Intervista con Antonello Avallone, in scena al Teatro Arcobaleno di Roma con “Io, Ettore Petrolini” dal 17 al 20 ottobre: “E’ un testo brillante, molto comico, ma c’è anche una vena di malinconia”

“Incontriamo il grande attore e autore negli ultimi giorni della sua vita, quando ormai non va più in scena ma si trova su un palco e si racconta, ripercorrendo tutto il suo tragitto artistico”. Antonello Avallone porta in scena dal 17 al 20 ottobre al Teatro Arcobaleno di Roma “Io, Ettore Petrolini” di Giovanni Antonucci, spettacolo di cui cura anche la regia e che racconta il rapporto profondo di Petrolini con la città di Roma, dov’era nato in un vicolo vicino a Via Giulia, il suo orgoglio ma anche la sua malinconia, il suo sguardo lucido sulle debolezze umane, la sua fiducia nella dignità degli uomini.

Riso e riflessione, realtà e memoria, verità e finzione, si alternano nella pièce con l’obiettivo di far rivivere sulla scena, ad esattamente 140 anni dalla sua nascita, una figura inimitabile che molti hanno cercato di emulare.

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Antonello, com’è nata l’idea di portare in scena “Io, Ettore Petrolini”? 

“L’idea parte da un copione molto interessante scritto da Giovanni Antonucci, un professore, uno studioso di Petrolini. In questo spettacolo incontriamo il grande attore e autore negli ultimi giorni della sua vita, quando ormai non va più in scena perché ha un’angina pectoris, ha alcuni problemi di circolazione, si trova su un palco e si racconta, ripercorrendo tutto il suo tragitto artistico, da quando aveva 11 anni e sentiva questa voglia di esibirsi in qualsiasi maniera, parodiando oppure prendendo in giro certi vizi umani, fino ad arrivare ad un momento importante che non tutti conoscono, cioè il suo debutto alla Comédie-Française. Nonostante parlasse l’italiano, addirittura spesso il romanesco, ha avuto grande successo in Francia, a Londra, a Berlino, a Vienna, dove queste persone che non erano emigrati, che non conoscevano affatto la lingua, lo applaudivano perché trovavano simpaticissimo ed estremamente toccante quello che faceva in scena. Petrolini ha interpretato Il medico per forza di Molière e l’ha recitato alla Comédie-Française, la casa di Molière. L’anno dopo ha ricevuto la Legion d’Onore da parte del governo francese. Questo è stato il punto massimo della sua carriera ed è strabiliante perché molti vanno all’estero a recitare nelle comunità italiane mentre lui aveva un pubblico legato al paese dove andava. Con la sua mimica, con il suo modo di stare sul palco, ha interessato il popolo, ha strabiliato il pubblico, ha fatto un percorso internazionale, anche se il suo inizio è stato con le macchiette romanesche”.

Nello spettacolo sono presenti anche alcuni celebri personaggi creati da Petrolini e viene raccontato il suo rapporto con la città di Roma…

“Ripercorrendo la sua vita ogni tanto Petrolini prende energia e presenta i vari Gastone, Fortunello e altre parodie che sono meno conosciute, finché saluta tutti e se ne va, in quanto non poteva fare più niente essendo malato, infatti è morto a 52 anni. Quindi è un testo brillante, molto comico, ma c’è anche una vena di malinconia e una grande umanità. E’ un percorso che tra l’altro ci mostra la Roma di una volta, dei primi del 1900, quando in Piazza Guglielmo Pepe c’erano i teatri baracconi e gli artisti si esibivano per quattro soldi. Ci siamo documentati e abbiamo scoperto molte cose a riguardo. Quindi è anche un testo storico, commemorativo, descrittivo di un mondo che non c’è più e che può suscitare curiosità non solo nei romani ma anche in tutti coloro che amano Roma”.

Oggi, secondo lei, qual è l’eredità di Petrolini pensando al teatro e alla commedia italiana?

“Sicuramente molti comici hanno attinto da Petrolini. Io non so chi abbia inventato la parodia, ma lui la usava molto. Lo stesso Gastone prende in giro questi personaggi vuoti, senza cervello, che erano interessati soltanto al loro aspetto fisico, al vestire. Gastone è una delle macchiette più note di Petrolini. Qualcuno disse che era una parodia di un personaggio dannunziano, in realtà lui non ci aveva pensato, era molto istintivo e quando vedeva qualcosa di strano, in particolare l’imbecillità degli uomini, ne era attratto. Totò invece non ha preso direttamente da lui, ma da un altro comico napoletano che si chiama Gustavo De Marco, però se pensiamo alla famosa scena di “Totò a colori” con l’onorevole Trombetta sul vagone letto del treno sembrava prendere in giro tutti i personaggi che avevano un’apparente posizione sociale più alta e con un poco di potere cambiano atteggiamento e si sentono superiori agli altri. E’ una visione parodistica del ricco, quindi anche lui prendeva in giro il mondo circostante. La cosa più bella per chi fa il comico è quando il pubblico rivede in certi personaggi qualcuno che conosce e si diverte”.

