Alessio Boni e Antonella Attili sono in scena fino al 6 aprile al Teatro Manzoni di Milano con “Iliade – Il gioco degli dei”, un testo di Francesco Niccolini liberamente ispirato all’opera di Omero e riscritto dal Quadrivio formato da Boni stesso, Roberto Aldorasi, Francesco Niccolini e Marcello Prayer.
Lo spettacolo canta di un mondo in cui l’etica del successo non lascia spazio alla giustizia e gli uomini non decidono nulla, ma sono agiti dagli dèi in una lunga e terribile guerra senza vincitori né vinti. La coscienza e la scelta non sono ancora cose che riguardano gli umani: la civiltà dovrà attendere l’età della Tragedia per conoscere la responsabilità personale e tutto il peso della libertà da quegli dèi che sono causa di tutto ma non hanno colpa di nulla. In quel mondo arcaico dominato dalla forza, dal Fato ineluttabile e da dèi capricciosi non è difficile specchiarci e riconoscere il nostro: le nostre vite dominate dalla paura, dal desiderio di ricchezza, dall’ossessione del nemico, dai giochi di potere e da tutte le forze distruttive che ci sprofondano nell’irrazionale e rendono possibile la guerra.
Ci sono tutti i semi del tramonto del nostro Occidente in Iliade che, come accade con la grande poesia, contiene anche il suo opposto: la responsabilità e la libertà di scegliere e di dire no all’orrore.
A dieci anni dalla nascita, dopo I Duellanti e Don Chisciotte, il Quadrivio, formato da Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Francesco Niccolini e Marcello Prayer, riscrive e mette in scena l’Iliade per specchiarsi nei miti più antichi della poesia occidentale e nella guerra di tutte le guerre.
Alessio, ha curato anche la regia con Roberto Aldorasi, Marcello Prayer, e la drammaturgia di “Iliade, il gioco degli dei”, da un testo di Francesco Niccolini, com’è nata l’idea di questo spettacolo?
“Non volevamo portare in scena la classica Iliade, quindi siamo partiti dall’idea di questi dei che si riuniscono al giorno d’oggi, nel 2024-2025, che indossano dei vestiti un po’ gitani, che sono immortali, ma non più in auge, non sono più su un piedistallo di cristallo. Zeus indice questa riunione, a cui prendono parte Ermes, Ares, Era, Atena, Apollo, Teti, Afrodite, che compongono una famiglia di pazzi. Zeus soffre di demenza senile, Era è l’ossessiva compulsiva, Ares, che è il dio della guerra, che tutti si immaginano potente, invece è una specie di reduce del Vietnam, con dei tic, perché secondo noi la guerra è folle, quindi anche lui è folle fino alla fine, Afrodite è molto sensuale, Atena è fuori di testa. Insieme rievocano i fasti dei tempi passati e qual è il momento più bello? Quello della guerra di Troia, perché hanno giocato praticamente a subbuteo per dieci anni, gli Achei contro i Troiani, e da lì è un continuo alternarsi tra moderno e flashback, ricordando i punti salienti dell’Iliade, con un finale che non è una risposta, è una domanda. Siamo arrivati dopo parecchio tempo al finale, ci sono voluti due o tre mesi. Lo spettacolo era molto lungo all’inizio, durava due ore e mezza e abbiamo dovuto fare un po’ di tagli. Tra l’altro quando si prova la drammaturgia cambia. Il testo è di Francesco Niccolini che permette al Quadrivio di essere libero di apportare modifiche”.
Antonella, cosa la affascina di più di questo spettacolo?
