“Simone aveva sempre vissuto con gli indici puntati addosso da parte di gente che gli diceva che non sapeva fare, che non era in grado, che non sarebbe riuscito, invece da solo nella sua stanza con la musica si sente libero di essere se stesso”. Ventiquattro anni, una grande passione per il canto, Simone Maghernino, in arte MagoS, è un ragazzo autistico, che sta conducendo una vera e propria rivoluzione socio-culturale, a colpi di emozioni, provando ad abbattere muri e pregiudizi, affinchè anche il mondo della musica possa finalmente aprire le sue porte alle persone autistiche. Dopo il grande successo di “Ali in tasca” e “Paronomasia”, ha pubblicato il nuovo singolo “Con gli occhi dell’amore”, con testo e musica firmati da Luisa Sordillo, arrangiato da Edgardo Caputo, registrato e mixato all’EDrecords recording studio di San Severo (Fg).
Il brano, dal sound dance pop fresco e accattivante, con un testo elegante e poetico, è un invito all’inclusione, a guardare il mondo e le persone con gli occhi dell’amore e a schiacciare il pregiudizio, che purtroppo ancora esiste, col sorriso.
“Con gli occhi dell’amore” è accompagnato da un bellissimo video, disponibile su Youtube, che vede la partecipazione degli amici di MagoS, realizzato da Alessandro Russi presso il DeMa’ a San Severo, la sua città di origine.
Entusiasmo, talento, determinazione e uno stile personale e originale, sono le doti di questo giovane artista, che, supportato in questo percorso da sua mamma Luisa Sordillo, con cui abbiamo fatto una piacevole chiacchierata, presenta la diversità come una “sfumatura” di quella che viene comunemente chiamata normalità, un colore aggiunto che può arricchire e completare. E la musica può essere un veicolo importante per favorire l’inclusione riconsegnando a ciascuno la libertà di essere se stessi. Come ha detto il maestro Ezio Bosso infatti “la musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare”.

Luisa Sordillo con suo figlio Simone Maghernino – credit foto Facebook Luisa Sordillo
Luisa, in una società come quella odierna improntata soprattutto sull’apparenza e sulla perfezione quanto è complesso far capire l’importanza dell’inclusione e la bellezza della “diversità”?
“Viviamo in una società che ci propina modelli sempre più perfetti ed è complicatissimo divergere da questi schemi per cui la lotta è più dura ma si fanno tanti passi avanti al tempo stesso. Ho iniziato ad usare Facebook nel 2008 e ho sempre parlato di autismo, ho tante persone dalla mia parte, alcune solo formalmente, ma non importa perchè comunque si comincia a smuovere qualcosa. Se Simone fosse andato a scuola oggi anziché quindici-sedici anni fa sarebbe stato tutto diverso. Noi abbiamo affrontato veramente dei tunnel bui e senza uscita, senza speranza, che purtroppo hanno influito in negativo sulla personalità di mio figlio”.
Quali sono state le sfide maggiori da affrontare per Simone e per la vostra famiglia?
“L’ostacolo più grande per Simone è stato il pregiudizio perchè una volta che entri in una scuola con una diagnosi, con un’etichetta è come portare una rosa tatuata sul petto, non la togli facilmente. Gli è stato diagnosticato tardivamente l’autismo, intorno ai 7 anni, quindi fino alla prima elementare lui ha seguito il programma della classe, è stato con i suoi compagni. Nel momento in cui ho informato la scuola della diagnosi Simone è stato portato nella famosa stanzetta, dove il rapporto di insegnamento è uno a uno, è stato estrapolato dalla classe e isolato perchè ci si autoconvince che le persone autistiche non possano imparare e non ci sia speranza e quindi bisogna dare il contentino e la scuola diventa una sorta di babysitter. Io non lo sapevo, me ne sono accorta molto più in là perchè apparentemente tutto era normale, infatti quando andavo a parlare con le maestre nessuno mi diceva che veniva portato fuori dall’aula, erano tempi diversi”.
Come si è accorta di quello che stava accadendo?
“Vedevo che Simone tornava da scuola con dei quaderni perfetti ma a casa non riusciva a fare gli esercizi, poi ho capito che era la maestra che li svolgeva al suo posto mentre lui stava con i bidelli. Ho scritto un libro, Voce di sale, in cui racconto le traversie che può incontrare una famiglia autistica nel suo cammino. E’ un romanzo, ma le verità che contiene relativamente all’autismo, alle emozioni e alle difficoltà che si vivono sono reali. Portando i bambini autistici nei corridoi si creava non solo un isolamento sociale ma anche un divario di crescita dal punto di vista didattico ed evolutivo”.
