Elena Cecchettin sale sul palchetto allestito nello spazio destinato all’Arena Robinson Repubblica.
Viene accolta da un applauso collettivo che sa di amicizia, alleanza, sincero affetto.
Pallida, emozionata, ma forte e decisa, la ragazza ha lo sguardo basso, poggia la mano destra sul cuore, infine legge il suo monologo, in piedi, davanti a tutti.
La voce è rotta dall’ansia, legge portando il segno col dito, ma è questione di istanti, poi la ragazza si mostra per come è veramente: una lottatrice, una donna che, per il bene della sorella Giulia, ha iniziato a combattere una battaglia che non la vede sola.
L’evento, intitolato emblematicamente “Resistenza femminista: la forza di liberare il proprio spazio”, è moderato da Alessandra Chiricosta.
Il monologo esprime il chiaro messaggio di cui la Cecchettin si è fatta portatrice, e relativo al fatto che le donne sono ancora oggi viste come appartenenti ad una categoria di seconda classe, vittime di stupri, femminicidi e sopraffazioni, che emergono quali forme di potere adottate per relegarle ad una condizione di subordinazione. Ecco perché occorre resistere e ribellarsi a questa assurda normalità piena di incoerenze.

Elena poi si siede sul divano, si sfila il giubbino, mostrando una maglietta scura con la scritta a caratteri bianchi “Stop al genocidio”, i suoi occhi sono rivolti alla Chiricosta e spesso lancia sguardi al padre Gino, in prima fila insieme con Marco Franzoso.
L’evento è interrotto due volte da una donna, che si presenta al centro del palco, stringendo tra le mani una corona del rosario.
E’ fermata prontamente da alcuni presenti, ma con difficoltà dal momento che ella si dimena urlando “vade retro satana. Voi uccidete i vostri figli, mentre le bestie hanno conservato l’istinto materno. Il patriarcato è un insulto in confronto a voi”.
Gli occhi della donna sono carichi di odio, la Cecchettin sorride mesta ma non si volta a guardarla.
Allontanata, la donna ricompare pochi minuti dopo dal lato est dell’Arena Robinson proseguendo a urlare: “i bambini non vanno uccisi, giù le mani dai bambini”.
I presenti in sala la guardano, in molti la invitano ad andarsene, la moderatrice Chiricosta richiama l’attenzione generale su Elena e sul suo messaggio.
Ritorna la calma e Cecchettin presenta poche efficaci considerazioni: “Il corpo della donna è attaccato, si tratta di una guerra. Lo stupro è considerato al pari di un’arma da guerra quando si mira a conquistare dei territori. Così si riesce a dimostrare la propria superiorità”.
Le forme di discriminazione possono poi influire sullo stato di salute delle donne, causando l’insorgere di stati d’ansia.
“Avverto dentro me di provare ansia se penso che non sia rispettata come persona e temo che la mia voce venga soffocata – dichiara Elena, prima di affermare, lapidaria – non ritengo che il patriarcato non uccida”.
In virtù di tutto ciò si rende necessario, riprendendo le sue parole, “mettere in discussione l’idea stessa di forza ed esplorare altre forme di potere che non si basino su oppressione e coercizione”.
di Pasquale Ruotolo
