“L’aspetto che più mi affascina di Serena è il suo amore incondizionato verso il marito. Nonostante l’abbia anche ferita in qualche modo e sia un uomo dal carattere complicato, lei cerca sempre di fargli capire quanto lo ami, quanto sia importante”. Antonia Liskova unisce ad un indiscutibile talento la capacità di entrare con sensibilità, eleganza, e profondità nelle anime dei personaggi che interpreta riuscendo a trasmettere al pubblico in modo autentico e diretto una svariata gamma di emozioni.
Nella seconda stagione della serie “Il Patriarca”, in onda da venerdì 15 novembre su Canale 5, l’attrice torna a vestire i panni di Serena Bandera che a causa della malattia del marito Nemo (Claudio Amendola, che firma anche la regia) deve difendere la Deep Sea da sua sorella Monica (Alice Torriani), tornata con l’intento di riprendersi l’azienda che aveva fondato il loro padre. Sempre combattiva e autorevole, deve mettere da parte il dolore per la morte del figlio Carlo per aiutare Nemo e proteggere la figlia maggiore Nina (Giulia Schiavo), che aspetta un bambino da Mario (Raniero Monaco di Lapio), dalle insidie della famiglia Morabito.
In questa intervista Antonia Liskova ci ha parlato dell’evoluzione che avrà il suo personaggio nel corso della serie ma anche dei ricordi legati ai suoi inizi, regalandoci delle importanti riflessioni sul valore della libertà, dell’amicizia, dell’amore.

Antonia Liskova ne Il Patriarca 2 – credit foto ufficio stampa Mediaset
Antonia, nella seconda stagione de “Il Patriarca” torna a vestire i panni di Serena Bandera, quale evoluzione avrà il suo personaggio?
“Alla fine della prima stagione Serena ha perso un figlio e non è stato semplice girare quelle scene, è stato drammatico per me anche solo pensare al dolore immenso che può provare una mamma. In quel frangente è stato giurato che la morte di Carlo sarebbe stata vendicata, quindi nessuno ha dimenticato la tragedia e nella seconda stagione l’obiettivo sarà in primis trovare i colpevoli. Nemo però è malato, la sua salute sta peggiorando, quindi si rende conto di essere più fragile e si appoggia alla moglie anche per le decisioni importanti. Serena prende in mano la situazione e diventa il capo della Deep Sea e una complice di Nemo, nel senso che cominciano a combattere questa guerra insieme, fianco a fianco”.
E poi Serena dovrà anche proteggere Nina, in attesa di un bambino da Mario che però nasconde un segreto…
“Quando perdi una persona cara, in questo caso un figlio, cerchi di dedicarti a tutti gli altri affetti, a coloro che ami, quindi essendo Nina l’unica figlia che le è rimasta cerca di proteggerla con tutta se stessa”.

Antonia Liskova e Giulia Schiavo ne Il Patriarca 2 – credit foto ufficio stampa Mediaset
I personaggi de “Il Patriarca” sono molto sfaccettati ed interessanti in quanto emergono anche i loro lati più fragili, qual è l’aspetto che più le è piaciuto interpretare di Serena?
“Sicuramente il suo amore incondizionato verso Nemo. Nonostante lui l’abbia anche ferita in qualche modo e sia un uomo dal carattere complicato, Serena cerca sempre di fargli capire quanto lo ami, quanto sia importante per lei. Hanno un rapporto bellissimo. Vorrei avere accanto una persona che mi ami in quel modo”.
Ci sono anche delle antagoniste, Monica, la sorella di Serena, ed Elisa, da cui dovrà difendersi…
“La cosa forse più brutta e che fa più male è l’atteggiamento di Monica, perchè Serena non si aspetta che sua sorella faccia di tutto pur di toglierle l’azienda”.

