“Il talento è qualcosa con cui nasci, è possedere un’abilità particolare, diversa dagli altri, però non è direttamente proporzionale al successo”. Barbara Bonansea, attaccante della Juventus Women con cui ha recentemente conquistato scudetto e Coppa Italia, e della Nazionale Italiana, con cui si appresta a disputare l’Europeo, è tra le protagoniste di “Inside – Dentro il talento”, disponibile su RaiPlay e prodotto da Emotion Network per la Direzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali, con direttore Marcello Ciannamea.
Nell’episodio “Il talento delle bambine, il futuro del calcio”, Barbara Bonansea racconta il suo percorso che l’ha portata a diventare una campionessa e un esempio per tante bambine, dai primi passi nei centri sportivi del suo paese di origine, Bricherasio (To), fino alla Juventus e alla Nazionale italiana, riflettendo, tra sogni e sfide, su come rendere il calcio un ambiente più inclusivo per le future generazioni di atlete.
Barbara, è tra i protagonisti di “Inside – Dentro il talento”, com’è stata coinvolta in questo progetto?
“La produzione ha contattato la mia manager chiedendo se volessi partecipare a questa masterclass. Io non avevo idea di come funzionasse, quindi mi sono fatta spiegare il progetto e mi è sembrato interessante poter far conoscere agli altri la mia storia, parlando non solo di me stessa ma soprattutto del calcio femminile”.
Cos’è per lei il talento, come lo definirebbe?
“Il talento è qualcosa con cui nasci, è possedere un’abilità particolare, diversa dagli altri, però non è direttamente proporzionale al successo. In tanti possono avere un talento ma per riuscire a costruire una carriera o arrivare a fare delle cose straordinarie bisogna aggiungere anche la costanza, la voglia, la perseveranza. Il talento è innato ma devi lavorarci molto, devi coltivarlo”.

In “Inside – Dentro il talento” afferma che il calcio è per lei una scuola di vita, quali valori le ha trasmesso e in cosa è stato ed è una scuola di vita?
“Il calcio fa parte della mia vita da sempre, infatti ho iniziato a praticarlo da piccolissima. Ero una bambina scherzosa ma particolarmente timida, e lo sono ancora adesso (sorride), ed ero anche un po’ insicura. Questo sport mi ha permesso di essere me stessa. Quando scendo in campo penso solo a giocare e lascio fuori tutti i pensieri. Crescendo è stato una scuola di vita perché mi ha dato modo di confrontarmi con persone sia della mia età sia più grandi di me, che rivestono anche ruoli importanti, di relazionarmi con le mie compagne, con il mister, i dirigenti, i fisioterapisti, il direttore sportivo”.
Il calcio e lo sport in generale rappresentano sicuramente un veicolo per favorire l’inclusione…
“Lo sport, come dicevo poco fa, permette di stare insieme a persone completamente diverse sia come personalità che come etnia o modo di vedere la vita, che siano eterosessuali, omosessuali, quindi devi per forza imparare a rapportarti con tutti. Sicuramente è un veicolo per l’inclusione e bisognerebbe imparare molto anche dai bambini perché non hanno pregiudizi”.
Lei infatti racconta che quando, da bambina, giocava in squadra con i maschi erano i genitori sugli spalti a farla sentire “diversa” in quanto femmina…
“Avevo 5-6 anni e facevo parte di una squadra composta da soli bambini maschi ma non mi facevano sentire diversa, erano i miei amici, i miei compagni di scuola e non hanno mai pensato che non potessi giocare a calcio. Erano in realtà i genitori o persone appartenenti alle altre formazioni che affrontavamo ad avere dei pregiudizi. I bambini invece vivono il mondo in maniera molto semplice, se è un gioco tutti possono partecipare”.
Questi pregiudizi in qualche modo permangono anche oggi, in quanto il calcio è visto ancora come uno sport prettamente maschile da alcune persone …
“Io credo che il pregiudizio nasca dall’ignoranza, intesa come non conoscenza. Il nostro modo di giocare a calcio ovviamente può piacere oppure no, ma non c’è bisogno di parlarne male, di dire alle ragazze che non sono in grado o che essendo donne non possono praticare questo sport. Credo che il mondo avrebbe bisogno più di silenzi che di parole di odio dette a caso. Negli anni tante persone sono rimaste piacevolmente sorprese dopo essere venute a vedere una partita di calcio femminile, quindi per poter esprimere un’opinione bisogna prima conoscere. Se poi non ti piace non la guardi”.
Lei racconta anche che non pensava di poter giocare a calcio quando ha incominciato…
“Da piccola non sognavo di diventare una calciatrice, non sapevo nemmeno che esistessero il calcio femminile, la Serie A e la Nazionale, quindi per me era un gioco, da fare a casa con mio fratello e mio padre e poi al campo con i miei amici. Quando sono stata chiamata da un allenatore del Torino femminile sono rimasta scioccata perché non pensavo che ci fossero altre ragazze come me che giocavano a calcio. Crescendo ho capito che forse la mia strada poteva essere quella. Fino ai ventidue anni ho giocato solo perchè mi divertivo, mi piaceva allenarmi, stare con le mie compagne, poi mi sono resa conto che sarebbe stato bello poter vincere i trofei e raggiungere degli obiettivi importanti”.

