Elisa Balbo: semplicemente una stella! Le grandi doti canore e interpretative sono solo una parte delle qualità che contraddistinguono questo giovane talento, poco più che trentenne, del canto lirico. Il soprano di origine ligure, infatti, come emerso nel corso dell’intervista, ha una grande cultura, una distinta raffinatezza, a cui si aggiungono una dolcezza e, al contempo, un carisma innati. Queste doti, accompagnate da un’elegante avvenenza, la rendono in grado di impersonare vari ruoli con grande versatilità e bravura.
Nata ad Ospedaletti, in provincia di Imperia, Elisa Balbo è Liù nella Turandot di Puccini che è andata in scena dal 12 al 20 gennaio al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, con la regia di Alfonso Signorini e la direzione dell’Orchestra e Coro dell’ente lirico etneo ad opera del maestro tedesco Eckehard Stier. Nel cast era composto anche da: il soprano Daniela Schillaci nel title role; il tenore Angelo Villari nel ruolo del principe ignoto Calaf; il basso George Andguladze nei panni di Timur, il tenore Vincenzo Taormina, il baritono Salvatore Pugliese e il basso Blagoj Nacoski nelle vesti, rispettivamente, dei dignitari imperiali Ping, Pang e Pong; il tenore Mario Bolognesi, che ha dato voce all’imperatore Altoum e il basso Tiziano Rosati, che ha personificato un mandarino. Dal 3 al 10 marzo Balbo, al Teatro Manoel di Malta, sarà Armida, la protagonista dell’opera omonima di Rossini.

Ti sei laureata a Milano. Che impatto ha avuto il passaggio da una piccola cittadina della Liguria ad una grande metropoli?
Non ho sofferto il passaggio tra queste due dimensioni differenti perché ho sempre avuto una buona capacità di adattamento e una grande propensione alla conoscenza e al viaggio. Inoltre sono andata a frequentare l’ultimo anno di liceo in Canada per diplomarmi lì. Il Canada è una nazione che apprezzo da tanti punti di vista, soprattutto per le bellezze naturalistiche. Andare in Canada era il mio personale sogno americano in quanto questa nazione rappresenta per me un’America più vicina al sentire europeo. Montreal è, sotto molti aspetti, a cavallo tra gli USA e l’Europa ed è una città ordinata, pulita, piena di arte, monumenti, chiese e iniziative culturali. Tra l’altro ero facilitata dalla lingua, il francese, che conosco bene perché la città da cui provengo è situata non lontana dal confine con la Francia.
Proprio al liceo, prima di cominciare gli studi lirici successivamente mentre eri all’università, hai fatto un corso di canto moderno e sei stata la frontwoman di un gruppo rock. Quali cover facevate?
La mia band preferita erano i Deep Purple e mi piaceva tanto “Highway star”. Con il mio gruppo, che si chiamava The Bloock Band, facevamo anche cover di ACDC, Queen e di gruppi che facevano questa tipologia di musica, fino a Lenny Kravitz. Ho cantato rock tra i quattordici e i diciassette anni nel ponente ligure. Era il mio lavoro estivo e anche un modo per passare l’adolescenza in modo sano, facendo musica con amici con cui c’era affiatamento. È stata anche una sorta di pre-professionismo in quanto si è tradotta in una scuola, sotto certi aspetti ferrea, che mi ha insegnato ad autogestirmi e a comprendere i rudimenti dell’esibirsi su un palco.
Dopo il liceo hai studiato alla Bocconi, cominciando quasi immediatamente i primi studi di canto lirico al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Alla prestigiosa università milanese consegui la laurea in International economics and management e double degree in International management (Bocconi-Fudan University Shanghai), studiando un anno a Shangai, perché volevi entrare nel mondo della finanza. La tua carriera ti permette ancora di interessarti al mondo dell’economia e della finanza?
