“Questo spettacolo è un’esperienza nuova ogni sera, è un viaggio in profondità”. Attore carismatico e trasversale, doppiatore e direttore del doppiaggio, Giorgio Borghetti è in scena fino all’8 marzo al Teatro Carcano di Milano con “Moby Dick”, prodotto da Compagnia Molière, Teatro Quirino, Centro Teatrale Bresciano, in cui interpreta Stubb.
Moby Dick non è una balena, è una condanna, una maledizione che diventa sfida tra uomini. Il Pequod è il vascello stregato che porta la ciurma verso la perdizione. Il doblone d’oro sull’albero del Pequod e il patto di sangue dei marinai sono la chiamata mefistofelica verso gli abissi della non-conoscenza.
Achab (Moni Ovadia) è ossessionato dalla vendetta, è uomo empio che disconosce Dio, l’uomo dell’oltre e della violazione. Starbuck (Matteo Milani) è il suo alter ego, voce della prudenza, della coscienza, testimone di una visione teocentrica che si scaglia contro la blasfemia dell’odio di Achab verso la balena bianca. In questo Moby Dick diretto da Guglielmo Ferro la narrazione teatrale inizia sul Pequod, dove si consumerà la tragedia di tutti i personaggi – Queequeg, Pip, Ismaele, Lana caprina, Tashtego, Flask, Daggoo, Stubb, Fedallah – in un susseguirsi frenetico di tempeste, battute di caccia, avvistamenti, bonacce, canti, riti pagani e preghiere.

Giorgio, è in scena al Teatro Carcano di Milano con “Moby Dick”, come si è approcciato a questo capolavoro di Melville?
“Insieme a Matteo Milani siamo entrati nello spettacolo nel corso della seconda stagione, quando il Pequod era già in navigazione, quindi catapultarsi all’interno di questo meraviglioso e folle viaggio è stato abbastanza complesso. Era una macchina rodata e abbiamo avuto pochissimo tempo per prepararci perché io avevo appena finito di portare in scena La vedova scaltra di Goldoni con Caterina Murino, mentre Matteo aveva concluso la tournée di Brokeback Mountain. In sei giorni siamo saliti su questa nave. Il disegno registico era già stato delineato da Guglielmo Ferro, noi ci siamo in qualche modo dovuti adattare e abbiamo portato la nostra umanità. E’ uno spettacolo faticoso fisicamente. La scenografa Fabiana Di Marco ha scelto di mettere la tolda della nave in obliquo e quando sei in scena in teatri come per esempio il Masini di Faenza che ha già una pendenza del 7% è ancora più difficile, però rende proprio l’idea di essere su una nave, quindi da una parte ti affatica, dall’altra ti aiuta dal punto di vista dell’interpretazione. E’ faticoso anche dal punto di vista psicologico ed emotivo perché questi poveri disperati seguono le indicazioni del folle Capitano Achab che è ossessionato dalla balena bianca. L’unico che cerca di fermarlo è il primo ufficiale Starbuck”.
In Moby Dick interpreta Stubb …
“Stubb all’inizio è molto guascone, giocherellone, è un ubriacone, probabilmente non ha una famiglia che lo aspetta una volta tornato a casa e pensa che i Capitani delle navi non infrangano la legge. La storia di Moby Dick è conosciuta, quindi in qualche modo cerca di ricredersi, di appigliarsi a un minimo di buonsenso, cosa che Achab purtroppo non ha”.
In “Moby Dick” vengono affrontate tante tematiche sempre attuali, dal superamento del limite umano alla vendetta, all’incontro con l'”altro” dato che l’equipaggio è multiculturale …
“Sono temi meravigliosi, dall’andare oltre il proprio limite perché, nonostante gli manchi una gamba, il Capitano Achab ancora salta sulla tolda della nave come se niente fosse ed è l’ossessione che lo rende così forte, fino all’inclusività. Abbiamo peraltro in scena un attore straordinario, Pap Yeri Samb, di origine senegalese, e soprattutto c’è una grande umanità in questi personaggi, che hanno ognuno una propria storia e il pubblico si affeziona a loro. Tutti comunque, come dice Stubb, vogliono tornare vivi sulla terraferma perché una volta che solchi il mare e inizi ad affrontare un viaggio vuoi far poi ritorno a casa”.