I suoi genitori l’hanno sostenuta nelle sue scelte, cosa che non sempre accade …
“Non è facile, le ragazze possono giocare con i maschi fino ai 13-14 anni, poi devono per forza andare in una squadra femminile, ma ce ne sono poche e il più delle volte sono distanti dal proprio paese. Io sono stata fortunata, mio padre appena finiva di lavorare mi portava a Torino, facendo 50 km all’andata e altrettanti al ritorno, 3-4 volte a settimana e quindi era un sacrificio grande. Altre ragazze non hanno avuto questa possibilità e spesso anche i genitori non supportano la propria figlia e non le permettono di giocare a calcio considerandolo uno sport per maschi. Queste sono le barriere che bisognerebbe riuscire ad abbattere per far crescere il calcio femminile: la logistica e il pensiero comune”.
Parlando dell’evoluzione che ha avuto il calcio femminile in Italia negli ultimi dieci anni ci sono stati due step importanti, lo sciopero del 2015 per l’abolizione del vincolo sportivo, poi revocato, e il passaggio al professionismo il 1° luglio 2022 …
“La nostra generazione è stata quella che ha impresso una svolta all’evoluzione del calcio femminile. Le ragazze che ci hanno preceduto hanno sempre lottato per i diritti e noi abbiamo proseguito il percorso. Nel 2015 attraverso questo sciopero, che poi è stato revocato, volevamo assolutamente dare un segnale, cercare di trovare dall’altra parte delle persone disposte al cambiamento. I punti fondamentali erano tre: l’abolizione del vincolo sportivo, la possibilità di firmare contratti di più anni e l’istituzione di un fondo di garanzia. Alla fine siamo state ascoltate. In primis dobbiamo ringraziare Sara Gama che è stata la pioniera e ci ha indirizzato, ci ha illuminato e noi l’abbiamo seguita. La cosa bella è stata che tutte le calciatrici italiane si sono unite in questa “lotta” e questo ci ha permesso di fare veramente un passo avanti”.
Quando era piccola non aveva dei modelli di calciatrici da seguire, essere invece un’ispirazione per le bimbe di oggi è più una responsabilità o un orgoglio?
“E’ più un orgoglio e sono contenta che le bambine possano vedermi come un esempio. In realtà sono rimasta la stessa persona di prima, nonostante sia un po’ più conosciuta. Se sono arrivata fin qui vuol dire che forse mi sono comportata nel modo giusto, che ho fatto qualcosa di buono. Quando al termine delle partite le bambine dicono che vogliono diventare come me io sorrido e mi fa un po’ strano ma probabilmente se oggi fossi una di loro, se avessi avuto la possibilità di sognare e vedere dove sarei potuta arrivare, mi sarei ispirata a noi calciatrici”.
Ha creato anche un camp estivo per le bambine nel suo paese di origine, Bricherasio…
“Era da un po’ di tempo che avevo questa idea ma non ero ancora riuscita a concretizzarla. La scorsa estate ho deciso di provarci per vedere se questo progetto potesse piacere sia a me che alle bambine, così con la mia manager abbiamo realizzato questo camp estivo nel mio paese, dove ho iniziato a giocare a calcio. L’obiettivo era far allenare insieme le bambine fino ai 13 anni per far loro assaporare la bellezza di giocare in una squadra femminile. Erano felicissime così come i genitori, quindi per me è stata un’esperienza speciale e sto cercando di portare avanti questo progetto”.
Se dovesse pensare a quattro immagini significative del suo percorso calcistico da quando ha iniziato da bambina fino ad oggi quali le vengono in mente?
“Sicuramente l’immagine con i miei compagni di squadra, da piccola. Rivedo quella bambina innocente, dolce, con la palla tra le mani, in ginocchio, con questi capelloni. La seconda è il primo scudetto vinto con il Brescia. E’ stata la squadra di transizione dal puro divertimento al pensare che potessi veramente fare qualcosa di importante nel calcio. La terza è una foto con la maglia della Nazionale al Mondiale del 2019, è stata un’emozione talmente forte che ancora adesso quando ne riparliamo, quando riguardiamo le immagini, ci commuoviamo e ovviamente speriamo di poter rivivere dei momenti così speciali e creare nuovi ricordi. Infine la prima foto di squadra che abbiamo fatto nella sede della Juventus. Eravamo tante ragazze giovani, con uno staff giovane, per me era un sogno. Sono da sempre una tifosa juventina e mai avrei immaginato di indossare la maglia bianconera”.
Quando non è impegnata con gli allenamenti, con le partite, quali sono i suoi passatempi preferiti?
“Mi piace guardare le serie tv, leggere e fare i puzzle”.

Con Cristiana Girelli e Martina Rosucci avete cantato “Calci a un pallone”, come è nata questa canzone che ha anche una finalità benefica, infatti il ricavato è stato devoluto a favore delle bambine dello Sri Lanka?
“Alberto Lagomarsini mi ha chiesto se volessi cantare questo brano per beneficenza, ovviamente ho accettato e abbiamo pensato di coinvolgere due mie compagne e amiche come Cristiana e Martina che sono state molto felici di partecipare. Volevamo dare un aiuto concreto alle donne, così abbiamo destinato il ricavato alle bambine dello Sri Lanka, che sono orfane oppure vittime di violenza, e vengono accolte in questo centro. Ci siamo appoggiate a Specchio dei tempi perché era una delle associazioni con cui collaboravo sul territorio torinese e di cui ho assolutamente grande stima e fiducia”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Francesca Procopio