L’interesse per quegli argomenti rimane sempre. Del resto ogni tessera dell’educazione della persona compone il mosaico intellettuale di ognuno di noi. Le sfide intellettuali molto stimolanti che ho affrontato con lo studio universitario mi hanno arricchito, non solo a livello di preparazione, ma anche perché mi hanno consentito di avere una visione più ampia del mondo. Inoltre quando sfoglio un qualsiasi giornale emergono notizie relative all’economia che mi incuriosiscono sempre e mi riportano automaticamente a quanto ho studiato all’università. La mia passione per questi argomenti nasce dal terreno fertile avuto in casa, poiché mio padre è stato dirigente in banca e capitava che si parlasse di temi di natura finanziaria ed economica.

A quasi vent’anni vieni ammessa al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e ottieni il diploma con lode e successivamente consegui la laurea magistrale con lode, sotto la guida del soprano Cristina Rubin. Com’è nata la tua passione per la lirica?
Quando, ai tempi del liceo, studiavo canto moderno la mia insegnante era Manuela Gaslini che si era diplomata in canto lirico a Sanremo. Ogni tanto la sentivo vocalizzare ed ero affascinata da quella che mi era sembrata subito una magia, perché con il canto lirico, da “persone normali “ escono delle sonorità incredibili che sembrano provenire da qualche nascosto universo interiore del corpo e dello spirito. Inoltre durante l’anno trascorso in Canada avevo visto per la prima volta un’opera lirica, Suor Angelica di Giacomo Puccini, rimanendo letteralmente incantata. Quando ho saputo che sarei andata alla Bocconi ho cercato sulla rete una scuola di musica a Milano e mi è balzato subito all’occhio il Conservatorio Giuseppe Verdi. Così ho colto l’occasione per rendermi partecipe di quella magia che avevo da poco scoperto, ossia la magia del canto lirico. È stata proprio Gaslini, assieme al marito cantante lirico che si è esibito anche a Montecarlo, a preparami per il Conservatorio.
Il tuo esordio operistico è datato 2013, anno in cui interpreti Alice Ford in “Falstaff” di Giuseppe Verdi. Cos’hai provato?
Un’emozione grandissima! L’opera concludeva un trittico del Ravenna Festival dedicato a Verdi e io ero la seconda del noto soprano mantovano Eleonora Burrato, in uno dei ruoli che le avevano consegnato un grandissimo successo. È un ruolo importantissimo per un soprano, in quanto chi dà voce ad Alice deve sapere fare tante cose. Io ho affrontato questa sfida con leggerezza e incoscienza, consapevole che si trattasse di un bellissimo lancio anche perché la regia era di Cristina Mazzavillani Muti (moglie del maestro Riccardo) che è stata per me una madrina straordinaria.

credit foto sito ufficiale Elisa Balbo
Proprio nel 2013 è incominciato il cammino professionale con la Fondazione Pavarotti, tappa fondamentale della tua carriera che ti ha visto protagonista nei ruoli principali di opere di Verdi, Puccini e di altri grandi compositori. Nel corso del tuo percorso artistico sei stata, inoltre, protagonista di numerose serate liriche nei più importanti teatri del mondo, lavorando con grandi direttori d’orchestra, tra cui Riccardo Muti. Nel biennio 2016-2017 hai fatto due tour con Andrea Bocelli. Com’è nata questa collaborazione e com’è stato cantare con lui?
Bocelli è un grandissimo cantante che ha la possibilità di rivolgersi al pubblico di ogni parte del mondo che gli tributa un amore incondizionato. È un’anima bella e questo suo aspetto viene colto dalle persone. Per me lavorare con lui è stato un grande piacere anche perché è stato molto accudente. Durante i due tour ho vissuto il mio sogno di adolescente potendo cantare in arene gremite di pubblico, come se fossi stata una rock star.
Qual è stato il tuo momento di maggiore crescita interpretativa?
Sicuramente l’incontro con le composizioni di Rossini perché il suo repertorio comporta un cimento vocale e prestazionale diverso e più complesso rispetto a quello di altri operisti. Rossini drammatico richiede l’utilizzo di tutto il potenziale fisico, intellettuale e vocale del cantante. Fondamentale per me è stata, a riguardo, la partecipazione al Festival Rossini in Wildbad dove ho cantato Anaï nel Moïse et Pharaon diretta da Fabrizio Maria Carminati che è un sensibilissimo maestro del canto che ama fortemente le voci e vuole che il risultato finale sia autenticamente il “bel canto”.

