Intervista con Viola Graziosi, a teatro con “Quartett”: “La crisi che stiamo vivendo, intesa come trasformazione, come cambiamento profondo e radicale, riguarda tutti noi”

“E’ un testo che pone delle domande sulle questioni dell’oggi, che riguardano me come persona e smuovono delle sensazioni in me come attrice”. Viola Graziosi è protagonista, insieme a Maximilian Nisi, di “Quartett”, la celebre pièce di Heiner Müller, con la traduzione di Saverio Vertone, prodotta dal Teatro della Città – Centro di Produzione Teatrale, in scena dal 27 gennaio al 1° febbraio al Teatro Parenti di Milano.

Ispirata al celebre romanzo Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, l’opera di Heiner Müller non racconta una storia, ma scava un abisso. Al centro della storia ci sono la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont, due figure emblematiche dell’aristocrazia del XVIII secolo, spogliate di ogni maschera sociale, chiuse in un bunker fuori dal tempo e dallo spazio.

Il cuore del dispositivo scenico è però lo scambio di ruoli: Valmont diventa Merteuil, Merteuil interpreta Valmont. Poi impersonano Madame de Tourvel e Cécile de Volanges, le vittime sedotte. Le identità si mescolano, si sovrappongono, si deformano. Il corpo dell’altro diventa maschera, specchio, campo di battaglia.

Müller affonda la penna nella carne dei personaggi con sarcasmo, crudeltà e una lucidità spietata, mettendo in scena un teatro della mente dove il potere e la seduzione sono atti terminali.

credit foto Azzurra Primavera

Viola, è protagonista con Maximilian Nisi di “Quartett” di Heiner Müller. Come si è approcciata a questo testo?

“Abbiamo cercato di indagare le persone di mezzo, non solo i mostri che ci indica Müller, e che forse sono molto vicini a quelli odierni. Ci sembrava in qualche modo superata l’idea di voler rappresentare una donna “mostro”. Pertanto, visto che nell’opera questi personaggi continuano a mascherarsi e a fare da specchio all’altro, incarnando forme diverse, abbiamo immaginato un uomo e una donna X, quindi senza connotazione, che però di volta in volta assumono le sembianze di figure maschili e femminili. Infatti io interpreto Valmont e poi Madame de Tourvel.  Rispetto agli anni Ottanta, epoca in cui è stato scritto questo testo, sono cambiate tante cose ma la materia rimane perfettamente attuale, contemporanea. E’ invece diverso il modo di raccontarla. Le parti più umane sono costituite da questo uomo e da questa donna che non sono dei mostri, che vorrebbero essere puri ma sono peccaminosi. Nel corso dello spettacolo vediamo poi anche cosa accade con l’estremizzazione di queste figure e cosa precede questo tipo di incontri”.

Quali domande si è posta attraverso questo spettacolo e quali riflessioni vorrebbe che arrivassero al pubblico?

“E’ un testo che pone delle domande sulle questioni dell’oggi, che riguardano me come persona e smuovono delle sensazioni in me come attrice. Io posso indagare questa materia, per poi condividerla, se la trovo interessante come potenziale spettatrice. Questa è la funzione del teatro. La prima domanda è: cosa rimane tra l’uomo e la donna in un’epoca in cui si ha sempre più paura dell’incontro con l’altro e si preferisce guardare se stessi allo specchio? Probabilmente siamo arrivati ad una soglia quasi di rinuncia all’altro. Oggi abbiamo amici e confidenti che possono essere virtuali o anche ChatGPT, e se sono persone umane si nascondono dietro le maschere dei social. Questo accade nella quotidianità molto più spesso che nel teatro, che è un luogo di gioco e di sperimentazione in quanto laboratorio alchemico, in cui è come se mettessimo gli ingredienti e avessimo dei pupazzi, però in carne ed ossa, che propongono delle visioni metaforiche che ci restituiscono uno specchio di noi. L’aspetto meraviglioso è la convenzione teatrale per cui tutti sappiamo che stiamo facendo finta, che siamo uno di fronte all’altro, esseri umani, attori e spettatori, per costruire una materia che ci fa da specchio. Non abbiamo risposte, possiamo invece cogliere delle indicazioni relative a quello che non ci piace e provare a cambiarlo”.

Nello spettacolo le identità si mescolano, si sovrappongono, il corpo diventa maschera, a livello attoriale quanto è interessante interpretare questi personaggi?

