Intervista con Simona Cavallari: “Ho imparato a prendere le cose con leggerezza”

“In alcuni tratti mi sono riconosciuta in Teresa, una donna che ammira sua figlia, che non ha paura del fatto che sia libera, ribelle, intraprendente, coraggiosa, ma che trae ispirazione da lei”. Simona Cavallari riesce ad entrare perfettamente nell’anima e nel corpo dei personaggi che interpreta, restituendone profondità, fragilità, emozioni con una potenza ed una veridicità che arriva al cuore dello spettatore, proprio come accade con Teresa De Santis, da lei impersonata nella serie “Storia di una famiglia perbene 2”, tratta dal romanzo omonimo di Rosa Ventrella, in onda il venerdì sera su Canale 5 con la regia di Stefano Reali, realizzata dalla 11 Marzo Film in coproduzione con Mediaset.

Teresa è una sarta, è la colonna portante della famiglia, è una donna forte, determinata, sempre pronta ad aiutare gli altri, che deve affrontare il dramma della perdita prima del figlio Vincenzo e poi del marito Antonio.

In questa chiacchierata, con la consueta disponibilità, gentilezza e generosità, Simona Cavallari ci ha parlato di “Storia di una famiglia perbene 2”, di alcuni ricordi legati alla sua carriera, dell’importanza di fare sentire la propria voce su tematiche che riguardano tutta l’umanità, come ad esempio la guerra in Medio Oriente e la drammatica situazione di Gaza, ma anche della sua passione per i viaggi e del sogno di interpretare un musical.

credit foto ufficio stampa Mediaset

Simona, in “Storia di una famiglia perbene 2” è tornata a vestire i panni di Teresa, una donna forte, coraggiosa, anche molto moderna per l’epoca, colonna portante della famiglia De Santis. Ha trovato dei punti di contatto tra lei e il personaggio?

“In alcuni tratti mi sono riconosciuta in Teresa. E’ una donna che ammira sua figlia, non ha paura del fatto che sia libera, ribelle, intraprendente, coraggiosa, e quindi trae ispirazione da Maria. Il mio personaggio all’inizio della prima stagione della serie era sottomessa ad Antonio ma grazie alla figlia che le dà questi input trova il coraggio per ribellarsi a un marito troppo all’antica e anche alle regole della società che c’erano in quel tempo in un piccolo paese della Puglia. Anch’io pur essendo una mamma che si preoccupa tanto, ho sempre cercato di lasciare i miei figli liberi di sbagliare, di fare le loro esperienze, di essere se stessi. A volte come genitori ci facciamo delle proiezioni, vorremmo che i figli rispecchiassero le nostre ambizioni, invece bisogna rispettarli per come sono”.

In questo scambio di emozioni che avviene tra il personaggio e l’attrice, cosa pensa di aver dato a Teresa e cosa ha ricevuto da lei? 

“Non tanto il personaggio in sé, quanto girare questa storia in Puglia mi ha sicuramente regalato tante belle emozioni. Da Teresa ho imparato a prendere le cose con leggerezza, io penso di averle dato tanto perché durante la lavorazione mi sono lasciata con il mio compagno con il quale stavo da quattro anni. Il nostro lavoro non può tenere conto delle vicende personali, quindi è stato difficile elaborare quanto accaduto. Volevo stare da sola, non su un set, non avevo voglia di lavorare e quindi ho dovuto mettere tutto questo dolore dentro Teresa. Per fortuna nella seconda stagione ci sono tante scene drammatiche (sorride) …”.

In effetti nelle prime due puntate ci sono state tante tragedie, a cominciare dall’uccisione di Antonio (Giuseppe Zeno), mentre l’unico raggio di luce è stata la nascita del nipotino, il figlio di Maria (Federica Torchetti) …

“E già si è intuito che Teresa dovrà lottare per questo nipote, quindi i pianti non sono ancora finiti”.