credit foto sito ufficiale Elisa Balbo
Alfonso Signorini, che sta facendo la regia della Turandot al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, dopo avere assistito alla tua esibizione canora a “Opera on ice”, nel 2013, dichiarò che tu saresti diventata la nuova Callas. Cosa senti di avere in comune con la “divina”?
Premettendo che la Callas rappresenta un mito probabilmente irraggiungibile, credo di essere simile a lei per quanto attiene alla capacità di adattamento a vari repertori. Io voglio rifuggire l’etichetta di soprano che può cantare un ristretto repertorio di compositori di opera. Per allargare la mia visione artistica vorrei confrontarmi con diversi compositori e diversi periodi operistici che vadano dal ‘700 al ‘900. La Callas è stata ottima sotto tutti gli aspetti e costituisce un riferimento a cui attingere per il valore elevato delle sue interpretazioni.
Quali sono le tue altre fonti di ispirazione liriche femminili e maschili?
Tra le interpreti femminili direi Renata Scotto, Victoria de Los Ángeles, Mariella Devia e Mirella Freni, oltre alla già citata Callas. Per quanto riguarda le voci maschili, amo tanto le voci baritonali, come quella di Piero Cappuccilli, Renato Capecchi e, senza voler essere di parte, quella di mio marito Luca Micheletti, con cui ho anche lavorato, tra l’altro in un dittico di opere, sia nel 2021 che nel 2022, ossia in La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi e Trouble in Tahiti di Leonard Bernstein, al Teatro Carlo Felice di Genova.
Nel 2022 è uscito “Lunaria”, il tuo primo album solistico di arie da camera, col pianista Michele D’Elia. Hai pensato di fare un album con tuo marito?
Vorremmo trovare il tempo e la strada giusta per realizzare un progetto di questo genere insieme, scegliendo opportunamente il repertorio da proporre. Occorre trovare una combinazione particolare a livello artistico e culturale per presentare un progetto diverso da quelli offerti dalla concorrenza, perché l’offerta, in questo ambito, è tanta.

Quali sono i tuoi punti di forza e su cosa vorresti migliorare?
Credo che un mio punto di forza sia il riuscire a mettermi in relazione con chi mi ascolta, a connettermi emotivamente attraverso il canto. Un’altra mia caratteristica positiva è la volontà costante di migliorarmi, affrontando le sfide che questo lavoro pone durante il percorso professionale. Una mia prova artistica è arrivare ad essere protagonista del bel canto drammatico. Le sfide tecniche sono infinite e un traguardo che mi prefisso è quello di continuare la strada che porta ad una sempre maggiore flessibilità vocale.
Quali sono i tuoi compositori preferiti? Quale personaggio che non hai ancora impersonato vorresti interpretare? A quali personaggi hai dato voce con maggiore soddisfazione?
Non ho una particolare predilezione per qualcuno, in quanto di ogni compositore ho almeno un ‘opera che mi affascina. Mi piacerebbe vestire i panni di Anna Bolena, figura dell’omonima opera lirica di Gaetano Donizetti, perché le vicende della regina consorte d’Inghilterra e Irlanda si innestano in un periodo di importanti cambiamenti storici europei. Il personaggio di Anna Bolena è bellissimo e il ruolo, caratterizzato dal grande lirismo e dall’elevato livello tecnico di Donizetti, offre delle opportunità teatrali fuori dal comune. È un cimento considerevole sia per la grandezza del ruolo sia per la necessità di sapere rendere sul palco tutte le sfumature dell’animo di un grande personaggio che ha segnato la storia europea. Inoltre amo i personaggi shakespeariani. Ho interpretato Desdemona nell’Otello di Giuseppe Verdi e mi piacerebbe esibirmi in Capuleti e Montecchi di Vincenzo Bellini. Vorrei fare il Faust di Charles Gounod, dopo avere già interpretato Margherita/ La Cura in Scene dal Faust di Robert Schumann, entrambi tratti dal Faust di Johann Wolfgang von Goethe, autore che fa parte del novero dei grandi della letteratura europea. Inoltre, per quanto riguarda Wolfgang Amadeus Mozart, mi piacere poter impersonare sia Donna Anna che Donna Elvira nel Don Giovanni per cogliere l’essenza del femminile di questa grande opera, ispirata dal Don Giovanni o Il convitato di pietra di Molière. Anche in questi casi si tratterebbe di sfide vocali importanti che farebbero aprire scenari di studio tutti da scoprire.