Qual è il suo rapporto con il limite?
“Mio figlio un giorno mi ha detto “papà tu sei quello che mi mette più limiti ma che mi fa sentire più libero”. A volte abbiamo bisogno di limiti per scoprire la nostra libertà e riuscire magari a superarli un po’ per volta, altrimenti c’è il rischio di farsi male, come accade ai protagonisti dello spettacolo. Ti racconto un aneddoto: una sera, a Siena al termine dello spettacolo, una signora molto elegante mi ha confidato che ad un certo punto ha pensato che Moby Dick non esistesse ed è una chiave di lettura interessante, in quanto ognuno combatte con il mostro che ha dentro di sé e all’infuori di sé e a volte creiamo anche dei fantasmi nella nostra testa”.
Chi è Moby Dick oggi, chi sono i mostri?
“Mai avrei pensato di vivere delle guerre. Moby Dick oggi è credere a quello che ci propinano. L’uomo purtroppo non impara da ciò che ha vissuto nel passato e continua secondo me a sbagliare, con l’aggravante che adesso molte cose che ci fanno vedere non sono vere ma vengono mistificate. Fatico a pensare che quello che mi circonda sia frutto di un destino”.
E’ un viaggio verso l’ignoto, anche interiore, quello che intraprendono i protagonisti di “Moby Dick”. Che viaggio artistico e umano è per lei portare in scena questo spettacolo?
“Moby Dick è un’esperienza nuova ogni sera, è un viaggio in profondità che compie ogni singolo attore. La parte che mi piace di più è che ognuno di noi si guarda negli occhi e pur sapendo che tutto quello che stiamo raccontando è finto, stiamo giocando in modo serio, come dice Antonello De Rosa, in quanto il pubblico ci crede veramente e ci crediamo anche noi. C’è una frase bellissima pronunciata dal mio personaggio: “neanche noi abbiamo più il coraggio di guardarci negli occhi per non vedere lo sconforto reciproco”. Quando questo accade vuol dire che hai paura di aver superato quel limite”.

C’è stato un viaggio, attoriale o geografico, che ha fatto e che in qualche modo ha portato ad un cambiamento?
“Il viaggio che ti voglio raccontare è legato alla mia vita personale, non l’ho fatto in auto, in treno o in nave. E’ invece la prima pista da sci che ho percorso da solo e che mi ha fatto capire che si può stare bene anche soli”.
Lo sci è una delle sue grandi passioni …
“Sono un grande appassionato di sci. Ho seguito recentemente i Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026, ho avuto molte gioie e soddisfazioni … così tante medaglie non erano mai state vinte dall’Italia. Mi sembra che l’evento abbia avuto una buona riuscita sia dal punto di vista mediatico che sportivo”.
Come nasce la collaborazione con Amref Italia?
“Sono stato sensibilizzato da Caterina Murino che, oltre ad essere una bravissima attrice, è una donna molto sensibile, con un’attenzione particolare verso l'”altro”, verso chi ha subito e subisce dei soprusi. Quando mi ha chiesto se volessi partecipare alla campagna mi sono sentito in dovere di ascoltare il suo invito e di assecondarlo”.
In quali progetti la vedremo prossimamente?
“Ci sarà la ripresa de La Vedova scaltra nella prossima stagione e spero vivamente che ci possa essere anche una nuova tournée di Moby Dick perché il successo che stiamo avendo è pazzesco. Quest’estate poi porterò in giro, come ho già fatto precedentemente, “Novecento” di Baricco, in cui sono accompagnato alla chitarra da Romolo Bianco, e un altro monologo che si intitola “Ciao Andrea”, una sorta di racconto-intervista per i cento anni dalla nascita di Andrea Camilleri, in cui sono affiancato da una straordinaria cantante, Simona Sciacca, che suona anche il tamburello, da un fisarmonicista, Mauro Menegazze, e da un chitarrista, Alessandro Chimienti. Sono due spettacoli agili e veloci da un punto di vista produttivo ma la regia di Antonello De Rosa fa sì che il pubblico possa uscire cambiato dall’incontro con questi due magnifici capolavori”.
Oltre che attore è anche un doppiatore, tra tutti i personaggi che ha doppiato sia nei cartoni animati che nei film e nelle serie tv, quali sono i tre che le hanno regalato maggiore soddisfazione?
“Innanzitutto Elliot in “E.T. l’extra-terrestre” perchè è stato il primo che ho doppiato, poi Neil Perry de “L’attimo fuggente” perché abbiamo una storia opposta. Lui voleva diventare attore e suo padre non era d’accordo, invece io facevo il doppiatore ma ho combattuto per tanto tempo contro questo mestiere e alla fine mi sono trovato a fare doppiaggio. Il terzo è Valentino in “Hazbin Hotel”, una serie cult, bellissima, che piace tanto ai giovani”.
di Francesca Monti
Si ringraziano Monica Menna e Pierangela Sciuto
