Intervista con Domenico Iannacone, conduttore di “Che ci faccio qui”: “La testimonianza è un bene prezioso e deve essere custodita anche nel tempo da chi la riceve”

“Ci sono storie che si sono impigliate nella mia vita quando lavoravo per i talk, quando non ti davano tempo per raccontare e così molte sono tornate anche a distanza di anni, è come se in qualche modo fossero rimaste dentro di me”. Domenico Iannacone ha fatto ritorno su Rai 3 in prima serata con “Che ci faccio qui”, programma da lui ideato e condotto, prodotto da Ruvido Produzioni. Una nuova serie in tre puntate in cui, con il suo stile inconfondibile che unisce verità, poesia, narrazione e umanità, regalando profonde emozioni e riflessioni, ripercorre a distanza di diversi anni un viaggio nel profondo Sud del Paese per capire se qualcosa è mutato o se tutto è rimasto come un tempo.

Nel secondo capitolo di “Ti vengo a cercare”, in onda giovedì 6 giugno alle 21,20, Domenico Iannacone incontra ancora una volta Bartolo Mercuri, il piccolo commerciante di mobili della Piana di Gioia Tauro che lo accompagna tra i migranti, dentro storie di disagio abitativo e ingiustizia sociale, per mostrare al mondo lo sfruttamento degli ultimi.

A Mammola (RC), ai piedi dell’Aspromonte, il conduttore mostrerà invece agli spettatori un luogo che sembra sganciato dal tempo e dallo spazio, dove Nik Spatari, artista visionario, sordo, amico di Picasso e Le Corbusier, alla fine degli anni ‘60, insieme alla sua compagna Hiske Maas, fondò, dai ruderi di un vecchio monastero, il Musaba, un museo laboratorio d’arte contemporanea al cui interno è custodito “Il sogno di Giacobbe”. Infine incontrerà Gianluigi Greco, un professore universitario che insegna informatica all’Unical di Cosenza, ed è uno dei massimi esperti internazionali di intelligenza artificiale.

PT1 - TI VENGO A CERCARE 1

Domenico, con le nuove puntate di “Che ci faccio qui” in onda il giovedì sera su Rai 3 torna sulle storie raccontate in passato per vedere cosa è accaduto nel corso del tempo. Come mai questa scelta?

“Ho sempre avuto l’idea di tornare nei luoghi in cui sono stato in passato perchè ritengo che il mio lavoro non sia solo giornalistico ma anche sociologico, quindi il sociologo spesso va in un posto e poi a distanza di tempo rileva quello che è successo negli anni trascorsi per comprendere se ci sono state delle modifiche, se le cose sono andate avanti o indietro. In qualche modo è un modello che applico nel mio modo di fare la televisione, è un elemento che mi permette di non distaccarmi umanamente dalle storie che racconto, tanto che c’è un legame profondissimo con quella che chiamo la mia “carovana”, il mio quinto stato, formato da questa platea enorme di persone che si ingrandisce giorno dopo giorno nel momento in cui le conosco. E’ una specie di popolo che attende sempre di essere reincontrato”.

In una società in cui si è spesso alla ricerca dello scoop e in cui l’interesse mediatico è legato al momento in cui accadono i fatti di cronaca, credo sia importante invece riprendere il filo di queste storie e vedere il loro sviluppo…

“Il servizio pubblico per cui lavoro deve compiere questa operazione di salvaguardia delle storie dell’umanità, non può essere rapace, non può andare in un posto una volta e poi allontanarsene. L’idea di televisione che concepisco è viva, sempre presente. La testimonianza è un bene prezioso e chi la riceve deve custodirla anche nel tempo. L’idea di tornare nei luoghi dove sono stato deriva anche da questa necessità”.

Come scova le storie e che tipo di lavoro di preparazione e di ricerca c’è alla base?

“E’ un lavoro che ha a che fare anche con il pregresso. Ci sono storie che si sono impigliate nella mia vita quando lavoravo per i talk, quando non ti davano tempo per raccontare e così molte sono tornate anche a distanza di anni, è come se fossero rimaste dentro di me. Il mio modo di fare televisione ha incontrato una platea di bisogni che poi sono diventati una istanza che arriva a me sotto forma di aiuto, colgo queste cose ed entro in contatto con le storie e con le persone. La redazione è piccola, scarna, viene fatto un lavoro artigianale, non c’è un metodo dozzinale di ricerca, non c’è una pesca a strascico. Dico sempre alle persone che sono al mio fianco che dobbiamo trovare storie che abbiano un reagente morale per essere adatte a questo programma e che permettano a chi vede e sente la testimonianza di riflettere anche il giorno dopo. Io utilizzo la regola del cinema”.

In cosa consiste?

“Quando vai a vedere un film in sala te lo porti dentro per diversi giorni, perchè sei assorto, è come se fossi in una specie di caverna di Platone in cui quelle immagini ti permettono di elaborare un pensiero. Se questo avviene anche per le storie che dobbiamo raccontare vuol dire che sono quelle più adatte”.

PT1 - TI VENGO A CERCARE 3

PT1 - TI VENGO A CERCARE 6

Nella prima puntata di questa edizione di “Che ci faccio qui” ha raccontato le storie di Bartolo e della sua associazione, dell’imprenditore Antonino De Masi che è stato marginalizzato dopo aver denunciato la ‘ndrangheta, di Alì che fa parte dei cosiddetti “invisibili”. Le chiedo allora perchè chi dice la verità o è considerato “diverso” deve restare ai margini della società e i media spesso non si interessano a queste storie? 

