Francis Ford Coppola, ottuagenario regista pluripremiato per i film quali la trilogia de Il Padrino, Apocalypse now, Dracula, La Conversazione, per citarne alcuni, contribuendo insieme ai colleghi come Spielberg, Scorsese, De Palma, Lucas, Kubrick alla creazione di un new concept hollywoodiano entrato ormai nella storia, con Megalopolis il cineasta traduce in monito il declino e degrado dell’umanità.
Quella disumanizzazione dell’uomo, descritta dallo psicoanalista Thomas Szasz nel 1974, che ne anticipa le contraddizioni e il suo evolversi in divenire. Per Coppola, il tempo risulta essere il protagonista, il bene più prezioso, da salvaguardare e che si fugge tuttavia, per parafrasare il Dolce Stil Novo, ove di doman non vi è certezza alla volta di nuovo rinascimento, scomodando l’antica Roma, i sonetti e la poetica shakespeariana, per racchiudere in uno spazio tempo di quasi due ore di pellicola la Storia dell’umanità varia.
In questo frullatore, minestrone di messaggi più o meno subliminali, con una narrazione di stampo fiabesco, il regista colloca personaggi e nomi dell’antica Roma imperiale nel futuro tecnologico intriso di corruzione, tempi sospesi virtuali alla Matrix, ove le citazioni ai film Metropolis di Fritz Lang e i chiaroscuri noir di Otto Preminger si mescolano in un ventaglio di colori che aggiungono lo spessore per delineare il carattere dei personaggi principali dell’architetto visionario Cesar Catilina (Adam Driver), il sindaco corrotto Franklyn Cicero (Giancarlo Esposito), la redenta Julia Cicero (Nathalie Emmanuel), e i cammei di Jon Voight e Dustin Hoffman, ancora uniti dopo cinquantacinque anni dal film Un uomo da marciapiede, che insieme agli altri interpreti contribuiscono a rendere pomposo, in stile colossal, il progetto.
Risultato sufficiente per dividere pubblico e critica nel digerire ed analizzare il contenuto e la forma con cui il film è stato realizzato, inizialmente con le riprese previste a Cinecittà, poi girato ad Atlanta, sull’innovativo palcoscenico a LED installato nel Prysm Stage Studios, e l’effetto ottico di trovarsi in un mondo virtuale in una bolla ove tutto accade con lo scorrere del tempo in un unico spazio scenico si percepisce, come assistere frontalmente ad uno spettacolo a teatro.
“I semi di Megalopolis partono da lontano”… dice in un’intervista lo stesso Coppola e continua… “ero un bambino che ha sempre amato la scienza, quando vidi La vita futura, tratto dal romanzo di H.G.Hells, sul tema della costruzione del mondo di domani, così negli anni ho raccolto e scritto appunti per realizzare questa trama, per arrivare ad ambientare il colossal di una tragedia dell’antica Roma nel mondo contemporaneo, prendendo spunto dal De Catilinae coniuratione di Gaio Sallustio Crispo. Poiché credo che l’America oggi sia la nuova Roma, con tutte le guerre vinte e la sua tecnologia all’avanguardia”.
Il regista però non fa i conti con la Storia, dove in nome della grandezza di Roma prima e del Cristianesimo poi, si sono sottomessi ed estinti popoli, nel nome di un innovamento e cambiamento, così come l’America ha fatto con i nativi e la discriminazione raziale. Non è un caso che nel film appaiono anche i simboli della cristianità e dell’ebraismo con il candelabro a sette bracci della Menorah.
E forse anche il sodalizio con il coreografo Daniel Ezralow è una volontà precisa, americano di origine ebraica, già danzatore e attore con Bellocchio e Wertmuller, che qui partecipa nel film per la scrittura dei movimenti coreografici, evidenti nelle scene con i giochi circensi nell’arena del Colosseo e in tutti i trait d’union che inneggiano al musical, lavoro che per molti mesi ha coinvolto la fantasia utopistica e visionaria di Coppola, nel riassumere un lascito compresso di appunti, citazioni, immagini dell’umanità su cui riflettere.
di Emanuela Cassola Soldati

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