“In questo spettacolo mi immagino che Dio sia donna e poi svelo che sono io l’autrice del testo perché a sessanta anni nessuno dà ad un’attrice un ruolo così importante, quindi me lo sono scritta da sola”. Ironica, empatica, poliedrica, Emanuela Grimalda da anni affianca a personaggi di successo al cinema e in televisione, recentemente ha preso parte alla serie “Gloria”, una personale ricerca di scrittura comica e fino al 18 ottobre è in scena al Teatro de’ Servi con lo spettacolo da lei scritto e interpretato “Dio è una signora di mezza età”, diretto da Massimo Navone e prodotto da Contrada Teatro Stabile di Trieste.
In un mondo impazzito peggio della maionese, dove è difficile destreggiarsi, l’artista ci fornisce un esilarante manuale di sopravvivenza contemporanea. E allora forse possiamo, attraverso una galleria di personaggi “matti e disperatissimi”, sempre in bilico tra pagare le bollette e il bisogno di Eternità, trovare una via d’uscita. Se Dio fosse una donna le cose andrebbero meglio? Chi lo sa, di certo farebbe il miracolo di trovare un asilo nido, sarebbe ubiquo come solo una donna sa essere, ma anche insicuro, perché una donna anche se è Dio fa fatica a crederci.
In questa piacevole chiacchierata Emanuela Grimalda ci ha parlato di “Dio è una signora di mezza età” e del processo di creazione dei personaggi, lasciandoci anche un’importante riflessione sulle difficoltà per le attrici, soprattutto in età matura, di trovare ruoli non stereotipati.

Emanuela, è in scena con “Dio è una signora di mezza età”, da lei scritto e interpretato. Com’è nata l’idea di questo spettacolo?
“L’idea è nata qualche anno fa, la prima stesura risale al 2010, quando ero effettivamente una donna di mezza età (sorride). Era un monologo di venti minuti, poi ho continuato a lavorarci ed è diventato lo spettacolo che porto in scena. Naturalmente non è facile prendere dei temi così alti e fare in modo che possano essere divertenti, raccontare il nostro quotidiano ed essere molto arguti e anche rispettosi, nel senso che il mio è un gioco di prospettiva ed ironizzo su tante cose, anche con il pubblico. In fondo un essere che è ubiquo, che sta da tutte le parti non potrebbe che essere una donna perché non abbiamo mai visto un uomo fare due cose contemporaneamente. Questo mi serve per dire ma se al posto di un Dio uomo che abbiamo immaginato così, ci fosse una donna come sarebbe la nostra vita? E quindi elenco dei miracoli che potrebbe fare, ad esempio trovare un asilo nido, gestire carriera e vita privata. Poi mi diverto a immaginare il giorno del giudizio universale in cui gli uomini partoriranno con dolore, insomma noi donne ci prendiamo un po’ di rivincite. Questo pezzo inizialmente era parte di uno spettacolo che facevo con Paola Minaccioni, poi ho capito che poteva diventare qualcosa di più grande e con la regia di Massimo Navone gli abbiamo donato una dimensione planetaria, con le luci, con le atmosfere, e sono molto contenta di come sta crescendo”.
E’ uno spettacolo che diverte ma che fa anche riflettere trattando tante tematiche sempre attuali…
“E’ uno spettacolo anche pacifista, ambientalista perché naturalmente parlo della creazione, di come Dio ha creato gli uomini con l’acqua e la farina e di come stiamo rovinando la terra. E’ un gioco tra alto e basso, non c’entrano le religioni, non voglio parlare di onnipotenza, ma del potenziale, di quel pezzetto di infinito e di sacro che tutti noi abbiamo e che ci rende potenti molto più di quanto pensiamo. E’ un monologo in cui si ride molto ma si riflette anche sulla nostra vita, su quello che facciamo, sulle relazioni tra maschi e femmine, con l’ambiente, quindi è una scrittura che ha richiesto tempo e impegno e a cui continuo a lavorare e devo dire che è un viaggio che mi piace”.