“È molto interessante proprio perché attualmente, secondo me, c’è una crisi dei ruoli dell’uomo e della donna e ci si ribella ad una serie di dinamiche che un tempo erano più convenzionali, come la suddivisione dei compiti, con la donna che si occupava di fare figli e di badare alla casa e il marito di lavorare e portare i soldi. Oggi la rivoluzione femminile ha fatto sì che giustamente la donna abbia aperto tutto il suo potenziale e quindi le differenze sembrano da un certo punto di vista annullate. Dall’altra parte però permangono perché siamo diversi, anche fisicamente, basta guardare i corpi di un uomo e di una donna. Si parla anche di fluidità di genere, ma la fluidità è interna, non è esterna. Questo è già un punto di partenza. La crisi che stiamo vivendo, intesa come trasformazione, come cambiamento profondo e radicale, riguarda tutti. Noi ci poniamo delle domande attraverso il teatro che cerca di dare risposte organiche, psicofisiche, non scientifiche, per cui poter giocare con maschere vere, con una persona, che è attore e strumento, che mostra e che fa vibrare determinate corde, ci auguriamo possa smuovere delle riflessioni, perché noi per primi ci chiediamo cosa rimane della guerra tra i sessi o se è ancora possibile incontrarci e conoscerci”.

Oggi effettivamente sembra sempre più difficile trovare una risposta a queste domande e anche l’incontro e l’ascolto delle persone è molto più complicato …

“Assolutamente sì, e poi c’è anche un altro tema, che in quanto donna, mi sta a cuore: quello della violenza che il femminile subisce. Nello spettacolo abbiamo questi due estremi, l’uomo mostro e la donna mostro, dentro i quali prima c’erano un uomo e una donna “normali” con i loro pregi e difetti. La società ha tentato di “catechizzare” gli uni e gli altri, di educarli attraverso regole di religione, di educazione, di morale e di etica, ma oggi tutti questi paradigmi sembrano scoppiati e allora è lì che andiamo a reinterrogarci sulla questione. La violenza è una tematica molto delicata da affrontare. Vedo con facilità odio, slogan, etichette affibbiate alle persone. In ambito teatrale, non parlo ovviamente della vita reale, i mostri sono le prime vittime di loro stessi, pertanto ci vuole molta più comprensione per arrivare a non dire che il responsabile è l’altro ma che sono io e da lì iniziare un percorso interiore. Tutto questo si traduce nell’atto pratico, nelle piccole cose del quotidiano che ci riguardano, al fatto che siamo portati a prendere delle posizioni o fare delle scelte importanti per noi e per gli altri. Le piccole scelte contengono poi i grandi possibili cambiamenti o purtroppo le tragedie”.

Effettivamente se una persona non conosce se stessa, non può neanche poi rapportarsi con gli altri …

“È inutile dire a me non potrebbe mai succedere una determina cosa. Come posso giurare che nella vita non avrò mai un raptus ad esempio? Posso impegnarmi e cercare di conoscermi ogni giorno di più, lavorando perché questo non avvenga. Parto da me perché mi ritengo in primis lo spettatore che vuole andare a teatro, l’essere umano e la donna che vuole cercare di comprendere qualcosa e di vivere al meglio il tempo che ci è dato”.

credit foto Azzurra Primavera

Condivide il palcoscenico con Maximilian Nisi, che è anche il regista di “Quartett” …

“Sono molto felice e grata per questa opportunità. Con Maximilian c’è una bella e rara intesa artistica, un interessante confronto, una grande fiducia, che costituiscono la base per arrivare in luoghi che credo nessuno di noi due conosceva prima, uscendo dalla comfort zone e facendo insieme qualche nuovo passo”.

Nella sua carriera ha interpretato sul palcoscenico tante grandi donne della mitologia, penso a Medea, Fedra, Circe, Elena, Clitemnestra. Quali riflessioni hanno aggiunto al suo percorso?

“E’ stata proprio una scuola, soprattutto i personaggi del mito sono archetipi e quindi contengono i valori di base di ciascun essere umano, in questo caso del femminile. Io però ho cercato sempre di portarli a qualcosa che potesse essere umano, per farli diventare una persona in carne e ossa. Averli attraversati tutti è stato come frequentare le medie, le superiori e anche l’università e mi ha trasmesso grandi insegnamenti. Le ultime due donne della mitologia che ancora non ho interpretato sono Antigone e Ifigenia ma forse ora sono un po’ troppo giovani per me come età. Penso che sia interessante trovare l’umanità nei grandi personaggi della mitologia e quindi renderli vicini a noi, così come nelle persone del quotidiano ritrovare quelle forme archetipiche”.