Cosa manca ancora oggi e cosa si potrebbe fare per superare queste barriere culturali?
“Si può fare tanto, è necessaria innanzitutto una formazione professionale, se una persona conosce chi ha di fronte, sa cos’è l’autismo e come affrontarlo non lo teme, non ha paura e non isola. Abbiamo sempre paura di quello che non conosciamo, perchè non ci sentiamo all’altezza, ci spaventiamo e preferiamo vigliaccamente cambiare strada. E così hanno fatto le insegnanti e molte continuano a farlo perchè non sanno come comportarsi. L’autismo non è una malattia ma è il modo di essere di una persona, per cui ogni autistico è a sè in quanto, come ogni essere umano, ha anche la propria personalità, ha un suo vissuto. Tutti si stupivano ad esempio che Simone avesse imparato a leggere e a scrivere perchè secondo il manuale gli autistici sono non verbali. Sicuramente il pregiudizio è stato enorme e gli ha causato un’ansia, una frustrazione e un distacco dai coetanei. Simone si era chiuso in se stesso e non per l’autismo, ma per l’indifferenza della società, per l’incompetenza. E’ frustrante per un bambino essere tagliato fuori da tutto, non essere invitato alle feste di compleanno o non poter partecipare alle gite perchè dicevano che i posti erano magari pericolosi, ed era problematico portarlo. Simone è sempre stato un bambino tranquillissimo ed è venuto con me ovunque, in aereo, in treno. Quindi la formazione è al primo posto, poi servono anche la voglia di aiutare il prossimo, l’empatia, il provare a mettersi nei panni degli altri, l’impegno e la serietà nella professione. Quando hai di fronte una persona diversa da te devi prima cercare di rapportarti, di diminuire le differenze e trovare le similitudini e quindi è un po’ più impegnativo. Quando incontri uno straniero che non parla italiano aumenta la difficoltà di comunicare ma se vuoi un modo lo trovi. Secondo me gli autistici sono un po’ come degli stranieri nella propria patria. Nelle scuole si sta facendo molto ma in tante parti d’Italia, Puglia compresa, è ancora troppo poco perchè permangono quelle stanzette e il convincimento che gli autistici siano degli elementi di disturbo”.
La scuola in primis dovrebbe essere invece un luogo di inclusione e non lasciare nessuno indietro…
“In una società che corre veloce e dove devi arrivare il più lontano possibile nel minor tempo e anche i programmi ministeriali sono più lunghi ma frettolosi è chiaro che chi ha difficoltà e arriva un secondo dopo rimane indietro. Un autistico impiega più tempo non perchè sia meno intelligente ma perchè i canali recettivi e comunicativi sono diversi. L’autismo è un modo differente in cui le cellule cerebrali si organizzano e trasmettono informazioni al cervello che reagisce diversamente agli stimoli esterni”.

Com’è nata la passione di Simone per la musica?
“La musica è stata un miracolo. Una delle cose più autistiche che Simone ha è il fatto di non saper organizzare il suo tempo, quindi ha bisogno di qualcuno che lo indirizzi. Pur avendo delle inclinazioni da solo non riesce a incanalarle nel verso giusto ma la musica lo ha smentito. E’ un interesse nato spontaneamente, benché in famiglia ascoltiamo sempre tanta musica, per cui probabilmente aveva l’orecchio allenato. E’ andato a ricercare le canzoni su internet e ha imparato anche ad usare il computer. Quando la motivazione è forte si fa di tutto (sorride). Piano piano ha cominciato a memorizzare i brani perchè ha una memoria molto fervida tanto che li riconosceva dalla prima nota e poi li canticchiava, così mi sono accorta che gli piaceva ed era anche intonato e abbiamo iniziato a fare karaoke insieme. Il suo repertorio cresceva ogni giorno di più. Io amo scrivere e ho composto un testo che mi sembrava adatto ad una canzone, quindi Ilario De Angelis, che è l’istruttore di palestra di mio figlio da quando aveva 9 anni, ma è anche un musicista e cantautore, l’ha musicato. E poi abbiamo pensato di farlo cantare a Simone”.
Cosa rappresenta la musica per Simone e quanto è “terapeutica” per lui?
“La musica per lui è un’amica eccezionale, rilassante, rassicurante, perchè non giudica, non ti mette alla prova. Simone aveva sempre vissuto con gli indici puntati addosso da parte di gente che gli diceva che non sapeva fare, che non era in grado, che non sarebbe riuscito, invece da solo nella sua stanza con la musica si sente libero di essere se stesso e io cerco di preservare questa libertà. Simone è intonato, ma non canta come i modelli preconfigurati che abbiamo, ha un suo stile e deve conservare intatte le sue caratteristiche, la sua personalità. Se vogliamo portare avanti questo progetto di rivoluzione culturale e sociale deve essere se stesso per dimostrare che si possono trasmettere emozioni senza adeguarsi al resto del mondo. In questo modo penso che possiamo far arrivare agli altri un messaggio di speranza e l’idea che tutti possano inseguire i propri sogni e con impegno e determinazione trovare la propria strada e delineare un futuro”.