Nello spettacolo porta in scena cinque personaggi che sono una sorta di “prototipi” di donne…
“Sono cinque personaggi molto differenti: la donna che ha smesso di pensare e consiglia come si fa, la serial killer siciliana, una snob milanese che legge Vanity Fair, una ricca veneta che finisce in Paradiso e va alla ricerca dei centri commerciali, una signora che vuole diventare mamma a 84 anni. Sono cinque donne che fanno divertire il pubblico ma offrono anche degli spunti di riflessione sul nostro tempo che è fatto di tante contraddizioni, per cui in questo spettacolo mi immagino che Dio sia donna e poi svelo che sono io l’autrice del testo perché a sessanta anni nessuno dà ad un’attrice un ruolo così importante, quindi me lo sono scritta da sola. Le donne non sono migliori, non sono tutte belle e buone, ma hanno lo stesso diritto degli uomini di essere ciniche, crudeli, cattive, mediocri, con la differenza che nel mondo sono trattate peggio e quindi sottolineo questa ingiustizia e cerco di fornire un punto di vista forse nuovo rispetto a quello a cui siamo un po’ abituati. Inoltre penso che le donne non debbano inseguire dei modelli maschili, noi abbiamo una nostra originalità, dobbiamo rilanciare anche le artiste, tirare fuori, coltivare e portare avanti questa diversità”.
Cosa rappresenta questo spettacolo nel suo percorso artistico?
“Questo spettacolo è anche una prova d’attrice. So fare ridere, so usare tanti dialetti, ma i contenuti per me vengono sempre prima. Una ragazza che ha visto “Dio è una signora di mezza età” mi ha detto grazie perché si toccano tanti temi importanti, facendo sorridere, pensare, ridere. Ringrazio la produzione della Contrada Teatro Stabile di Trieste, la direttrice Livia Amabilino che mi ha dato fiducia perché ha creduto subito nel progetto. Non è una provocazione fine a se stessa, è proprio uno spostare un punto di vista e mi piacerebbe venissero delle persone di chiesa a vedere “Dio è una signora di mezza età”, qualcuna già l’ha visto e ha capito molto bene l’operazione perché difendo il sacro, una dimensione del sacro che si va perdendo e lo faccio perché mi piacerebbe portarlo a tutti e l’ironia, la comicità è un mezzo formidabile per far passare dei messaggi. Questo è il mio modo di fare teatro”.

Pensando anche alla continua ricerca di scrittura comica che porta avanti da tempo, le chiedo da cosa ha preso spunto nella creazione dei personaggi?
“Questi personaggi sono un po’ il compendio di cose che ho osservato negli anni, hanno degli stilemi, io non faccio stand up comedy, satira, né imitazioni anche se mi diverte molto vedere chi le fa. C’è anche il contemporaneo nel personaggio di Dio perché parla veramente di noi. Mi interessa trattare i grandi difetti dell’umanità che sono poi sempre gli stessi nonostante il passare degli anni. L’umanità purtroppo non ha imparato molto. In questo spettacolo c’è anche un mio grido di pace, quando faccio il giudizio universale in cui fulminerei tutti gli esseri umani per questa incapacità di non sapere veramente cambiare. Ci sono ancora le guerre, la carestia, la fame, e poi parlo invece di questa terra che Dio ha creato in sei giorni e che è un luogo meraviglioso che noi abbiamo ricevuto e che dobbiamo fare il possibile per preservare. Questa signora è insicura proprio come sarebbe una donna, perché siamo capaci di fare tante cose ma anche incapaci di credere in noi stesse e quindi è un invito ad avere fiducia in noi”.
Prima diceva che per le attrici, soprattutto da una certa età in poi, è difficile trovare dei ruoli importanti, perchè sono un po’ stereotipati, cosa si potrebbe fare per cambiare questo trend?
“Io faccio parte di un’associazione che si chiama RAAI (Registro Attrici Attori Italiani), uno strumento che è nato dopo il Covid per individuare le professionalità, per delineare il professionismo e io personalmente, anche assieme ad altri organismi che lavorano per migliorare la nostra categoria, evidenzio sempre che bisognerebbe fare qualcosa di sostanziale perchè ci sono pochi personaggi. Esiste un osservatorio dove è stato quantificato scientificamente che mentre fino ai 40 anni i ruoli per uomini e donne sono simili, poi c’è una forbice, come se le donne che diventano mature non potessero essere autorevoli tanto quanto i maschi. A 60 anni una donna può fare l’avvocato, il magistrato, come accade nella realtà, invece è come se venendo meno il sex appeal perdessi di ruolo, ed è terribile che questo si dia quasi per scontato. Bisogna quindi fare in modo che vengano scritti più ruoli, ma proprio quantitativamente, non solo protagonisti ma anche secondari. Le attrici lavorano meno, guadagnano meno, però devono andare in pensione alla stessa età degli attori, portando gli stessi giorni contributivi, avendo in partenza molte meno opportunità di lavoro, questa è una grande ingiustizia. Alla mia età ho otto possibilità in meno di un uomo di ottenere un provino. E’ un trattamento iniquo e poi se vogliamo cambiare i modelli bisogna che le donne siano più presenti in ruoli differenziati. E’ necessario che le donne pretendano di più, nessuno ci regalerà niente, bisogna portare avanti delle battaglie. Io non potrò mai avere certi ruoli, perché ce ne sono troppo pochi e vengono assegnati sempre alle solite persone, per cui per me allargare numericamente, quantitativamente, significa favorire un’apertura, anche a livello creativo, far muovere la fantasia, favorendo le produzioni, perché tutti i film vengono fatti ormai con i soldi pubblici dei cittadini e delle cittadine che pagano le tasse, e quindi va restituito loro qualcosa di diverso. In questo modo comincerà a cambiare anche l’immaginario comune”.

