Amatissimo attore di teatro, cinema e televisione, Ninni Bruschetta esordisce con un romanzo intenso e doloroso dal titolo “La scuola del silenzio” (HarperCollins) che, nel solco della tradizione di alcuni grandi scrittori siciliani come Leonardo Sciascia, mette in scena una storia in cui il passato si riverbera sul presente e che rivela l’amara e terribile verità di una terra magnifica e unica, in cui l’aria è costantemente pulita dal vento e il disordine e l’incuria si mischiano a scenari di rara bellezza.
In un paese sulla costa della Sicilia orientale, la giunta comunale ha un’idea per risollevare il teatro cittadino. Richiamare a casa come direttore artistico il figliol prodigo, che ha abbandonato la provincia e l’isola per diventare un attore di successo. Lui accetta felice, pieno di aspettative. È pronto a portare avanti un progetto innovativo e dal respiro internazionale. Ma, varcata la porta dell’edificio di fine Ottocento, quello che vede è sconfortante: i corridoi sono affollati di dipendenti annoiati che spostano carte e si accaparrano straordinari che non fanno, la biglietteria non funziona, la sartoria è abbandonata da tempo.
Sballottato da questa schiera di “inutili”, come in una visione allucinata di Kafka, prova a non darsi per vinto e, per cercare di smuovere gli animi e bonificare la palude istituzionale in cui è finito, decide di organizzare tra mille difficoltà un Amleto. Ma ogni volta che sbatte la testa contro l’ennesimo intrallazzo burocratico, sempre più scoraggiato e solo, ripensa alla disavventura che ha causato la sua fuga dall’isola, una storia fatta di silenzi, di gerarchie fasulle e abusive, di negligenze, di sistemi sociali chiusi e politiche corrotte alle quali si era ostinato a non piegarsi.
Abbiamo incontrato Ninni Bruschetta al Teatro Menotti di Milano in occasione della presentazione del romanzo.

Ninni, “La scuola del silenzio” è il suo primo romanzo. Com’è nata l’idea?
“Volevo scrivere la prima delle due storie da tantissimi anni in forma di sceneggiatura, poi ho cominciato a pensare ad un romanzo, finchè durante il lockdown ho deciso di fare un testo sul teatro pubblico. Ho preso grandi appunti e scremando ho romanzato fortemente la parte del teatro e ho creato quell’incastro per cui ogni capitolo entra nell’altro e ne diventa lo specchio. E’ stato un divertissement tecnico”.
E’ interessante anche l’utilizzo di due piani temporali, il passato legato al protagonista come obiettore di coscienza nella scuola di sordomuti e il presente quando viene richiamato in Sicilia a dirigere un teatro. Tra l’altro ci sono delle analogie con la sua vita, infatti lei ha fatto sia l’obiettore di coscienza in una scuola di sordomuti sia il direttore del Teatro di Messina…
“E’ vero, ho fatto entrambe le cose, per fortuna a differenza del povero protagonista del romanzo io sono riuscito a portare in scena l’Amleto (sorride). La condizione spazio-temporale è l’aspetto dichiaratamente autobiografico. Sono molto legato al concetto di spazio, c’è uno straordinario passaggio di Florenskij, filosofo russo metafisico dei primi del Novecento che dice che “l’arte è contenuta interamente nello spazio, si può cambiare qualsiasi cosa in un’opera d’arte ed essa permane, se cambi lo spazio sparisce, allo stesso modo al contrario se lo definisci crei l’opera”. Sulla base di questi due spazi, sordo e vuoto, ho raccontato la storia della mia vita e il modo di approcciarmi alle cose. Nel romanzo sono contrapposte la società meritocratica dei sordomuti e quella non meritocratica, cioè la nostra”.
Nel libro sono presenti diversi riferimenti ad autori siciliani, in primis a Giuseppe Fava…
“Non l’ho mai conosciuto purtroppo ma è come se fosse uno zio, perchè sono molto amico di suo figlio Claudio, e la sua presenza è stata costante nella mia vita. Ho dedicato un intero spettacolo a lui, L’istruttoria, con Claudio Gioè e Donatella Finocchiaro anni fa, quando ancora non erano attori famosi. Giuseppe Fava per me è una persona con cui in qualche modo ho avuto un contatto diretto e dal punto di vista intellettuale è il siciliano che mi rappresenta di più”.
In un passaggio de “La scuola del silenzio” scrive: “In Sicilia qualsiasi idea di cambiamento, di innovazione, di progresso, è percepita più o meno come un’aggressione”. Perchè questo accade?
“Non so perchè, forse è il troppo caldo che non ci fa venire voglia di lavorare (ride). Si può provare a risolvere il problema dicendo le cose come stanno, non fingendo che vada diversamente o che la mafia sia stata sconfitta ma comprendendo che ha vinto perchè è entrata nelle istituzioni e si è impossessata anche di esse”.
Secondo lei come mai oggi dire la verità fa paura?
“Tutti abbiamo paura di dire la verità, in generale, in Sicilia in particolare perchè ci sono delle parole che non si possono pronunciare. Forse la cosa più autobiografica di questo libro è rappresentata dalla quantità di persone, anche perbene, che ti consigliano di non dire “mafia” o “mafioso”. Una volta ho fatto la sciocchezza di dire questa parola in faccia al vecchio presidente della regione Sicilia e sono stato sbranato da chiunque, nonostante avessi delle prove e fosse stato sbugiardato con delle carte anche dall’attuale ministro Musumeci”.

