“Gli studenti saranno le nuove leve lavorative e quindi è importante sensibilizzare su questi temi partendo dalle scuole, permettendo loro di toccare con mano cosa significhi lavorare e i rischi connessi se non si rispettano i criteri di sicurezza”. Luca Bianchini ha scritto il soggetto e cura la regia di “Articolo 1” nelle sale dall’11 dicembre, distribuito da LSPG Popcorn, prodotto da Alveare Cinema in collaborazione con Rai Documentari.
Il docufilm, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2025, è un omaggio alle vite spezzate sul lavoro: un invito a non dimenticare, a restituire dignità alle persone e a riflettere su un sistema che troppo spesso considera i lavoratori numeri, non esseri umani.
La prima storia è quella di Lucia, una giovane donna rimasta vedova con due figli piccoli, che ripercorre il giorno in cui il marito Luca, operaio stradale, è rimasto sepolto sotto una frana improvvisa. Il secondo racconto è quello di Raffaella, unica testimone ancora in vita, ex camionista di Fondi, ora sulla sedia a rotelle dopo una caduta dalla cabina del camion, che ricostruisce i ritmi massacranti delle due settimane precedenti l’incidente. Nella terza storia viene raccontato Sandro, o meglio la sua assenza, attraverso le parole del fratello, dei famigliari e dei colleghi della cartiera toscana in cui lavorava da decenni.
A introdurre e chiudere il docufilm sono gli interventi di due figure da anni impegnate sul tema delle morti e degli infortuni sul lavoro: il giornalista Marco Patucchi e il magistrato Bruno Giordano.
Il 10 dicembre a Monterotondo c’è stata una proiezione speciale di “Articolo 1” in ricordo di Octav Stroici, l’operaio rimasto sepolto dalle macerie nel crollo della Torre dei Conti ai Fori Imperiali del 4 novembre e deceduto in ospedale dopo un’estrazione durata undici ore e di Daniele Cucchiaro, schiacciato dal muletto su cui stava lavorando lungo le sponde del Tevere, all’altezza di piazza Trilussa, l’8 settembre scorso.

Luca, com’è nata l’idea del docufilm “Articolo 1”, il cui titolo si ricollega all’articolo 1 della Costituzione Italiana che afferma che “l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”?
“La genesi di Articolo 1 è ispirata alla rubrica “spoon river” del giornalista Marco Patucchi, pubblicata su La Repubblica, in cui tentava di andare oltre i numeri che quotidianamente vengono propinati relativamente al dramma delle morti sul lavoro, cercando di capire cosa si celasse dietro. Siamo partiti da tante storie per poi scremare e restringere sempre di più il campo fino ad arrivare a tre. Personalmente ho un grande pudore nell’andare a raccontare le emozioni degli altri, non mi piace quella che chiamo “pornografia comunicativa”, cioè entrare nelle sfere emotive della gente. Quindi mi sono approcciato a queste storie in punta di piedi. Non volevo fare un reportage con le interviste, ma realizzare un docufilm che riguardasse persone come Raffaella che è sopravvissuta ad un incidente sul lavoro, come Luca e Sandro che purtroppo non ci sono più. E’ un film sugli echi rimasti di queste persone. Mi interessava raccogliere degli estratti di conversazioni tra esseri umani”.
Sono tre storie diverse, che affrontano anche tematiche differenti, penso a Lucia e alla preoccupazione per il futuro dei suoi figli che sono rimasti senza il papà, a Raffaella che è l’unica sopravvissuta e alla nuova vita che sta vivendo dopo l’incidente e a Sandro, morto in una cartiera toscana. E poi ci sono gli interventi del giornalista Patucchi e del magistrato Giordano che vanno a legare queste tre storie…
“La prima storia sulla quale ho iniziato a lavorare circa un anno fa è stata quella di Raffaella. Abbiamo passato quattro giorni insieme a casa sua, a Fondi (Lt), ed è stato un lavoro di pazienza, in cui tutto è sempre stato concordato insieme, quello che voleva dire e quello che non voleva dire. Ci sono delle parti molto belle del racconto di Raffaella legate al privato, a come è cambiata la sua vita, che abbiamo scelto di non inserire nel docufilm. Per quanto riguarda Lucia, io mi chiamo Luca come suo marito che è morto in un incidente nel cantiere dove stava lavorando e ogni volta che qualcuno mi chiamava per chiedere qualcosa, sua figlia correva dalla mamma e si attaccava a lei. Questo dà la misura del trauma e dello squarcio che ha vissuto questa famiglia. La terza storia, quella che mi fa battere tanto il cuore, è quella di Sandro, questo uomo misterioso con le mani grandi, che il fratello non conosce bene, e si capisce solo alla fine che lavoro faccia e che cosa sia successo. Le riprese sono durate un mese. Marco Patucchi ha fatto il preambolo al docufilm mentre Bruno Giordano la conclusione. Mi fa piacere che tu abbia percepito i loro interventi come una sorta di legame tra le storie, perchè volevo fare in modo che le loro parole rappresentassero delle persone e non delle istituzioni. Il centro del racconto per me sono le tre storie e mi auguro che parlino da sole. Io non voglio lanciare né accuse né proclami ma spero che “Articolo 1” possa indurre gli spettatori a fare delle riflessioni. Una frase che personalmente mi ha colpito è quando nell’ultimo quadro prima dell’intervento di Bruno Giordano, la ragazza del circolo dice “uno esce per andare a lavorare e non torna più a casa”. Io non so di chi sia la colpa, non ho delle risposte ma spero che ognuno possa darsi la propria”.