Hai interpretato Liù nella Turandot, ruolo che avevi già precedentemente fatto tuo. Il regista Signorini ha voluto utilizzare il finale creato da Luciano Berio come conclusione dell’opera di Puccini rimasta incompiuta per la scomparsa prematura del compositore. Cosa pensi di questa scelta?
Secondo me si tratta di una scelta molto intelligente, anche perché regala al pubblico un finale differente da quello abituale che aveva creato Alfano. Berio, musicista raffinato e intelligente, ha preso l’essenza degli appunti sul finale di Puccini e ha deciso di completare l’opera non come se l’avesse potuto portare a compimento lo stesso Puccini, ma definendo una sorta di limite che ci facesse capire, da un lato, quello che era stato partorito dal genio lucchese e, dall’altro, quello che invece rappresenta la sua eredità lirica.
Quanto ti ha sostenuto la tua famiglia nelle tue scelte e nella tua carriera?
I miei genitori hanno sempre assecondato me e mio fratello e sono un modello genitoriale a cui mi ispiro e che spero di trasmettere a mia figlia Arianna che ha poco più di un anno. A loro devo tutto. E da loro ho imparato la tenacia, il credere nei propri sogni, lo spirito di sacrificio e la devozione al lavoro. Mia madre è una maestra elementare e mio padre, ora in pensione, è stato dirigente di banca. Entrambi hanno sempre creduto nel lavoro e hanno sempre voluto che io e mio fratello puntassimo a migliorarci, insegnandoci inoltre la gentilezza verso gli altri e verso noi stessi. Sono dei pilastri della mia vita personale e di quella professionale che mi hanno informato all’umiltà, qualità che rende aperti alla curiosità e alla scoperta.
Un tuo pregio e un tuo difetto nella vita?
Una qualità che mi riconosco è quella di essere solare e di sapere sempre vedere il meglio che c’è negli altri. Un mio difetto è forse quello di tendere a non credere pienamente in me stessa. In questo mi supporta tanto mio marito Luca che mi spinge ad avere maggiore consapevolezza di quello che valgo e che faccio.
Considerando le tue spiccate doti interpretative, hai mai pensato di entrare nel mondo del cinema?
Perché no! Se dovessero cercare una cantante lirica, lo farei. Sarebbe bellissimo perché potrei conoscere un mondo diverso e scoprire dinamiche nuove per me. Anche se credo che sia un po’ utopico perché dovrei conciliare con gli impegni lirici e perché sono due universi a compartimenti stagni.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Dal 3 al 10 marzo, al Teatro Manoel di Malta, mi calerò nei panni di Armida, protagonista dell’opera omonima di Rossini (ispirata alle vicende del personaggio del poema Gerusalemme liberata di Torquato Tasso). È uno dei ruoli più difficili incontrati da me sinora. Si tratta di una figura che ha dentro di sé tante anime femminili. Armida rappresenta una femminilità storica che va vissuta, da chi la interpreta, anche con la sensibilità della donna del ventunesimo secolo, senza però perdere la coscienza storica che è matrice di quel personaggio. È un ruolo Colbran (definizione che deriva dal cognome di Isabella Colbran, la prima moglie di Rossini che per lei scrisse parti da protagonista di alcune sue opere). Quindi comporta un cimento vocale, tecnico e attoriale straordinario. Tutte le sfumature della sua femminilità devono affiorare nel contesto di una partitura di difficile esecuzione. La Callas fece una magnifica performance nelle vesti di Armida a Firenze nel 1952, divenendo un riferimento assoluto nell’interpretazione di questa particolare figura femminile. Per me, Armida rappresenta contemporaneamente una sfida e un momento di crescita che aspetto con grande emozione.
E, secondo noi, un’altra tappa significativa nel percorso splendente di una cantante lirica unica nel panorama nazionale e internazionale.
di Gianmaria Tesei
credit foto copertina sito ufficiale Elisa Balbo