Il teatro possiamo dire che è il filo che lega questo romanzo ai saggi da lei pubblicati in precedenza. Qual è l’insegnamento più importante che le ha trasmesso quest’arte?
“Il teatro, come ho scritto in un libro precedente (L’Officiante), è un rito e ti insegna a vivere meglio. Secondo me, soprattutto in questo momento, in cui crediamo di ottenere informazioni che a volte sono soltanto gossip, scandali, fake, andare a teatro ci può davvero cambiare la vita”.
La storia di “La scuola del silenzio” è ambientata in una città imprecisata sulla costa della Sicilia orientale, come spiega nella parte iniziale …
“Secondo me non ci può essere un luogo in Sicilia o in Italia che possa definire questo racconto. Una delle cose più importanti che fortunatamente nel flusso narrativo sono riuscito ad inserire è quando il protagonista va a Roma e dice che non è meglio della Sicilia. Anzi, per certi versi, secondo me che ci vivo da 34 anni è anche peggio”.
Anche lei, come il protagonista del romanzo, ha lasciato la Sicilia per poi farvi ritorno, perchè il legame con la propria terra d’origine è inscindibile…
“E’ come la mamma. Io ho avuto una mamma meravigliosa che provava un amore profondo per me e aveva la potenza di rimettermi con i piedi per terra ma alla fine la persona da cui volevo maggiore soddisfazione era lei e non l’avevo. Ed è così anche per la mia terra”.

Ninni Bruschetta e Francesca Chillemi in “Viola come il mare 2” – credit ufficio stampa Mediaset
Recentemente l’abbiamo vista anche nella serie ambientata a Palermo “Viola come il mare 2” nei panni di Leonardo, il padre di Viola (Francesca Chillemi)…
“Non ho girato in verità neanche un fotogramma in Sicilia ma a Roma perchè ero impegnato con un altro progetto. E’ stata una bella esperienza, in cui ho ritrovato anche Francesca Chillemi con la quale avevo avuto modo di lavorare anni fa in “Squadra Antimafia”. Nel passato ho fatto tanti film e serie ambientati in Sicilia, da I cento passi a La mafia uccide solo d’estate che avevano una forte valenza sociale, mentre “Viola come il mare” è un prodotto diverso ed è stato interessante vestire i panni di Leonardo”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnato?
“A breve porteremo in scena uno spettacolo di Leonardo Sciascia di cui curo la regia, “La morte di Stalin”, a ottobre sarò O’ Brien in “1984” di George Orwell e saremo in tournée anche a Milano, al Carcano, poi come attore reciterò allo Stabile di Palermo e di Catania “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, infine porterò un testo inglese bellissimo, “Mirror”, alla Sala Umberto di Roma. Sarò anche nella seconda stagione della serie “Il Patriarca” e forse potrebbe esserci un film in Messico”.
di Francesca Monti
Si ringraziano per la collaborazione Veronica Polli e Jennifer Carretta – HarperCollins
credit foto copertina F. Di Benedetto