Nel corso del docufilm ci sono altre frasi molto intense e significative come quando Raffaella dice che “è meglio perdere cinque minuti per le protezioni anziché perdere la vita” oppure “lavorare per vivere e non morire di lavoro” …
“Io penso che il lavoratore acquisisca questa cultura della non sicurezza sul lavoro essendo vessato da un sistema che non ti lascia spazio, perché se tu non lavori in quel modo e non tieni i ritmi richiesti ci sono altre quaranta persone dietro di te pronte a rimetterci la vita. Siamo tutti coinvolti in quanto la responsabilità è di questa società. Raffaella afferma anche “la casalinga che vuole il cespo di lattuga verde tutti i giorni non sa che cosa c’è dietro”, cioè tre giorni senza dormire perché tu devi consegnare entro i tempi stabiliti. Se non è schiavismo questo mi domando che cosa sia”.
Purtroppo viviamo in una società basata sul profitto, sul fare le cose velocemente …
“Se pensiamo anche ai rider che vengono a consegnarci a casa il sushi che abbiamo ordinato mentre noi comodamente seduti sul divano guardiamo un film, dovremmo chiederci chi c’è dietro a quel cartone… Sono persone che non hanno diritti, delle quali nessuno si preoccupa se hanno un incidente mentre fanno le consegne. E’ una società che non fa sconti e non fa prigionieri. Allora come dice Bruno Giordano dovremmo fare solamente pragmatismo. I controlli ci sono e devono essere effettuati e a forza di reprimere la cultura sbagliata riguardo al modo di lavorare forse qualcosa cambierà in meglio”.
Nel finale del docufilm vediamo il magistrato Bruno Giordano che parla ai giovani, quindi partire dalle scuole per sensibilizzare sul tema della sicurezza sul lavoro può essere secondo lei una delle strade da percorrere?
“Secondo me sì. Quello che non vorrei sentire sono i proclami, le parole vuote e ipocrite come “mai più morti sul lavoro” pronunciate sui palchi in piazza. Gli studenti invece saranno le nuove leve lavorative e quindi è importante sensibilizzare su questi temi partendo dalle scuole, permettendo loro di toccare con mano cosa significhi lavorare e i rischi connessi se non si rispettano i criteri di sicurezza. In questo modo magari le cose cominceranno a cambiare”.
Sarebbe importante far vedere questo docufilm anche nelle scuole …
“In parte sta già avvenendo, nei giorni scorsi c’è stata la proiezione e la presentazione nelle sale, io non ho potuto essere presente a Palermo dove c’erano i ragazzi di tre istituti, così ho mandato un videomessaggio dicendo: “guardate quello che accade e arrabbiatevi, lottate per i vostri diritti, perché lavorare per vivere è un diritto, non morire per andare a lavorare”. Mi auguro che questo docufilm possa essere visto da tanti giovani”.
A quali progetti sta lavorando?
“Sto lavorando su un’idea che riguarda gli spazi che le FS hanno adibito in tutta Italia a centri d’ascolto per assistere le persone in difficoltà. Al momento sto facendo dei sopralluoghi. Quando camminiamo per strada e incontriamo qualcuno che ci chiede la carità non lo guardiamo quasi mai in faccia, come se non volessimo vedere quella realtà che invece ci riguarda, perché è uno specchio della nostra società e anche noi un giorno potremmo trovarci nella stessa condizione. Vorrei quindi raccontare chi sono queste persone in difficoltà e chi sono quelle che le ascoltano, trovando una parola in comune. Mi piacerebbe realizzare una serie su questo argomento”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Cristina Scognamillo
