“Non per forza le cose belle finiscono, ma possono rimanere in altri modi, in altre forme”. Esce il 15 maggio il nuovo album di Alex Wyse “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”, un progetto intenso e personale che racconta, con uno sguardo lucido e contemporaneo, le emozioni e le contraddizioni di una generazione sospesa tra il bisogno di autenticità e la paura di esporsi davvero.
Il disco nasce da un percorso di ricerca tra suono e linguaggio, da cui emerge un racconto emotivo coerente, in cui convivono ribellione e vulnerabilità, leggerezza e malinconia. Al centro, la ricerca di sé in un mondo che impone modelli irraggiungibili e il tentativo di liberarsene per tornare a una dimensione più autentica.
Le tracce attraversano le diverse sfumature dell’esperienza affettiva: dagli addii consapevoli alle relazioni sospese, fino agli amori instabili e alle memorie che continuano a vivere nei gesti quotidiani. Accanto alla dimensione più introspettiva, trovano spazio anche momenti di energia e libertà, tra suggestioni retrò e tensione verso una nuova identità contemporanea.
Alex, il 15 maggio esce il tuo nuovo disco “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono”. Come nasce l’idea di questo titolo?
“Il titolo è un po’ un cane che si morde la coda relativamente al concetto che le cose finiscono. Mettendo davanti il verbo “dicono” faccio riferimento a quello che afferma la gente, che non per forza è la verità. Nel disco vado a smorzare tanti di questi concetti, ad esempio quando una cosa finisce comunque può rimanere in altre forme, in altri modi, con altre persone, può tornare, oppure no. Dipende da tantissimi fattori, dalla quasi casualità di tante situazioni”.

E’ un disco che prosegue il tuo percorso di ricerca sonora e di linguaggio. Si parla d’amore, di ricordi, di memoria. Come hai lavorato alla scrittura dei brani?
“Per quanto riguarda le sonorità e la ricerca di suoni è come se fossi andato indietro nel tempo, negli anni ’60-’70 a rivisitare le cose successe, i modi di dire. Io ascolto anche tanta musica inglese. Crescendo riesco ad andare anche più diretto su quello che vorrei dire, cosa che prima non facevo. L’album è l’emblema del guardarsi dentro e tirare fuori la malinconia ma con un colore diverso”.
Tra le tracce c’è “Tenco e Dalida” che racconta un amore inquieto …
“Il titolo raffigura le sonorità e i colori di quel tempo in un brano che però non parla per forza della storia di Tenco e Dalida”.
In “Batticuore” affermi che oggi le emozioni, l’amore, le sensazioni vengono vissute molto velocemente, quindi non ci si gode quello che si sta vivendo …
“Assolutamente sì. All’interno di Batticuore parlo del periodo storico in cui viviamo, caratterizzato da una vita veloce, frenetica, in cui non di deve per forza dare importanza a tutte le cose che succedono. Io invece voglio capire dove sono oggi e quello che sta succedendo effettivamente nella società, anche attorno a me. Sui social tutti hanno un parere, tutti scrivono ma spesso non vanno a fondo alle questioni o non permettono un confronto con chi la pensa diversamente. Batticuore è anche un amore che non per forza deve essere un amore”.
Nella canzone parli anche dei podcast che oggi sono sempre più di moda, ce n’è uno in particolare che ti piace ascoltare?
“Ho scritto Batticuore un anno e mezzo fa, è stata forse la prima canzone del disco. Non ho un podcast preferito, vado molto a caso. Nella canzone volevo sottolineare il fatto che quando guardiamo o ascoltiamo i podcast dobbiamo anche capire che non per forza le persone che stanno parlando sono affermate e che il loro pensiero non è verità assoluta. A volte capita invece di credere a qualsiasi cosa, e da lì nasce la prima strofa di Batticuore”.

credit foto Filiberto Signorello
Il brano “Vis à vis” che è” è invece una festa con un sound con venature anche un po’ country …
“Quel brano guarda musicalmente agli anni ’50 e ’60. Non parla di niente se non di fare una festa, di sentirsi leggeri e non pensare a nulla, di godersi il momento. Quella spensieratezza ricorda il rock and roll, il twist di quell’epoca, che ti fa venire voglia di ballare, anche tutto storto, senza andare a tempo, arrivando fino alla mattina faccia a faccia”.
La tua scrittura evoca anche atmosfere cinematografiche, c’è qualche film in particolare che ti ha ispirato per i nuovi brani?
“Non lo so, non ti saprei rispondere. Io guardo tantissimi film ma non c’è uno in particolare da cui ho tratto ispirazione nella scrittura. Ho lavorato maggiormente sulla ricerca del suono di quegli anni, sul raccontare cinematograficamente inteso come cercare di dare un’immagine a tanti momenti, ai ricordi. L’album è stato realizzato assieme a Le Ore con cui collaboro da tempo, mi conoscono, si interessano alla musica proprio come me, ed è bello avere degli amici nel mondo artistico della creazione”.
Il disco si chiude con “Arrivederci Più” in cui canti che “esiste un modo per non lasciarsi mai”, quindi è una relazione che finisce ma alla fine i ricordi e le emozioni restano nel cuore, nonostante tutto …
“Ritorna il concetto legato al fatto che non per forza le cose belle finiscono, ma possono rimanere in altri modi. Arrivederci Più è guardare un addio sotto una luce diversa, accettare la fine di una storia, ma anche che quelle emozioni e quei ricordi legati ad una persona non se ne andranno più ma ritorneranno in un altro modo”.
Hai già pensato a come portare live questo nuovo disco?
“Al momento non è stato ancora programmato un tour, sicuramente ci sarà la promo del disco e avrò modo di presentare i nuovi brani. “Dicono che tutte le cose belle poi finiscono” ha delle canzoni propense ad essere cantate e urlate live, a cominciare da “Vis à vis”, passando per Amara, +Love, Tenco e Dalida. Non vedo l’ora di far festa con il mio pubblico”.
di Francesca Monti
credit foto Filiberto Signorello
Si ringrazia Michela Alquati Bonisoli