Con Giuseppe Zeno formate una coppia artistica di fatto, perché è la quarta serie che girate insieme…

“Ci divertiamo molto, lavoriamo bene insieme, scherziamo… Giuseppe cambia sempre il nome fuori dal mio camerino, per cui una volta c’è scritto Vanna Marchi, un’altra Moira Orfei … ora ho iniziato a fare la stessa cosa con lui (ride)”.

Simona Cavallari e Giuseppe Zeno in “Storia di una famiglia perbene 2” – credit foto ufficio stampa Mediaset

Mi sono appuntata due frasi pronunciate nella serie: la prima, detta dal suo personaggio, Teresa, è “che senso ha vivere in preda alla paura”. Quanto è concorde con queste parole?

“Moltissimo. Lo stiamo imparando in questi giorni dai palestinesi che muoiono in guerra. Ho visto scene di grande coraggio da parte di molte donne che vanno a salvare i loro uomini. Per quanto mi riguarda per tanto tempo ho vissuto nella paura di essere me stessa, perché mi sentivo troppo diversa dagli altri. Sicuramente mi riconosco in questa frase e nel fatto di voler essere me stessa tutti i giorni”.

L’altra frase, pronunciata da Giuseppe Zeno, è “bisogna lottare per proteggere ciò che conta”…

“Certamente, quel che conta sono le persone che abbiamo accanto, a cui vogliamo bene, non credo ci sia niente che possa contare di più. Io ho combattuto tanto, per tutto, nella mia vita, ho dovuto conquistare le cose, niente è arrivato facilmente, quindi so bene che cosa vuol dire lottare”.

Prima parlava delle donne palestinesi e della tragedia che si sta consumando in Medio Oriente, lei è molto impegnata anche socialmente, ha fatto dei reading, ha pubblicato diversi post sui social relativi alla drammatica situazione che c’è a Gaza. Che ruolo possono svolgere le arti per sensibilizzare le persone e quanto è importante che personaggi conosciuti esprimano la loro opinione e mettano la faccia su certe tematiche?

“Mi sono stupita di essere una mosca bianca, pensavo che ci fosse più mobilitazione perché quello che stiamo vedendo è veramente troppo per non dire niente. Mi sembra impossibile continuare a vivere come prima che tutto ciò accadesse. Penso a grandi personaggi del passato come Ugo Tognazzi che era un attore principalmente comico, ma in maniera ironica ha portato avanti tante battaglie o a Massimo Troisi che nelle interviste scherzava ma al contempo lanciava dei messaggi molto importanti, con leggerezza. Secondo me gli artisti, avendo questo grande seguito, hanno il dovere morale di non stare in silenzio. La realtà spesso non è quella che ascoltiamo al tg ma ciò che possiamo vedere attraverso i giornalisti, quelli rimasti che non sono stati uccisi, che con coraggio hanno deciso di rimanere sul campo per raccontare. Stiamo imparando tanto da questo popolo”.

Ha esordito nel 1982 in televisione con “Colomba”, che ricordo conserva di quel primo lavoro? 

“Conservo un ricordo bellissimo, “Colomba” è stato girato a Sermoneta, il protagonista era Umberto Orsini, ed io ero molto contenta perché in quell’occasione mi aveva accompagnata mio padre, che aveva un bar e quindi non vedevo spesso. Sul set Giacomo Battiato mi chiedeva di rifare delle azioni che facevo mentre aspettavo di girare, ad esempio giocavo con un cucchiaio e lo mettevo su tutte le dita delle mani. Ho imparato che ci sono dei gesti che un attore può fare che apparentemente non c’entrano niente con la scena ma che gli danno verità. Sono sempre stata una persona curiosa e quindi ho cercato subito di capire come funziona questo mestiere”.

Quarantadue anni di carriera, quali sono le tre immagini che le vengono in mente?