I testi dei tre brani da lei scritti contengono messaggi preziosi, da vivere la vita a testa alta ad abbattere gli ostacoli e accogliere la differenza di “Ali in tasca”, a schiacciare un pregiudizio col sorriso e sentire addosso gli occhi dell’amore dell’ultimo singolo…
“Dopo la prima collaborazione con Ilario De Angelis ho continuato a scrivere queste canzoni e le ho anche musicate. Chiaramente l’intenzione è sempre di portare un messaggio importante. Con “Ali in tasca” Simone si è presentato al mondo, per cui era una sorta di descrizione di quello che sentiva, che provava, in modo che ci fosse l’impatto emozionale con gli altri che dovevano vederlo per la prima volta. Simone è stato indifferente per il mondo, oscurato per ventidue anni. Ricordo che quando uscivo con lui per strada nessuno lo guardava, sembrava quasi che fosse una zavorra, per la gente ero la povera mamma con il figlio autistico e notare lui era come mettere in risalto questa cosa negativa che mi portavo dietro. Dopo “Ali in tasca” c’è stato un cambiamento profondo e sono diventata la mamma di Simone ed è stato meraviglioso perchè lui era vivo, era tangibile, nato una seconda volta agli occhi degli altri. E’ stato il primo grande successo ottenuto grazie alla musica. Il percorso però doveva continuare ed essendo un ragazzo di venti anni aveva bisogno di una musica fresca, adeguata per la sua età, quindi ho cambiato rotta e dal classico melodico siamo andati sulla dance pop. I brani perciò sono apparentemente ballabili, cantabili ma portano sempre un messaggio profondo seppur con un abito più leggero”.
Qual è l’obiettivo che vorreste raggiungere attraverso la musica?
“Speriamo di arrivare a più persone possibili. Il nostro messaggio è abbasso i pregiudizi, non bisogna fermarsi all’apparenza ma dare all’altro la possibilità di dimostrare quello che sa o non sa fare, ed evitare di giudicarlo perchè la diversità è un reciproco arricchimento, è un completamento, in quanto ognuno ha le sue caratteristiche e avviene quindi uno scambio. Simone non è una persona senza qualità o inabile ma fa tante cose, magari seguendo percorsi differenti e riesce ad emozionare comunque gli altri. Me ne accorgo dai commenti alle sue canzoni, oppure quando si esibisce sui palchi o viene chiamato nelle trasmissioni dove c’è un contatto umano e profondo. La bellezza della persona va oltre gli schemi o la perfezione che non esiste. La cosiddetta “imperfezione” è più accattivante perchè ognuno di noi è difficile che si senta perfetto, quindi c’è un’immedesimazione in più, una speranza che tutti possano riuscire ad inseguire le proprie aspirazioni. Simone ha chiaramente delle peculiarità autistiche, lui solitamente parla con un monotono che quando canta sparisce ma restano le sue vocali allungate, un suo modo di cantare particolare e sta abituando gli altri, coloro che vogliono ascoltarlo, ad una musica diversa”.
Dopo l’uscita dei tre singoli state lavorando ad un disco?
“I nostri sogni diventano sempre più grandi (sorride). Stiamo preparando il primo album di Simone con canzoni nuove e per una di queste siamo alla ricerca di un feat. Ci piacerebbe tanto che qualche artista importante fosse disposto a cantare con lui, sarebbe un passo enorme verso l’inclusione sociale che è il nostro obiettivo supremo”.
C’è un artista in particolare con cui Simone avrebbe il piacere di cantare?
“Simone ha i suoi cantanti preferiti tra cui spicca Nek, ma gli piacciono ad esempio anche Francesco Gabbani e Alfa. Vedere un’apertura da parte di qualche artista famoso sarebbe un gesto bellissimo che arricchirebbe tantissimo entrambi. Cerchiamo persone coraggiose che vogliano affiancarsi a noi in questo percorso, in questa rivoluzione senza armi ma a colpi di emozione per provare a cambiare il mondo. E’ un invito che faccio anche alle manifestazioni canore affinché possano accogliere cantanti “diversi” e alle radio che possano trasmettere brani differenti dal solito in modo da abituare l’orecchio dell’ascoltatore a sentire tutte le sfumature della musica e imparare ad apprezzarne la bellezza”.
di Francesca Monti
