenua opposizione al regime di Pinochet, che infiamma azioni e pensieri del giovane studente universitario; approfittando del fascino esercitato sulla Fata, Carlos ne trasforma il ‘nido’ in base e nascondiglio per le riunioni clandestine del Fronte patriottico Manuel Rodríguez. L’esito finale di quegli incontri carbonari, celati dalle balze, dai pizzi e dai nastri di tulle della casa della Fata, sarà l’attentato a Pinochet del settembre 1986, destinato, nonostante il fallimento, ad aprire una crepa profonda nella dittatura. Nell’appassionato, straziante passo a due tra la Fata e Carlos prende forma, proprio lì dove c’erano solo nostalgici vagheggiamenti, un’aurorale coscienza politica e dove, invece, quest’ultima regnava indiscussa fiorisce, timida, un’educazione sentimentale.

Il passo a due si fa quadriglia, intrecciandosi alle vicende del dittatore e di Doña Lucia. Pinochet, assillato dalla moglie petulante e logorroica, tormentato da incubi d’infanzia, in una trama onirica che attraversa tutto il racconto, tra allucinazioni e risvegli, va e viene dal proprio retiro di Cajón del Maipo, che domina Santiago dall’alto. Finché un giorno, lungo la strada rovente che scende verso la capitale, il suo cammino si incrocia drammaticamente con quello di Carlos.

Intorno, fluttua un caleidoscopio di personaggi: le amiche della Fata: la Lupe, la Rana; le ricche clienti, come Doña Catita, mogli di generali asserragliate in un’altra Santiago, che la Fata può solo sbirciare dai finestrini dell’autobus quando si reca a consegnare le tovaglie ricamate su commissione; Laura, la compagna di università (e di lotta) di Carlos; la radio, vero e proprio personaggio più che semplice paesaggio sonoro.

Ho paura torero, infatti, è anche un racconto-canzone. Il mosaico di melodie, strofe, ritornelli “leggeri”, che risuonano dalla radio, amplifica il dirompente, viscerale afflato popolare che lega l’autore, Pedro Lemebel, al popolo cileno, con la forza di chi è da sempre vissuto ai margini, come rappresentante di una minoranza etnica, i Mapuche, come omosessuale e come travestito.

Questa sua radice profondamente popolare è accarezzata, nella scrittura, da un’estrema sapienza letteraria, cesellando così una lingua capace di trascolorare dal barocco al carnale, da una struggente sensualità a una chiassosa e feroce ironia, in una giostra raffinatissima di stili e registri.

Tanto forte e radicato fu questo legame con la gente del Cile che, quando nel 2019 esplose l’Estallido social (le manifestazioni generate dall’aumento del prezzo del biglietto della metro, che aprirono la strada verso un progetto di revisione della Costituzione, poi decaduto), benché fosse già morto da quattro anni, il volto e le parole di Lemebel riapparvero in quelle strade infiammate dalle proteste e tornarono ad affiancare i cileni, nei murales, nelle scritte, nei cartelli.

di Francesca Monti

foto ®Masiar Pasquali

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