VENEZIA83 – “Naza”, il film che racconta i sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza: “Riteniamo che ascoltare le testimonianze renda difficile negare i crimini commessi”

E’ stato presentato in Concorso alla 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia “Naza” con la regia di Yuval Abraham e Rachel Szor. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele.

“Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?
Molte delle rivelazioni contenute nel film sono state pubblicate quasi subito dopo che ne siamo venuti a conoscenza, nei mesi successivi agli attacchi del 7 ottobre, da The Guardian, in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. Il film ci permette di esplorare qualcosa di più profondo rispetto al solo giornalismo d’inchiesta: non solo le parole pronunciate, ma anche quelle non dette, il silenzio. Spetta a tutti noi rompere quel silenzio”, ha nno esordito i registi.

“Crediamo che sia importante prendere le testimonianze e inserirle in un film. C’è voluto molto tempo ma siamo felici che ci siano state persone disponibili a parlare. Abbiamo realizzato il film con un senso di responsabilità verso la storia. I tetti rimandano a luoghi segreti dove si possano avere conversazioni intime e riservate. Volevamo anche esaminare la vita a Tel Aviv accanto a queste testimonianze molto dure per raccontare come la vita continua, cosa vedono le persone ogni giorno in tv nei tg e mostrare la differenza tra quello che gli israeliani dichiarano di aver detto e quello che viene rappresentato dalla stampa”, ha spiegato Szor.

“Sono israeliano-ebreo, anche nella mia famiglia ci sono persone sopravvissute all’Olocausto, da un lato c’è la memoria dell’Olocausto e dall’altro l’uso di questa memoria a volte come qualcosa che possa giustificare quello che è stato fatto a Gaza. Dobbiamo imparare dalla storia. Non si può mantenere il silenzio e negare ciò che succede. Ritenevamo che ascoltare le testimonianze potesse rendere difficile negare questi crimini. A Gaza l’uccisione di civili continua, è stata uccisa una bambina di sette anni mentre si recava a scuola. Sappiamo quello che accade lì ma vogliamo mettere pressioni su Israele e sui governi per fermare il genocidio. Le riprese sono al buio e riflettono il periodo che stiamo vivendo. E’ un film che non dà molta speranza ma se vogliamo vedere la luce deve esserci il riconoscimento di quanto successo”, ha aggiunto Abraham.

“Queste interviste sono state rilasciate con la condizione che fossero anonime, sono persone vere, ufficiali e soldati israeliani che hanno lavorato nei sistemi alla base dell’uccisione dei palestinesi a Gaza. Il film è stato inserito tardi in Concorso a Venezia per una nostra richiesta perchè dovevamo alterare ancora volti e nomi per nascondere l’identità dei testimoni. Siamo felici e orgogliosi di essere alla Mostra del Cinema”, ha concluso il produttore Jim Wilson.

di Francesca Monti

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