“Hai trovato un doppio registro interpretativo. In effetti è così. Nella Calabria, luogo specifico che abbiamo raccontato, c’è proprio questo problema di fondo. Nella seconda puntata vedrete una terra molto schizofrenica, che è come se andasse in due direzioni opposte, una sorta di Giano bifronte, che guarda al passato con la stessa dimensione quasi arcaica, arretrata, bloccata ma al contempo è proiettata al futuro, come nel caso di De Masi perchè non rappresenta solo l’impegno di un uomo coraggioso e giusto, ma anche illuminato. Lui potrebbe fare impresa altrove, ricongiungersi alla sua famiglia, invece ha fatto quella scelta in quanto crede fortemente in quella terra di assoluta bellezza”.

Nella seconda puntata in onda giovedì 6 giugno proseguirà il suo viaggio tra le realtà contrastanti della Calabria…

“Il viaggio inizia da Rosarno dove ci sono gli alloggi dei bulgari che vivono in condizioni fatiscenti, senza scolarizzazione per i ragazzi, tanto che sembra di stare nell’Italia depressa degli anni cinquanta e poi cambiamo registro perchè voglio far capire che c’è una possibilità. Arrivo infatti in un luogo visionario, il Musaba, dove incontro Hiske Maas, la moglie di Nik Spatari, un grandissimo artista che negli anni Sessanta è tornato a vivere lì. Calabrese di nascita, rimasto sordo all’età di otto anni, se n’era andato all’estero e da autodidatta ha conosciuto Picasso, Le Corbusier, Jean Cocteau, e ha appreso le tecniche e la possibilità di esprimersi attraverso l’arte. Insieme a questa donna olandese hanno recuperato un vecchio monastero creando il Musaba, un museo laboratorio d’arte contemporanea al cui interno è custodito “Il sogno di Giacobbe”, affrescato da Spatari e da molti definito la Cappella Sistina della Calabria”.

CHE CI FACCIO QUI_FAMIGLIA DI BULGARI A ROSARNO

CHE CI FACCIO QUI_HISKE_ MAMMOLA

CHE CI FACCIO QUI_PROF. GRECO_UNIVERSITA'_COSENZA (1)

Nella puntata si parlerà anche di intelligenza artificiale…

“Nel corso della puntata mi sposto poi a Cosenza dove riallaccio la storia con una persona che ho conosciuto anni fa, quando lavorava per una startup realizzando sistemi informatici che è stata poi acquisita da una multinazionale giapponese. Gianluigi Greco è un professore universitario che insegna informatica all’Unical di Cosenza, ed è uno dei massimi esperti internazionali di intelligenza artificiale. Quasi tutti i suoi allievi oggi trovano lavoro presso questa multinazionale che ha trasferito in Calabria uno dei tre poli mondiali dell’IA. Questa azienda sta attirando altri imprenditori e creando una piccola Silicon Valley. Un posto apparentemente depresso che ha questa visione, messo a confronto con i bulgari di Rosarno, fa capire che ci sono due mondi che cozzano e che avrebbero bisogno di trovare una sorta di linea di congiunzione, partendo da quello che non va per arrivare a ciò che potrebbe cambiare il destino delle persone che vivono in questa regione”.

Il terzo e ultimo appuntamento dal titolo “Il capolavoro” sarà invece dedicato a Caivano, com’è stato tornare in quel luogo?

“A Caivano avevamo realizzato la puntata “Come figli miei” a cui sono molto legato. Allora quel posto era sconosciuto a molti. Avevo incontrato Eugenia Carfora, la preside dell’Istituto Morano, che si recava a prendere i ragazzi che non andavano a scuola direttamente nelle loro case, e mi aveva raccontato il suo modello di insegnamento nel Parco Verde quando la situazione stava dando già quei segnali strani di devianza che poi sono sfociati nei fatti di cronaca che conosciamo. Dopo una puntata così forte da cui trarranno probabilmente una fiction tv per Rai 1, sono tornato da Eugenia Carfora per capire che fine avessero fatto quei ragazzi che ho intervistato otto anni fa. Insieme raccontiamo l’evoluzione della scuola che è l’unica a far davvero presa sul cambiamento e poi facciamo un viaggio in treno a Modena dove a sorpresa rintracciamo i ragazzi che avevamo incontrato che ora vivono lì perchè un imprenditore vide quella puntata, chiamò la preside e li prese a lavorare in un’azienda che produce gres porcellanato, mettendo loro a disposizione anche un alloggio e a volte un’auto, in modo che fossero nelle condizioni di essere accolti e cambiare la loro prospettiva di vita. Un viaggio commovente e ricco di emozioni”.

Cosa si porta dentro di queste storie e di queste persone che ha incontrato e cosa le ha regalato il contatto diretto con il pubblico che è venuto a teatro a vedere “Che ci faccio qui in scena”?

“E’ come se l’umanità fosse rimasta sempre vicino a me, quella di chi ha raccontato la sua storia e di chi a teatro ha raccolto le storie che ho portato sul palco. Si è creato un filo conduttore intimo. Se sono tornato in tv con “Che ci faccio qui” lo devo anche al teatro che mi ha fatto mantenere vivo questo progetto”.

di Francesca Monti

credit foto ufficio stampa

Si ringraziano Pamela Menichelli e Nicoletta Strazzeri – Ni.Co Ufficio Stampa

Rispondi