Intervista con Lidia Vitale, tra “Maschile Plurale”, impegno sociale e nuovi progetti: “Provo una grande gratitudine per la possibilità di vivere un sogno e aver scelto l’arte come percorso di vita”

“La rivoluzione umana oggi è l’unica possibile, cioè ciascuno di noi deve fare i conti con la propria guerra interiore, con le proprie credenze e mettersi in discussione”. Da sempre impegnata nelle campagne per i diritti della comunità Lgbtq+, per il rispetto dei diritti umani e nella causa stop-genocidio, Lidia Vitale è un’artista poliedrica, appassionata, generosa: ha iniziato la sua carriera come assistente alla produzione, ma il suo sogno fin da bambina era quello di fare l’attrice e dal suo debutto prima in tv con “Il furto del tesoro” e poi al cinema con “La meglio gioventù” non si è più fermata, prendendo parte a film e serie di successo come “Ti mangio il cuore”, “Esterno notte”, “Vangelo secondo Maria”, “Suburra”, “Rosy Abate”, “Luna Park”, solo per citarne alcuni.

In questa piacevole chiacchierata Lidia Vitale ci ha parlato del film “Maschile Plurale” di Alessandro Guida, nelle sale dal 15 febbraio, in cui interpreta una critica/giornalista gastronomica, ma anche del suo impegno sociale, dello spettacolo su Anna Magnani, e del desiderio di produrre la sua opera prima, Amà, recitando insieme a sua figlia Blu Yoshimi.

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Lidia Vitale in “Maschile Plurale” – credit foto Instagram Lidia Vitale

Lidia, in “Maschile Plurale” interpreta Gaia, cosa l’ha convinta a prendere parte a questo film?

“Il mio personaggio, Gaia Trevis, è una temuta critica/giornalista gastronomica, di quelle che danno le stelle Michelin ai ristoranti. Il film offre uno sguardo dall’interno sulla comunità LGBTQ+, ma con leggerezza e dal punto di vista della commedia romantica. E’ un progetto indipendente e giovane, in cui finalmente Alessandro Guida, dopo il successo di Maschile singolare, ha avuto la possibilità di farsi produrre da Fabula Pictures. Al di là del ruolo mi piace prendere parte a queste sfide produttive”.

Lei è molto attiva nella difesa dei diritti umani che purtroppo vengono spesso messi in discussione, ma anche nelle campagne per i diritti della comunità Lgbtq+ e nella causa stop-genocidio. Cosa manca ancora per superare certi pregiudizi e per far sì che possano essere rispettati i diritti di tutte le persone?

“Da sempre sono attenta ai diritti umani, partendo dai propri per arrivare a quelli degli altri. Vengo da 35 anni di pratica buddista, una cosa che i miei maestri mi hanno insegnato e che ha rappresentato la svolta della mia vita è stato il concetto di rivoluzione umana che oggi è l’unica possibile, cioè ciascuno di noi deve fare i conti con la propria guerra interiore, con le proprie credenze, che non portano da nessuna parte ma sono acquisite da chissà quante generazioni, e mettersi in discussione. Per quanto riguarda la lotta di genere, anche le donne hanno introiettato il patriarcato, come diceva la Murgia, perchè era un’attitudine ereditata. Se pensiamo al genocidio di Gaza secondo me Israele sta replicando una storia, a livello carmico è terrificante perchè ovviamente chi ha conosciuto il suono del massacro lo riproduce se non va a risolvere i temi fondamentali che l’hanno portato ad essere un abusante quindi probabilmente ad essere stato abusato a sua volta. E il circolo non si interrompe. E’ necessario cambiare quelle credenze che abbiamo naturalizzato, che sono diventate endogene e non possono che replicarsi se uno non pone un’attenzione profonda su di esse. E’ un discorso che riguarda tutti noi”.

Quale ruolo possono avere le arti in questo? 

“Penso che le arti possano avere un ruolo molto importante. Ti faccio un esempio: quando ho recitato nel film “Ti mangio il cuore” e ho interpretato Teresa la mia prima domanda è stata: è la mandante di sette omicidi, quanto male le hanno fatto per essere arrivata a tanto? L’attenzione è stata posta sulla ferita personale non sull’effetto. Voglio che le persone si riconoscano e smettano di giudicare il bianco e il nero, il buono e il cattivo, il bello e il brutto. Noi siamo tutti formati da sfumature di grigio, quello che dobbiamo fare è eliminare le parti scure”.

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Lidia Vitale con Elodie e Letizia Cartolaro in “Ti mangio il cuore” – credit foto Sara Sabatino

A proposito di Teresa Malatesta che ha interpretato in “Ti mangio il cuore” e che le è valso il premio Alida Valli al Bif&st per la migliore attrice non protagonista, cosa ha aggiunto al suo percorso artistico?

“Ha aggiunto l’opportunità di andare fino in fondo a questa ferita, partendo dall’abuso. Inoltre i miei nonni paterni erano di origine pugliese, sono due persone che porto nel cuore in quanto nonostante fossi una ribelle mi hanno sempre amata per quella che sono. Quindi aver preso il premio al Bif&st per l’interpretazione di Teresa Malatesta è un valore aggiunto. Rifletto sul fatto che spesso abbia interpretato questi personaggi pugliesi. Io vengo da Roma, mamma è romana da sette generazioni, mentre proprio in Puglia, dove forse il mio massino conflitto in famiglia si è manifestato, sto vincendo dei premi… forse significa che sono andata ad illuminare quel lato oscuro di me e l’ho usato per creare qualità. Ogni volta che torno a Bari, dove mio nonno si laureò all’università in giurisprudenza lo stesso anno di Aldo Moro, è come se replicassi l’amore verso di lui”.

