VENEZIA81 – “LEOPARDI, IL POETA DELL’INFINITO”: VIDEO INTERVISTA CON VALENTINA CERVI, ALESSIO BONI E ALESSANDRO PREZIOSI

Valentina Cervi, Alessio Boni e Alessandro Preziosi sono tra gli straordinari protagonisti di “Leopardi, il poeta dell’infinito”, miniserie in onda il 16 e il 17 dicembre su Rai 1 con la regia di Sergio Rubini, che è stata presentata alla 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Si tratta del racconto della vita di Giacomo Leopardi e della mappa sterminata dei temi che ha attraversato con sguardo disincantato e forza utopica. Una grande produzione in costume girata nei luoghi vissuti dal genio di Recanati, che vuole restituire un ritratto inedito ma storicamente coerente di Leopardi, il formidabile talento che ha incendiato con le sue opere passioni amorose e ideali politici, il poeta libero e avverso al compromesso che ha sfidato le contraddizioni del suo tempo. Un percorso a ritroso dalla sua morte a Napoli nel 1837, con l’amico Antonio Ranieri che ripercorre la vita intera di Leopardi: dall’infanzia alla fuga dall’opprimente ambiente familiare, dalle prime amicizie fuori dal borgo antico fino all’amore non ricambiato per la bellissima Fanny Targioni Tozzetti, la più corteggiata delle nobildonne fiorentine.

Nella miniserie Valentina Cervi interpreta Adelaide, la madre di Giacomo Leopardi, Alessio Boni è l’austero padre, Monaldo Leopardi, mentre Alessandro Preziosi veste i panni di don Carmine, come ci hanno raccontato in questa video intervista.

Valentina, Alessio, Alessandro, qual è il processo creativo che avete seguito per interpretare i vostri personaggi?

Valentina Cervi: “Come sempre il regista e la sua visione guidano gli attori. Quindi innanzitutto da parte mia c’è stato l’ascolto di Sergio, della sua necessità di volere che io interpretassi a tutti i costi la mamma terribile di Giacomo Leopardi. Erano 25 anni che cercava di fare questo progetto. E già per me quel personaggio era fatto. Potevo anche non leggerlo un po’ perché con Sergio avevo già lavorato e un po’ perché mi affida sempre personaggi scomodi che sono i più interessanti per me. E’ stato bello soprattutto cercare di scoprire cosa si cela tra le pieghe di questa donna che si rallegrava alla morte dei figli, dei suoi amici, dei suoi compaesani, perché sentiva che erano scampati, salendo in paradiso, al pericolo della vita”.

Alessio Boni: “Io mi allaccio a quello che dice Valentina. Non è che hai sempre una conclusione totale nei personaggi, anche se esistiti, perché li hai rappresentati o hai cercato di interpretarli. Davvero ti rimane un approfondimento che non avevi prima, una ricchezza. Mi sento più ricco rispetto all’anno scorso, rispetto a questa tematica, rispetto a Monaldo, che non conoscevo così bene, e nemmeno Adelaide, devo essere sincero. Parliamo di poetica, di sentimenti umani, quindi umanamente ti arricchisci”.

Alessandro Preziosi: “Trovo che la preparazione sia stata la parte più bella di questo percorso, per quello che mi riguarda. Ho avuto il compito di rovistare nel bozzettismo napoletano, nella tradizione teatrale napoletana, da Scarpetta ad Eduardo. Per come ho letto la sceneggiatura più volte, per come poi ho visto parte del risultato, penso che la cosa più interessante sia stata la scoperta del potenziale”.

Valentina, qual è la sfumatura di Adelaide, questa donna così complessa, che più ti è piaciuto interpretare?

“C’è una sfida veramente interessante, cercare di comprendere che cosa avesse, come mai si fosse costituito questo essere, questa madre, che apparentemente è sempre stata considerata un mostro. Nello Zibaldone Leopardi ne parla in maniera feroce, era molto giovane quindi era il suo atto di ribellione totale. Volevo capire tra le pieghe di quello che lui scriveva cosa avesse mosso, probabilmente, una sensibilità repressa che anche lei aveva acquisito nella sua infanzia, in un’epoca in cui la fede e la religione erano violenti, in cui Dio era considerato inesistente e punitivo. Mi raccontava Sergio che Adelaide girava per casa con queste chiavi che aveva solo lei e che aprivano tutti i cassetti, le porte, eccetera. Indossava questi stivaloni, quindi era molto maschile anche nel suo essere madre e donna. La cosa che mi colpì quando mi parlò di Adelaide era che nonostante avesse questa freddezza, anaffettività, infatti non toccò mai i suoi figli, aveva invece con Monaldo un rapporto molto fisico e si sposarono veramente per amore. A un certo punto Sergio aveva anche ipotizzato di poter raccontare la passione tra questi due. Lei ebbe undici figli, era sempre incinta. Quindi devo dirti che mi sono rimaste anche tante domande in testa, e una grande tenerezza mi ha accompagnato mentre pensavo a lei. Poi lo sguardo di Sergio è sempre per me prezioso per portarmi oltre i limiti di una zona di conforto e di un punto di vergogna, farmi andare oltre e non necessariamente salvare i personaggi che interpreti”.

Alessio, è la prima volta che vieni diretto da Sergio Rubini. Che esperienza è stata e cosa ti ha colpito maggiormente di Monaldo?

“Con Sergio avevo lavorato solamente come attore, ma mai come regista e mi ha sorpreso molto positivamente, per la dedizione, la maniacalità con cui si è dedicato a questo progetto, come diceva Valentina lo aveva in testa da 25 anni. Monaldo Leopardi che ho interpretato, che è un despota, è ovviamente bigotto, alla fine ha una funzione spaventosamente importante per Leopardi, come l’ha avuta Adelaide, perché probabilmente senza questi due, ma lo dicono anche gli storiografi con cui ho parlato a Recanati, forse non avremmo avuto Giacomo Leopardi. Questa dicotomia spasmodica nei confronti della vita, della conoscenza, del sapere, del volere, della passione che gli ha tramandato probabilmente la madre, castrata dentro questa gabbia dorata di libri, ha fatto sì che potesse solo in un modo evadere: scrivendo. La fantasia, l’immaginazione, il sogno, l’hanno fatto diventare colui che a vent’anni scrive L’infinito, che è considerata una delle poesie più importanti, intelligenti e sublimi di tutti i poeti del mondo”.

Alessandro, cosa ti ha affascinato di più del tuo personaggio che aiuta Leopardi a trovare se stesso nell’inquietudine?

“Sono grato a Sergio perchè il mio personaggio, Don Carmine, si è trovato nel mezzo di un percorso intimo e personale verso la fede che ho capito essere fondamentalmente fiducia in se stessi e nei propri sentimenti, nelle proprie convinzioni. Ho cercato attorialmente di raccontare il mistero della domanda: chi sono io. Ero forse impaurito dal non riuscire a restituire quello che Sergio voleva, ero anche abbastanza preoccupato, perché ho lavorato a intermittenza, quindi non in grandi blocchi, ed è stato faticoso, però è stata un’esperienza formativa per gli ingredienti che mi sono stati forniti, per quelli che per coincidenza e pertinenza ho incontrato e che poi subito dopo ho cominciato a riscoprire. Lo strascico che lascia non è tanto quello che ti arricchisce prima e durante, ma è il dopo, se sei intelligente, perché approfitti dell’opportunità che ti è stata data”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Mongini Comunicazione

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