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Possiamo dire che alcuni personaggi portati in scena da Petrolini hanno della caratteristiche che sono sempre attuali, come ad esempio Giggi er bullo…

“Il famoso Giggi er bullo, una delle sue prime creazioni, è una parodia di quelli che vogliono fare i bulli e poi magari si tagliano col proprio coltello per far vedere che sono forti. Petrolini prendeva in giro anche il teatro serio, il teatro di prosa, e quegli attori che si davano un tono e recitavano tutti impostati. Parodiò anche il film muto di inizio Novecento “Ma l’amor mio non muore” con Lyda Barelli, una storia strappalacrime in cui non essendoci il sonoro, gli attori dovevano cercare di esprimersi con la mimica, e c’erano grandissime e costose scenografie. E poi mise in scena le sintesi futuriste, raccontando questo periodo legato in particolare a Marinetti, in cui c’era la necessità di un linguaggio nuovo. Era un periodo molto produttivo, con eccessi anche negativi. Petrolini cercava qualcosa di diverso nelle performance, diceva delle cose stranissime, delle specie di filastrocche che qualche volta non venivano capite. Ha scritto ad esempio il brano I salamini, in cui cantava “ho comprato i salamini e me ne vanto” come a dire che a volte la felicità delle persone si riduce ad un acquisto, a cose materiali, senza contenuto, e quindi prende in giro quella che lui chiama stupidità”.

Quanto è difficile oggi far ridere la gente?

“Innanzitutto bisogna fare una distinzione tra il cabarettaro e il cabarettista: il primo ha nel suo repertorio una serie di battutacce sul parcheggio, sulla suocera, sull’amico, frasi magari piene di parolacce, che la gente poi usa in ufficio per sembrare simpatica, il cabarettista invece scrive dei testi bellissimi, intelligenti, affronta anche dei problemi sociali, fa un certo tipo di lavoro. Secondo me si impara a fare questo mestiere non solo con la scuola, ma guardando ai grandi maestri del passato e attingendo qualcosa”.

Nella sua carriera ha diretto e interpretato spettacoli di grandi autori, da Peppino ed Eduardo De Filippo a Scarpetta…

“Ho cominciato la mia carriera con il teatro napoletano, con opere di Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo, Raffaele Viviani, poi Gigi Magni mi ha dato la possibilità di fare tre versioni teatrali di In nome del Papa Re, L’anno del Signore, Secondo Ponzio Pilato, ma io tendo molto ai personaggi americani. In generale cerco di proporre dei testi che mi emozionano e di trasmettere queste emozioni”.

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Antonello Avallone in “Central Park West” – credit foto Dario Croci

Ha portato in scena anche molte opere di Woody Allen, tra cui “Central Park West”, come nasce la passione per questo grande autore e regista?

“Sono innamorato da sempre delle opere di Woody Allen e lui mi dà l’esclusiva per portarle in scena. Per tre anni ad esempio ho fatto la versione teatrale de La dea dell’amore. Allen sa scrivere molto bene, per cui anche se la storia può sembrare banale in realtà non lo è affatto. E’ il caso di Central Park West dove in fondo si parla di corna, ma in un ambiente particolare, con protagonisti quattro cinquantenni che sono ricchi, affermati, ma che si annoiano quindi si creano delle dinamiche che movimentano il racconto. E’ un testo estremamente brillante, con battute che spiazzano, io poi amo molto quel tipo di comicità americana. L’ultimo spettacolo che ho fatto, Il Prestanome, la mia versione teatrale del celebre film dove c’era anche Woody Allen, ma non era scritto da lui, racconta invece quel periodo americano tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50 definita Maccartismo dove anche nel mondo dello spettacolo, se risultavi simpatizzante o amico di qualcuno di sinistra, perdevi il lavoro e con qualche scusa facevano in modo che tu non lavorassi più. Ci sono persone che si sono uccise perché non potevano più mantenere la famiglia, perché da un giorno all’altro sono state licenziate. Quindi cerco di fare parodie e di far ridere, ma anche di far riflettere il pubblico, di incuriosirlo ad andare magari ad approfondire un argomento al termine dello spettacolo. In conclusione penso che sia importante in generale conoscere il nostro passato, per poter vivere il presente e proiettarci nel futuro”.

In che modo seleziona i testi da portare poi in scena e quali sono i prossimi progetti?

“Fortunatamente sono anche produttore, quindi faccio quello che mi va, non dipendo da nessuno, se qualche testo mi interessa e penso di poter interpretare quel personaggio prendo quella commedia e la porto in scena. Appena terminate le date con “Io, Ettore Pedrolini”, sarò in tournée nuovamente con “Central Park West” al Teatro Gioiello di Torino e al Teatro San Babila di Milano, e poi in Calabria. E’ una grande soddisfazione perchè non è facile per le compagnie che magari non hanno un nome forte al loro interno essere prese nei vari teatri. Io ad esempio ho girato l’Italia per due anni con Milena Vukotic e lo spettacolo Regina Madre, ma lei è una grandissima e celebre attrice, io non sono così conosciuto. Quindi sono ancora più contento di essere in scena a Torino e a Milano con Central Park West. Per mettere una nota di colore ti racconto una curiosità: questo testo di Allen funziona soprattutto al Nord, infatti per le date torinesi sono stati già venduti 750 biglietti, perchè c’è un modo diverso di approcciarsi al teatro. O si ama Woody Allen o lo si detesta, e di solito detesti le cose che non capisci. I suo punto di vista è sempre molto particolare, diverso, geniale. Se pensiamo ad Einstein ha dato una prospettiva diversa nel modo di vedere le cose, la vita, la scienza. Allo stesso modo Allen guarda il mondo da un’altra angolazione. E poi c’è un altro aspetto…”.

Quale?

“Il teatro mette paura a molti. Infatti gli spettatori sono per lo più di età avanzata e non c’è un ricambio. E’ necessario quindi avvicinare i giovani. Gli insegnanti devono saper scegliere e portare gli studenti a vedere delle opere che possano destare il loro interesse, non noiose, non un Pirandello fatto male che sicuramente farà passare loro la voglia di tornare a teatro”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Elisa Fantinel

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