Antonia Liskova e Alice Torriani ne Il Patriarca 2 – credit foto ufficio stampa Mediaset
Cosa pensa di aver dato di sé a Serena e che cosa ha ricevuto dal suo personaggio?
“Io sono un po’ chioccia quindi penso di aver dato a Serena quel senso di protezione verso sua figlia, verso suo marito, che mi appartiene molto. Lei mi ha trasmesso una forza incredibile, perché comunque vive in un ambiente dove deve difendersi e difendere la sua famiglia, mi ha fatto capire fin dove può spingersi l’essere umano nel dolore. Perdere un figlio credo sia veramente la sofferenza più grande ma nonostante tutto Serena ha trovato poi la forza per andare avanti e questo è ammirevole. Io non so se ci riuscirei”.
Questa serie esplora tante sfaccettature umane: ambizione, amore, vendetta, amicizia, che significato hanno per lei?
“L’ambizione deve essere sana, perché talvolta poi viene anche confusa con il volere sempre qualcosa di più, per cui può essere accecante, non farti godere il momento in cui hai raggiunto un obiettivo. C’è una linea sottile tra essere ambiziosi e non accontentarsi e quindi non essere mai felice, perché mancherà sempre qualcosa.
Per quanto riguarda la vendetta non sono mai stata una persona vendicativa, ho imparato da piccola che lasciare andare ti fortifica e rende molto più deboli le persone che invece ti hanno fatto del male.
L’amore è una cosa meravigliosa, è forse l’unico sentimento che ancora non riusciamo a controllare. Oggi tutto è facilmente manipolabile, mentre l’amore sfugge al nostro controllo, e spero possa in qualche modo prendere il sopravvento.
L’amicizia è uno dei legami più nobili. Io ho pochissimi amici ma da tantissimi anni, insieme abbiamo superato crisi, tragedie, felicità, allontanamenti, pause, quindi resta uno dei rapporti più forti che possa esserci tra due persone”.

Antonia Liskova e Claudio Amendola ne Il Patriarca 2 – credit foto ufficio stampa Mediaset
Nemo, come diceva poco fa, è malato di Alzheimer e ha problemi di memoria, quanto è stato complicato riuscire a raccontare questo tema e trasmettere le emozioni, dato che questa malattia sconvolge la vita anche delle persone che stanno accanto a chi ne ha affetto?
“Siamo tutti cresciuti con una frase meravigliosa che dice “non ti affezionare alle cose materiali, affezionati all’unica cosa che nessuno ti può portare via: i tuoi ricordi”, invece poi andando avanti con l’età e prendendo un po’ di consapevolezza ti rendi conto che non è così, perché anche quelli possono essere portati via da una malattia terribile. Chi ha l’Alzheimer probabilmente si rende conto solo in parte di non ricordare le cose, o almeno lo spero perché non riconoscere il viso di una persona che ami deve essere un dolore immenso. Credo invece che soffrano ancora di più i famigliari, perchè non essere riconosciuti da tua mamma, tuo papà, tuo fratello, vedere che non capiscono quanto amore ci sia di fronte a loro in quanto tu li ami più di ogni altra cosa al mondo, spezza il cuore. Ovviamente non c’è malattia che possa essere considerata una cosa bella, però l’Alzheimer è come se rubasse un’identità, il passato ad una persona. Noi siamo il frutto del nostro passato, di quello che abbiamo imparato, dei nostri errori, delle nostre esperienze, se dimentichiamo tutto è come se si cominciasse da capo ed è terribile. E’ una malattia che mi fa molta paura”.
Come si è trovata a lavorare nuovamente con Claudio Amendola e ad essere diretta da lui?
“Adoro Claudio da quando abbiamo girato insieme la serie “Nero a metà”. Abbiamo sempre lavorato benissimo sul set, ridiamo, scherziamo, c’è un grande rispetto verso i colleghi, verso la troupe. E’ il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene, è sempre preparato, anche perché in questo caso deve fare contemporaneamente il regista e l’attore e non è semplice, è divertente ma stancante. Ogni tanto mentre sta dirigendo quasi si dimentica che Nemo è lui e quindi poi corre a cambiarsi per iniziare a recitare (sorride). Nonostante questo riesce sempre a portare a casa il risultato. Ce ne fossero di artisti come Claudio…”.
Le piacerebbe in futuro cimentarsi nella regia?
“A me piace molto cambiare, studiare cose nuove, sperimentare, sono curiosa e quindi potrebbe essere divertente e interessante provare a cimentarmi nella regia. Chissà, magari un giorno…”.