“Il fatto che in questo spettacolo c’è un’alternanza tra l’invenzione del testo e i fatti salienti dell’Iliade. Credo che questa commistione di stili, anche linguistici e soprattutto visivi e recitativi, sia il dato più interessante, almeno quello che il pubblico più apprezza. All’inizio gli spettatori sono un po’ spiazzati, non si aspettano queste famiglie disfunzionali, come noi rappresentiamo questi dei, che sono annoiati dalla loro immortalità e quindi un po’ rintronati come Zeus, un po’ scioccherelli come Ares, un po’ tronfi come Apollo, che si riuniscono per evocare l’unica cosa che li ha resi celebri: la guerra di Troia. Questo è anche il bello del teatro, perché è una materia viva, quindi può cambiare a seconda delle suggestioni, delle riflessioni che si fanno in corso d’opera, e questo chiaramente non succede quando le cose sono già preconfezionate. Con il Quadrivio invece si ha la possibilità di sperimentare, fanno un lavoro molto interessante, perchè portano avanti la tradizione dei classici che secondo me non andrebbe perduta, perché permette di riflettere anche sul quotidiano. E poi abbiamo questi innesti un po’ imprevedibili, divertenti, dissacranti, anche un po’ assurdi che credo avvicinino il pubblico ai grandi classici. C’è un intrattenimento di qualità. Se dopo aver visto lo spettacolo uno spettatore dice che vuole rileggere questo testo, perché lo ha incuriosito, abbiamo già fatto qualcosa di buono”.

credit foto Filippo Manzini
Alessio Boni: “Noi avviciniamo e ironizziamo L’Iliade, vogliamo che anche una signora, come mia madre, che ha fatto la terza media, ed è venuta a vedere la prima, possa capire questo testo. Per me quello è il target, perché non tutti sono intellettuali, oppure letterati, o hanno letto L’Iliade o fatto il liceo classico, il pubblico ha diritto di non sapere. Questa è la nostra funzione, vogliamo far arrivare un favolone enorme, per grandi, rispecchiando i punti salienti che ha scritto Omero”.
Le tematiche della guerra, della hybris, della ricerca del potere, purtroppo sono sempre attuali se pensiamo alla società che ci circonda…
Alessio Boni: “Io credo che siamo tornati indietro, dal punto di vista della hybris, della tracotanza, dell’arroganza, dell’orgoglio. Prometeo è stato incatenato perché ha rubato il fuoco per donarlo agli uomini, oggi non si salverebbe nessuno. Noi abbiamo pensato a questo spettacolo nel 2019, prima del lockdown, delle guerre, sentivamo un’energia negativa, strana, questo decadimento dell’Occidente, che purtroppo sta decadendo ancora di più, ed è impressionante quanto sia tutto uguale al passato, l’insolenza dei potenti, degli oligarchi, sono come gli dei che si divertono con i poveri disgraziati che vanno al macero, alla guerra, con modalità diverse, ma l’idea di potere è identica”.

credit foto Filippo Manzini
Quanto è difficile oggi, secondo voi, prendere coscienza della propria responsabilità e anche della libertà di scegliere, quindi di non farsi condizionare dall’esterno?
Antonella Attili: “E’ fondamentale. Credo che noi, come attori e artisti, abbiamo questo piccolo potere di avere una coscienza e quindi la responsabilità di quello che rappresentiamo e anche di come diffondiamo la nostra immagine in tutto quello che facciamo, nei nostri comportamenti privati e sul palcoscenico, di quello che scegliamo di fare o di non fare, di dire o non dire. Questo è un piccolo privilegio, se lo sai usare bene può essere anche molto utile per chi magari ha idee confuse o non le ha proprio. Puoi essere un esempio, esecrabile o magnifico, questo dipende da te. Come attori possiamo decidere cosa mettere in luce o nascondere, dipende anche dalla tua ricerca personale. Sei padrone delle tue scelte”.
Alessio Boni: “Noi non siamo dei politici, non siamo dei governanti, possiamo prenderci la libertà di sbeffeggiare, di sottolineare certe cose che magari vengono dimenticate, di punzecchiare e di essere anche abbastanza cattivi, perchè in Italia c’è sempre quella tendenza a far finire tutto a tarallucci e vino. Il teatro è anche quello che faceva Molière, cioè far rivedere a specchio il tirchio piuttosto che il tartufo o il malato immaginario e prenderli in giro. Un esempio eclatante è quello di Giorgio Gaber, era presentatore, cantante, ha mollato tutto e assieme a Luporini ha creato il teatro-canzone, è stato l’unico al mondo. Era famoso, ha cantato con Mina, era un numero uno, ma alla prima rappresentazione c’erano solo quattordici persone. Gaber era felicissimo di aver portato una tradizione di cui ancora adesso la gente parla. Questo è il teatro”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Manola Sansalone