Emanuela Grimalda con Sabrina Ferilli in “Gloria”
Recentemente ha interpretato due donne molto diverse tra loro, Iole nell’innovativa serie “Gloria” e Maria Villaggio nel film “Com’è umano lui!”…
“A me piace molto cambiare, trasformarmi, avere la possibilità di approcciare il personaggio di Iole, è stata una magnifica opportunità, perché aveva grandi margini di contributo personale, di interpretazione, non era stereotipato, non a caso tra gli sceneggiatori c’è una donna, Paola Mammini, che ha curato secondo me questo aspetto in maniera molto innovativa. Iole è una segretaria, è una donna, per Gloria è un’amica e anche qualcosa di più, è comunque una persona arguta. E’ stato molto interessante interpretarla, mi sono divertita a lavorare sul personaggio e con Sabrina Ferilli, con cui è nata un’amicizia, un rapporto di complicità, che ha reso questa coppia divertente, funzionale alla storia. Quando mi capitano questi personaggi sono felice.
La mamma di Paolo Villaggio è invece completamente diversa da Iole, è stata una delle prime donne laureate, era un’insegnante, era borghese ma anche molto stravagante, colta, particolare, quindi nel mio piccolo ho cercato di darle questa accezione di originalità, di follia, perché poi quando nascono questi personaggi, come Paolo Villaggio, sicuramente c’è una scintilla anche in una famiglia così rigorosa. Di Maria si hanno poche informazioni, quindi ho voluto mettere questa eccentricità dato che non aveva tanto spazio per esprimersi. Mi piace usare un po’ l’ironia e toccare tutte le corde dei sentimenti, attraversare tanti stati d’animo”.
A proposito di grandi personaggi della commedia, lei ha avuto modo di lavorare con il maestro Gigi Proietti in Febbre da Cavallo – la Mandrakata, che ricordo conserva di lui?
“E’ stato un incontro molto particolare, io sono timida e provavo soggezione perché Proietti era un’istituzione romana, un mostro sacro. C’è stato inizialmente un approccio professionale di grande rispetto, ma anche di studio da parte sua. Quando abbiamo girato il film stava lavorando contemporaneamente alla regia di un’opera a Piazza del Popolo, quindi arrivava sul set, girava, poi andava al cinema per le prove, e non abbiamo avuto molte occasioni ad esempio di fare una cena. Abbiamo lavorato bene insieme, era molto disponibile. Ricordo poi che sono andata a vederlo a teatro, in quel periodo stavo conducendo una trasmissione con Serena Dandini dove facevo una giornalista comica che presentava il telegiornale, andai a salutarlo in camerino e Gigi disse che mi seguiva sempre, che ero brava e lo facevo ridere. Aveva un affetto e una stima pazzeschi nei miei confronti e questo mi ha fatto molto piacere”.
Cosa può anticiparci riguardo i prossimi progetti?
“Sto valutando dei progetti televisivi, non so se tornerò a fare la comicità, c’è qualcosa di nuovo, qualcosa che ho fatto molti anni fa, vediamo se ho voglia di buttarmi in questa avventura. Poi fino a dicembre proseguirò la tournée con “Dio è una signora di mezza età” e spero abbia una vita lunga”.
Un’ultima curiosità: si è diplomata all’Istituto d’Arte, una delle sue passioni è la pittura, trova ancora il tempo per dipingere?
“E’ la passione che ho più accantonato, ho un gusto per l’immagine, nel senso che nel curare uno spettacolo c’è qualcosa di visivo che mi interessa, legato anche alla storia dell’arte. Speravo di corrompere mio figlio, gli avevo comprato le tele per disegnare e dipingere insieme, lo abbiamo fatto ma adesso ha 9 anni e comincia ad andare per conto suo (sorride). Quindi ho appeso il pennello al chiodo per il momento, vedremo in futuro. Posso però anticiparvi che sto lavorando ad un nuovo personaggio, una pittrice sarda del Gennargentu che dipinge cinghiali e si chiama Frida Calu”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Simona Pellino