Che ricordo conserva dei suoi esordi come attrice e di quando ha capito che sarebbe stata la sua strada?
“All’inizio non sapevo che quella dell’attrice sarebbe stata la mia strada perché questo mondo mi sembrava una bolla meravigliosa e pensavo che non potesse durare, che non potesse essere vero, e invece alla fine è diventato un lavoro bellissimo, una passione e ne sono molto felice. Gli esordi sono stati difficili, anche perché non avendo studiato per fare questo mestiere ti trovi ad affrontare cose completamente nuove e a confrontarti con un mondo che non conosci, che è bellissimo ma fa anche un po’ paura perché non sai se sarai in grado di trasmettere un’emozione. Penso che per un attore la credibilità sia l’aspetto più importante, se in una fiction, in un film, in uno spettacolo teatrale non riesci a far arrivare delle emozioni al pubblico allora hai perso. Imparare a fare questo è stata forse la cosa più difficile”.
Tra le tante donne diverse che ha interpretato nelle serie tv e al cinema, se dovesse fare una top 3 quali sono quelle che le sono rimaste nel cuore?
“La prima in assoluto è Mara del film “Riparo” di Marco Simon Puccioni, grazie alla quale forse ho preso consapevolezza di amare veramente questo mestiere. Lavorare con Marco è stato veramente un viaggio bellissimo, tra domande e risposte, ed è un personaggio che mi ha regalato un senso di libertà incredibile. Venendo anche da un paese che per molti anni è stato sotto un regime dove si negava la libertà in qualsiasi forma, di religione, di parola, di spostamento da un posto all’altro, di espressione, per me è un valore fondamentale. Quel film è stato veramente lo spartiacque nella mia vita e nella mia carriera.
La seconda è stata Fey von Hassel nella miniserie “I figli strappati”, che raccontava la storia vera di questi bambini che vengono tolti alla madre durante la seconda guerra mondiale. A quel tempo la mia bambina aveva sei mesi, e l’ho portata con me sul set, abbiamo girato un po’ per l’Europa, e lì ho capito come la maternità mi abbia cambiata non solo personalmente ma anche nella mia professione. Da quando sono diventata mamma il mio bagaglio emotivo è praticamente triplicato.
Il terzo personaggio è Sara in “Basta un paio di baffi” che si traveste da uomo per farsi assumere in un ristorante come chef. Sono cresciuta con otto cugini e a un certo punto a Natale, disperata, ho chiesto a Babbo Natale di farmi diventare maschio. Non è successo, ma come vedi quando fai una richiesta a un certo punto si avvera e così sono riuscita a interpretare un uomo. Bisogna quindi stare attenti a cosa si desidera (scherza)”.
La libertà è appunto un valore fondamentale che ancor oggi in tanti paesi viene negato. Quanto le arti in generale possono fare per cercare di cambiare un po’ questo mondo che sta andando in una direzione sbagliata?
“Io credo che anche in questo l’arte stia rischiando di subire delle censure. Viviamo in un mondo dove facilmente ormai vengono censurate le parole o vengono interpretate in maniera sbagliata. C’è una sorta di finta democrazia. Da una parte chiunque può dire quello che vuole ma non è neanche giusto aprire bocca solo per darle fiato e tirare sentenze, quindi ci deve essere una conseguenza perché le parole hanno un peso. Dall’altra ci siamo ridotti ad aver paura di parlare, di esprimerci. Quindi credo che anche l’arte in piccola parte stia subendo delle pressioni e questo è triste. Speriamo che possa riprendersi la sua libertà e che qualcosa possa cambiare in meglio. Mi dispiace soprattutto per i giovani, per il loro futuro. Avendo una figlia di 19 anni sono preoccupata per il mondo in cui vivrà”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnata?
“Attualmente sono sul set per girare la serie “I casi dell’Avvocato Guerrieri” con Alessandro Gassmann e la regia di Gianluca Maria Tavarelli”.
di Francesca Monti
