Alice De Andrè è già stata applaudita al teatro Gerolamo come regista e drammaturga con la compagnia dei ragazzi Asperger della Scuola Futuro Lavoro, mostrando le sue ottime capacità, ora si presenta invece sul palco, in prima nazionale, con uno spettacolo tutto suo.
Alice entra in scena con un cognome che non si può sussurrare. Di quelli che arrivano prima di te, che sollevano aspettative, che creano equivoci. Tutti si aspettano quel qualcosa. Ma Alice no. Alice non canta De Andrè.
Non per ribellione, né per distanza. É che la voce di Alice non imita, racconta. Non si alza per fare il verso: si abbassa per farsi ascoltare.
C’è un violoncello sul palco. C’è una storia – anzi, tante. Un nonno mai conosciuto, canzoni che hanno segnato i passi, profumi di Sardegna, ricordi rubati, domande senza risposta, momenti buffi, teneri, spiazzanti. E poi c’è lei, Alice, che prova – con grazia e un’ironia disarmata – a diventare sé stessa. Con un cognome pesante sulle spalle e una leggerezza tutta sua nei piedi. Non è uno spettacolo su De Andrè. É uno spettacolo dopo De Andrè. É un omaggio rovesciato. Un modo per dire: “Sì, mi chiamo così. Ma adesso, ascolta il resto”.