“La prima immagine che mi viene in mente è quando ho debuttato a teatro con “Nella città l’inferno”. Ero emozionatissima. Lo spettacolo si apriva con un mio monologo, recitavamo a Roma al Teatro Valle, ed era un testo scritto da Suso Cecchi D’amico con l’adattamento di Dacia Maraini. Quella sera appena sono uscita sul palco ho visto che era presenti in prima fila Suso Cecchi D’Amico che mi guardava e ho pensato: “oddio muoio”. Al termine è scesa nei camerini e mi ha detto che non le avevo fatto rimpiangere Giulietta Masina, che faceva il mio stesso ruolo nel film, neanche per un minuto. Quando lo racconto mi emoziono ancora, sono queste le cose che mi danno soddisfazione, non è la fama.

La seconda immagine è un abbraccio che mi ha dato Vittorio Gassman quando abbiamo lavorato insieme. Io ero molto piccola, avevo vent’anni, lui mi dava consigli su dove mettermi per essere inquadrata meglio. Lì ho capito che ci sono anche attori generosi a cui non importa niente del primo piano, mentre nella mia carriera ne ho incontrati tanti che volevano stare al centro dell’attenzione. So riconoscere chi ha un talento vero ed è generoso e chi invece sta lì per altri motivi e altre fortune ma purtroppo non ha nessun talento. A volte è ingiusto questo mestiere.

La terza immagine è relativa a un film diretto da Gianfranco Albano, “La buona battaglia – Don Pietro Pappagallo”, in cui vestivo i panni di Emilia, un’ebrea deportata, e il bambino che doveva fare mio figlio non voleva stare in braccio a me. Allora il regista, siccome c’era il mio secondogenito Santiago sul set, mi ha convinto a far interpretare a lui quella scena ed è venuta benissimo. Era molto piccolo, aveva un anno e mezzo, ma vedeva che piangevo mentre dicevo le battute e mi guardava preoccupato, in quanto era già in grado di capire che la mamma stava vivendo un’emozione particolare. Ogni volta che rivedo il film è un momento molto toccante”.

credit foto ufficio stampa Mediaset

Ha interpretato vari personaggi drammatici in serie incentrate su storie legate alla mafia, penso a “Il Capo dei Capi”, “Squadra antimafia”, “Le mani dentro la città”, spesso infatti si tende infatti ad inquadrare un’attrice in un determinato ruolo, cosa si potrebbe fare per cambiare questo trend?

“Innanzitutto non avere paura, per esempio io per interpretare Teresa ho cercato di non essere truccata, di non essere particolarmente favorita nella bellezza per rendere al meglio il personaggio, una sarta che conduce una vita semplice, con suo marito che fa il pescatore, con cui cerca di portare avanti la famiglia. Secondo me bisogna imparare dagli americani che sono molto coraggiosi, non temono né di imbruttirsi né di ingrassare, di cambiare ruoli. C’è sempre stata anche una sorta di discriminazione nei confronti degli attori che fanno serie tv, poi quando Glenn Close ha preso parte ad una fiction allora tutto è cambiato, però abbiamo dovuto aspettare tanto perché questi due modi di recitare venissero accettati e considerati allo stesso livello. Anche io ho fatto dei lavori che sinceramente non mi piacevano ma mi sono sempre impegnata al massimo per dare il meglio, per essere contenta di me stessa”.

Sul suo profilo Instagram, in un post, ha scritto “il dolore ho imparato è davvero solo l’amore, è tutto l’amore che vuoi dare ma non puoi”…

“Io penso di aver dato tanto amore, anche troppo. Quella frase più che a me era rivolta alle persone che invece si tengono, sia materialmente che spiritualmente, perché le due cose vanno spesso di pari passo. Non ho mai incontrato un uomo tirchio materialmente che fosse poi generoso nei sentimenti. E’ un invito alla gentilezza che ripaga sempre, l’affetto e l’amore che si danno poi tornano indietro. Erri De Luca, uno dei miei scrittori preferiti, dice che tutto l’amore che non si dà è perso. Io sono d’accordo con lui”.

