Sul palcoscenico dell’Arena, il tenore Yusif Eyazov si prepara a regalare un sogno al pubblico che ha occupato tutti i posti in vendita dell’Anfiteatro.
Concentrato, vigoroso, perfettamente intonato, può cantare con estrema passione: “Dilegua o notte, tramontate, stelle, all’alba vincerò”.
Il Direttore dell’Orchestra della Fondazione veronese, Francesco Ivan Ciampa, si ferma.
Gli applausi degli spettatori impediscono di proseguire la recita. Il momento è intenso, intriso di pathos, commovente. Lo stesso Eyazov esulta, entusiasta.
Un passo indietro. Sold out per la messa in scena di Turandot di venerdì 11 settembre all’Arena di Verona, dove l’ottima prestazione di un cast di alto livello si sposa a meraviglia con la bellissima musica dal sapore orientaleggiante della partitura di Puccini.
L’allestimento è firmato Franco Zeffirelli, che lo presentò in Arena nell’estate del 2010, curando regia e scene (i costumi sono del premio Oscar Emi Wada), e che ancora oggi si segnala per la sua magnificenza.
Non si poteva celebrare meglio la ricorrenza dei trascorsi cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, ultima opera del compositore toscano.

Eyazov conferma grosse qualità tecniche e presenta un Calaf che, accecato da una travolgente passione verso la principessa di ghiaccio, è pronto ad andare incontro alla morte per conquistarla.
La voce, voluminosa e tonante, mai soccombe dinanzi alla corposa orchestra e risulta gradevole sia nelle fasi in cui la musica riflette uno stato di romanticismo estremo, espresso dal testo del libretto (“Non piangere Liù”, “Nessun dorma”), sia nei momenti dove la tensione crescente impone un corretto adeguarsi della condotta vocale (“Gli enigmi sono tre, una è la vita!”, “Principessa di morte”).
Turandot è anche e soprattutto la scontro tra due donne agli antipodi: la Principessa, che dà il titolo all’Opera, e Liù.
I ruoli sono affidati, rispettivamente, ai soprani Anna Pirozzi e Maria Agresta.
Turandot è la “Crudele”, Liù è “bontà e dolcezza”.

Pirozzi ottiene consensi dimostrandosi padrona di un personaggio non semplice da caratterizzare sul piano musicale come anche recitativo.
Il canto dell’aria “In questa reggia”, il cui testo motiva gli atteggiamenti feroci della “figlia del Cielo” dal punto di vista sentimentale, esalta la bravura dell’affermata artista che in seguito, nella scena degli enigmi, duetta con Eyazov dando vita ad un “botta e risposta” che, supportato dall’accompagnamento orchestrale, rappresenta sicuramente una tra le pagine più interessanti e scritte da Puccini.
La Liù messa in vita da Maria Agresta non è un personaggio condannato ai margini della vicenda, ma è una presenza reale che soffre, piange e si uccide per amore di Calaf.
Due sono le arie che la coinvolgono particolarmente: le tristi “Signore, ascolta!” e “Tu che di gel sei cinta”.
Agresta mostra un fraseggio delicato, un buonissimo controllo della voce che, nei brani citati, canta anzi sussurra confidenze che non vanno urlate perché trovano origine dal profondo del cuore.
I simpatici ministri Ping, Pong e Pang (Gezim Myshkheta, Matteo Macchioni, Saverio Fiore), sono tre maschere impossibili da concepire singolarmente perché formano un trio che sembra trovare il suo completamento solo nell’unità dell’insieme.
Il brano che cantano, “Ho una casa nell’ Honan”, basato su una musica degna di una trasposizione cinematografica, serve a rivelare il sogno intimo dei ministri, che vorrebbero in fondo far ritorno ai luoghi dove vivevano in precedenza.
Da segnalare il Timur del basso Michele Pertusi, straziato dinanzi alla morte di Liù, e l’Imperatore Altoum del tenore Carlo Bosi (relegato perlopiù ad un ruolo di mera presenza scenica).
Il cast si ultima con Ankhbayar Enkhbold (Un mandarino), Eder Vincenzi (Il principino di Persia), Emanuela Simonetto e Tamara Zandonà (Le ancelle di Turandot).
Maestro del Coro Roberto Gabbiani, luci di Paolo Mazzon, movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli.
Cala un vento fresco su Verona dopo la mezzanotte ma il pubblico, riscaldato dalla gioia del riuscito spettacolo, applaude, festeggia, sorride.
di Pasquale Ruotolo
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