La testimonianza della Senatrice a vita Liliana Segre alla trentesima edizione della “Memoria della deportazione dalla Stazione di Milano”: “La vita ha fatto sì che quella ragazza che era sola ad Auschwitz da anziana è diventata una donna di pace”

Si è svolta la trentesima edizione della “Memoria della deportazione dalla Stazione di Milano”, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Comunità Ebraica di Milano e dal Memorial della Shoah di Milano.

Il cardinal Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, nel suo intervento ha detto: “Sento tanta emozione ad esser qui oggi, con Liliana Segre, ripensando a quel 30 gennaio in cui da bambina salì su un treno. I luoghi sono importanti perchè ci aiutano a vedere e a rivivere. Ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazioni per i pur drammatici problemi dell’inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. E’ indispensabile la memoria perchè fa rivivere con consapevolezza o anche solo trasmettere il ricordo perchè sarà fecondo di consapevolezza e di scelte per il futuro”.  

La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta, partita per Auschwitz dalla Stazione Centrale all’età di tredici anni, il 30 gennaio 1944, ha offerto la sua toccante testimonianza: “Pochi giorni fa sono andata a ricordare la famiglia Morais quando hanno posato le Pietre d’Inciampo a loro nome. Mi sono ricordata, come fosse una cosa appena successa, che quando io e mio papà eravamo a San Vittore da qualche giorno, abbiamo incontrato la famiglia Morais che era composta da sei persone, le Pietre poi furono quattro: i genitori, due figli, uno di 13-14 anni e una ragazza più grandina e i nonni. Erano stati respinti dalla Svizzera come noi e fatti prigionieri. In quelle poche ore in cui ci era permesso di parlare con gli altri prigionieri, mio padre notò come la signora Morais fosse una mamma straordinariamente affettuosa con i suoi figli. Aveva amore e pena per loro. Mio padre che era vedovo da tanto tempo e che faceva da madre e da padre per me, notò questa signora così materna, così dolce, e le chiese, dovunque saremmo andati, la meta fu poi Auschwitz, ma noi non lo immaginavamo, di far da mamma anche a me non appena saremmo stati separati, uomini e donne. Questa signora accettò e papà mi disse di starle sempre vicino. Ci fu il viaggio, su quei carri bestiame, e attraverso quei piccolissimi finestrini vedevamo passare l’Italia, l’Austria e quel treno ci portava sempre più lontano. Arrivammo, fummo fatti scendere a calci e a bastonate dai vagoni e mi misi vicino alla signora Morais. Uomini di qui, donne di là. Io salutai mio padre, pensando di vederlo la sera stessa, invece fu l’ultima volta anche se allora non lo sapevo. Io mi misi davanti alla signora Morais che abbracciava i suoi due figli ed eravamo disposti su due fila. Ero una delle prime della fila. Dissi che ero sola, era una delle poche che sapevo in tedesco in quanto faceva parte di una canzone del tempo che parlava di Vienna. Mi mandarono a sinistra. Alla signora Morais non chiesero nulla, fu mandata a destra con i suoi figli e morì quel giorno. Io per obbedire a mio papà feci di tutto per andare con lei, non volevo stare da sola ma non si poteva scegliere. Rimasi in questa fila e ancora oggi a 95 anni sono qui a raccontare questa storia di quando ne avevo 13. Quando ero alla cerimonia di posa delle Pietre di inciampo dei Morais rivedevo quella scena. E una delle ragioni per cui qualche anno fa ho smesso di testimoniare è che era difficile raccontare la Shoah da vecchi perchè la differenza tra la me di allora e quella che sono oggi in realtà non c’è. Sono rimasta là, ma la vita ha fatto sì che quella ragazza che era sola ad Auschwitz da vecchia, nonostante chi mi odia, chi mi dice parole che neanche conoscevo, è diventata una donna di pace”.

Un rappresentante dei Giovani per la Pace, movimento di Sant’Egidio, ha portato una testimonianza di impegno a favore del “vivere insieme” e del rifiuto dell’indifferenza, mentre un giovane rifugiato ha raccontato la fuga dal suo paese e l’accoglienza in Italia.

Un intervento musicale rom ha ricordato lo sterminio dei rom e dei sinti, gli studenti del coro del Liceo Carducci hanno invece eseguito musiche e canti.

La commemorazione è giunta quest’anno alla sua trentesima edizione consecutiva, da quando – il 30 gennaio 1997 – la Comunità di Sant’Egidio e la Comunità Ebraica, insieme con Liliana Segre, e poi negli anni anche con Nedo Fiano e Goti Bauer, si ritrovarono per fare memoria della deportazione nel luogo da cui partirono i convogli per i campi di sterminio che allora era un umido e buio sotterraneo; da quel ricordo, ripetuto ogni anno, è nata l’idea del Memoriale della Shoah.

All’ingresso del Memoriale, Liliana Segre ha voluto scritto a caratteri cubitali la parola “INDIFFERENZA” per ricordare l’indifferenza dei milanesi di allora di fronte a quanto accadeva sotto i loro occhi e per richiamare con quel monito la responsabilità di ciascuno nel presente.

credit foto Facebook Memoriale della Shoah

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