Ha curato la direzione artistica del PolverigiFest 2025, che esperienza è stata?

“È stato entusiasmante. Il PolverigiFest è un festival multidisciplinare, mi sono messa veramente dalla parte del pubblico offrendo un ventaglio di proposte che hanno un senso e che sono state scelte per poter fornire un’esperienza di gusto e di anima. Credo che il teatro debba essere un luogo piacevole, una risorsa, un incontro tra esseri umani. Adesso stiamo preparando il cartellone della stagione 2026 e l’obiettivo è cercare di far star bene le persone quando assistono agli spettacoli e anche il giorno dopo, quando si sveglieranno nutrite, arricchite dalla visione di uno spettacolo che ha regalato loro qualcosa di piacevole e benefico, nonché la possibilità di affrontare le fatiche quotidiane con una visione e con una serenità diverse. La cultura fa parte dei nutrimenti primari, solo che non riguardando apparentemente la nostra sopravvivenza a volte non è percepita come tale. Bisogna quindi far comprendere alla gente che il lavoro culturale e artistico ha questa funzione, è l’offerta di un servizio e quindi ha un’utilità immediata”.

Quali sono i suoi prossimi progetti? 

“Quest’estate debutterò con uno spettacolo molto bello, l’Orlando di Virginia Woolf con la regia di Giuseppe Dipasquale che ne cura anche l’adattamento, e poi lo porteremo in scena nella prossima stagione. Anche in questo caso torna la questione del genere, in quanto Orlando nasce uomo e dopo qualche secolo si risveglia donna. E’ un testo fondamentale che ci può offrire la possibilità di indagare il rapporto uomo-donna all’interno allo stesso essere umano. Con me in scena ci saranno Arturo Cirillo, David Coco e altri attori, siamo una bella compagnia, la produzione è di MarcheTeatro con la quale c’è una bellissima intesa artistica. Inoltre porto in scena un monologo tratto da L’invenzione occasionale di Elena Ferrante, un’autrice di cui non si conosce la reale identità. Lo spettacolo prende ispirazione dagli articoli che lei ha scritto per il quotidiano The Guardian nel 2018 su argomenti quali l’amicizia, la nascita, l’amore, l’emancipazione femminile, il cambiamento climatico. Il regista Andrea Giannoni ha curato anche la drammaturgia. La scrittura di Elena Ferrante è sempre acuta e intelligente e gli spettatori si riconoscono nelle sue parole, nei suoi sentimenti. Lavorandoci e studiandola ho capito che Elena Ferrante è l’amica geniale di tutti noi”.

E’ anche una lettrice di audiolibri, quanto è più complesso rispetto al ruolo attoriale o al doppiaggio, raccontare questi personaggi, queste storie, soltanto con la voce, senza l’utilizzo del corpo e dei gesti?

“E’ stupendo ed è ciò che si avvicina di più al teatro, perché comunque richiede un’interpretazione, e in qualche modo anche al doppiaggio, sebbene in quel caso è una traduzione. In un libro l’autore ha già detto tutto, mentre i testi teatrali sono per me quasi delle mappe del tesoro in cui ci sono delle indicazioni e il tesoro può essere scoperto solo in scena, attraverso lo scambio con gli spettatori. Far suonare un romanzo vuol dire renderlo umano, perché è una voce che vive, che contiene, che trasmette, è un compito delicatissimo e magnifico. L’ascolto è il primo senso che si sviluppa in noi, si dice che ascoltiamo quando ancora siamo nella pancia della mamma, che sentiamo la sua voce, quindi leggere gli audiolibri vuol dire entrare in quella voce interiore che sta dentro la nostra testa. Si crea così un legame con il lettore, è come se fossi l’antenna ricetrasmettente tra le parole scritte e la persona che le riceve. Il corpo è sempre in azione e il fatto che non si veda ci rende liberi di vivere quest’esperienza, di immaginare quello che vogliamo, di far vibrare la materia. La lettura non è perfetta, ma è nella sua umana imperfezione che passa attraverso il mio canale emotivo e arriva al lettore che non vedendomi non è condizionato dal giudizio, dall’immagine che ha di me. Leggere per sè è un’esperienza intima e personale, far leggere un libro da un altro diventa relazione e condivisione”.

di Francesca Monti

credit foto copertina Tommaso Salamina

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