Un invito bellissimo, anche perché la gentilezza e l’empatia oggi si sono un po’ perse…

“Ci hanno fatto diventare nemici gli uni degli altri, lo vedo anche nel mio lavoro, dove prima si collaborava, c’erano tanti film fatti insieme, adesso invece ci sono spesso invidie, piccoli giochi di potere, che secondo me non hanno niente a che fare con l’arte. Prima mi arrabbiavo, ora ho imparato a vedere le persone per quello che sono, ad andare avanti per la mia strada e a credere nel mio sogno”.

In un altro post su Instagram scrive “chi viaggia senza incontrare l’altro non viaggia, si sposta”. Il viaggio è anche conoscenza, incontro con persone e culture differenti. Che cosa rappresenta per lei?

“Viaggiare, insieme alla musica, è una delle mie ancore di salvezza. Mi piace partire con lo zaino in spalla, non con decine di bagagli. Solitamente nelle valige metto cose da regalare, come i giocattoli o vestiti che i miei figli non usano più, perché quando si viaggia si incontrano tante persone che hanno bisogno di aiuto. Viaggio da sola, con i miei figli, però quasi sempre, dovunque vada, affitto una macchina. Siamo stati in Islanda due anni fa e in nove giorni abbiamo percorso 5.000 km, poi lì non fa mai buio, quindi giravamo fino alle 22-23. Mi piace incontrare culture diverse, assaggiare nuovi cibi. Sono molto aperta anche per quanto riguarda la spiritualità e quindi sperimento. Sono stata in Marocco e per un periodo ho fatto il Ramadan perché volevo capire meglio questo digiuno e mi ha regalato tante emozioni bellissime. A Bali ho fatto i bagni purificatori, le meditazioni perché l’autista che mi portava in giro preparava le offerte, mi spiegava le loro preghiere. Non c’è cosa migliore che viaggiare”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnata?

“Sarò a teatro con “Dialogo di una prostituta con un suo cliente”, un testo drammatico, molto forte, scritto da Dacia Maraini tanti anni fa. E’ uno spettacolo che richiede tante energie e che sono contenta di portare in scena, anche se non è facile coinvolgere le persone e quindi è una grossa sfida per me ogni sera. Saremo in tournée per l’Italia, arriveremo al Teatro Biondo di Palermo, al Gioiello di Torino, al Carcano di Milano. Poi ho girato un film per il cinema, “Even”, un’opera prima molto bella di Giulio Ancora, con Marco Cocci, Paola Barale, Federica Pagliaroli che è la protagonista, Massimo Bonetti. E’ una pellicola che parla di violenza sulle donne e quindi spero che venga vista da tante persone. Le scene sono quasi tutte in piano sequenza, quindi è molto particolare”.

C’è un ruolo dei sogni, qualcosa che ancora non ha fatto?

“A me piace tanto cantare e ballare, quindi sarebbe bellissimo fare un musical”.

C’è un musical in particolare che preferisce?

“Tempo fa ho fatto un provino per “Moulin Rouge”. Il regista Baz Luhrmann è venuto in Europa ed era presente per visionare ogni singola attrice, non sono stata scelta ma a quel musical sono particolarmente legata. A volte capita di andare a fare dei casting in Italia e mentre tu reciti il regista si mette a guardare Facebook, invece trovare una persona così grande, che ha avuto mille successi, come Baz Luhrmann, che si mette al pianoforte e suona con te, ti riconcilia con questo lavoro e ti apre il cuore”.

di Francesca Monti

Foto copertina Simona Cavallari: credit Marzia Ferrone
Hair and makeup: Claudia Ferri
Publicist: MpuntoComunicazione

Si ringraziano Matteo Cassanelli e Bianca Lanzara

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