Facendo un passo indietro nel tempo, lei ha esordito al cinema con “La meglio gioventù”, film che nel 2023 ha festeggiato venti anni, nel ruolo di Giovanna Carati…

“Ho studiato recitazione con grandi maestri e quello di Giovanna Carati è stato il primo ruolo in cui ho potuto mettere a frutto quello che avevo imparato, in quanto ne La meglio gioventù c’era una ricerca documentaristica pazzesca e quando lo abbiamo presentato al Cinema Troisi di Roma in occasione del ventennale ho rivisto il sogno che avevo da bambina. Alberto Sironi è stato il primo che mi ha dato la possibilità di recitare in tv con Il furto del tesoro, intuendo che volessi fare l’attrice mentre lavoravo come assistente alla produzione di Carlo Degli Esposti. Del set di La meglio gioventù ricordo che avevo una grande paura di sbagliare, di non essere all’altezza, ero una bambina impaurita, ma al contempo ero felice di avere questa grande opportunità. Erano tanti anni che ci provavo, avevo iniziato a 16 anni a portare le prime foto in giro, ad avere il primo agente e mi ero resa conto che non sarebbe stata una carriera facile. Quel film ha segnato un passaggio per me, in un momento critico in cui stavo decidendo di smettere di fare l’attrice perchè pensavo di non farcela. Provo una grande gratitudine per la possibilità di vivere un sogno e aver scelto l’arte come percorso di vita”.

Un percorso che l’ha portata negli anni a prendere parte a film e serie di successo e anche a progetti internazionali… 

“Tutti i personaggi che interpreti in qualche modo si fondono con la tua vita e il percorso artistico, ognuno diventa un’opportunità per conoscere degli aspetti di te. Si inizia a suonare Fra Martino e si finisce con Chopin, è un po’ il violino dell’essere umano che suoniamo quando facciamo gli attori, quindi tutti hanno fatto parte della mia crescita. Ultimamente ho preso parte a questo progetto internazionale, After the very end, di una giovanissima regista, Miriam Furniss-Yacoubi, una ragazza di origini marocchine-tedesche laureata a New York, che parla di cosa succederebbe se il mondo scendesse in piazza. Ha contattato me e un gruppo di attori e attrici pazzeschi da tutto il mondo come Andreas Pietschmann, Grégory Montel, Julie LeBreton. Questo corto è stato una sinfonia, con gente preparata che quasi jazzava in un’unità che cerchi sempre quando fai questo lavoro. Mi ha colpito la generosità degli attori che si sono messi al servizio di questi giovani che hanno l’urgenza di raccontare una storia, con una troupe al femminile under 35. E’ stata un’esperienza significativa da tanti punti di vista”.

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credit foto David Glauso

C’è un personaggio che le piacerebbe interpretare in futuro?

“Dopo i quaranta anni sono un po’ “fissi” i ruoli femminili che vengono proposti e sono rari quelli in cui viene esplorata l’intimità di una donna che ha superato una certa età. Mi piacerebbe se ne parlasse di più. Attraverso i personaggi che ho interpretato ho indagato la parte della donna forte ma vorrei esplorare anche quella vulnerabile che appartiene a tutte noi. Anche Teresa aveva questo lato femminile fragile e amorevole a suo modo”.

Ha portato in giro per il mondo lo spettacolo “Solo Anna”, un monologo sulla Magnani da lei scritto con Franco D’Alessandro. Cosa rappresenta per lei questa grandissima attrice?

“Non ho scelto Anna nella vita ma è arrivata. Nel 2003 c’era in preparazione un film in America, che poi non è stato realizzato, sulla storia di amicizia tra la Magnani e Tennessee Williams e quando feci l’incontro con Peter Bogdanovich mi chiese perchè fossi lì. Mi scattò questa magnanaggine e risposi “senti Peter” e poi dissi che è tutta la vita che dicono che le somiglio. Se ci guardi fisicamente non siamo neanche così simili, ma c’è qualcosa di intimo che ci accomuna. Ci sono donne che si scelgono per tenersi per mano e lei è una di questi personaggi che è arrivato nella mia vita e continuo a mantenerla viva portando in scena lo spettacolo quando me lo chiedono. Spero che prima o poi si possa fare un film anche internazionale sulla Magnani perchè merita veramente. Ha anticipato i tempi su tanti temi, già parlava ad esempio della disparità di pagamento tra donne e uomini, ha rinunciato a stare comoda per difendere la fedeltà a se stessa, ha subìto molto di più. Forse grazie ad Anna ho potuto elaborare la rabbia e trasformarla in qualcos’altro”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnata?

“Sono sul set della serie Netflix sull’empowerment femminile “Mrs Playmen” con Carolina Crescentini che è un’amica e con cui avevo voglia di lavorare. Inoltre sto aspettando risposte da alcuni provini importanti e poi vorrei che si producesse la mia opera prima, Amà, in cui vorrei recitare con mia figlia Blu Yoshimi. Ho vinto il MIBACT per lo sviluppo della sceneggiatura che ho scritto durante la pandemia. E’ un film coming of age pop-rock sull’abuso, ambientato negli anni Ottanta”.

di Francesca Monti

credit foto apertura David Glauso

Si ringrazia Maria Romana Barraco

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