Paola Turci racconta “Amore a dismisura”: “Questo disco è un’autobiografia dell’anima”

A sette anni di distanza dal precedente progetto discografico, Paola Turci torna con “Amore a dismisura”, il suo nuovo disco in uscita venerdì 2 ottobre per BMG solo su supporto fisico.

Dieci i brani contenuti nell’album che è ricco di riflessioni, riferimenti cinematografici, musicali, letterari, che nasce dall’esigenza di esplorare l’amore oltre le sue definizioni più immediate e nel corso del quale l’artista attraversa fragilità, assenze, desideri e contraddizioni, ponendosi domande che non cercano necessariamente una risposta.

A dar voce a questo nuovo percorso contribuiscono anche scritture differenti: oltre a Paola Turci, firmano i brani Motta, Giuseppe Anastasi, Veronica Lucchesi e Francesco Bianconi (con il quale aveva già collaborato in “Io sono”, “La mangiatrice di uomini” e “Utopia”).

Paola, come e quando è nato “Amore a dismisura”?

“Qualche anno fa con Giuseppe Anastasi e Diego Calvetti abbiamo cominciato a scrivere dei brani, ci vedevamo una volta alla settimana e mi proponevano un embrione di canzone e io scrivevo il testo. Siamo andati avanti così per un po’ di mesi, senza impegno, e alla fine è uscito un intero disco. Poi è passato del tempo, sono arrivate altre storie, eventi, ho avuto un altro incidente, e quando ho riascoltato il lavoro fatto non ci ho ritrovato niente, a parte due piccole annotazioni che sono presenti in “Amore a dismisura” e c’è una canzone che ho scritto io, “E’ tutto bellissimo”, ma con Motta l’abbiamo ribaltata completamente. E poi mi sono messa alla chitarra, cosa che non facevo da anni. Ero in un residence, in due camerette piccole, a Roma in attesa di riprendere la mia casa e lì ho cominciato a scrivere e i pezzi sono usciti naturalmente, testo e musica, e questo mi ha stupito perchè ricordo che l’unica canzone che ho composto velocemente è stata Rwanda tanti anni fa. E’ stata la risposta al silenzio che c’è stato in questi anni, a cominciare dalla pandemia”.

E’ un disco in cui sono presenti diversi riferimenti musicali …

“E’ musicalmente concettuale, ci sono dei riferimenti che sono abbastanza riconoscibili come Perfect Day di Lou Reed, Battiato, Johnny Cash, Nick Cave. E’ un disco suonato, c’è forse un mellotron, ma tutti gli altri strumenti sono archi, fiati, piano, tastiere, chitarra, basso. L’intenzione era proprio quella di ritrovare le mie sonorità, senza troppi orpelli, senza una superproduzione”.

“Amore a dismisura” arriva a poche settimane di distanza dal Premio Tenco alla Carriera che ti verrà consegnato a fine ottobre …

“Sono molto contenta e stupita per il Premio Tenco. Il modo in cui è arrivato questo disco è stato dirompente, però in realtà ha sedimentato per diversi anni. I brani arccontano storie che mi riguardano, che mi coinvolgono, che mi va di far conoscere, ma non è autobiografico, anche se ci sono certamente dei granelli di sabbia residua usciti dalle scarpe. E’ un’autobiografia dell’anima, anche la stessa “Miss”, che è stata poi scritta interamente e unicamente da Francesco Bianconi, è una storia che mi riguarda fortemente facendo parte della Fondazione Una Nessuna Centomila, essendo attiva nel laboratorio, frequentando la Casa delle Donne che è il luogo d’incontro per elaborare, per creare gruppi di autocoscienza, per studiare, per crescere, per capire qual è il modo di uscire dalla violenza e di stare insieme. Questi argomenti mi riguardano, quindi questo disco è parte della mia vita”.

“Gesù di Michelangelo” è ispirata alla figura di Farah Fatafta, giovane psico-oncologa palestinese impegnata ad assistere bambini malati. Come sei venuta a conoscenza di questa storia?

“In realtà me la sono mmaginata ma non so dirti se sia arrivata prima l’immagine potente, iconografica della pietà o prima la storia. Racconta l’opera di Michelangelo ma anche le domande che mi faccio, cioè l’umanità e la pietà dove sono finite? Quando vedo filmati, video di migranti che attraversano una terra o il mare, è molto facile immaginare una di quelle persone, come mi è già successo nel disco Le storie degli altri. In questo caso, come in un film, ho visto l’incontro di una donna, forse una sorella, una madre, con questo ragazzo che sbarca, che è irriconoscibile, che ha attraversato una storia che gli ha cambiato i connotati e quindi arriva dalla sa famiglia e questa donna non lo riconosce, però lo accoglie e lì mi sono chiesta: tutte le volte che noi incontriamo qualcuno lo accogliamo? La risposta è stata no, parlando in generale di un paese che pensa molto ad essere una nazione e ai valori italiani, e che vive un momento drammatico. Basterebbero davvero l’accoglienza, la pietà, la compassione che vuol dire condividere un dolore, un problema. Da queste riflessioni è nata poi anche la preghiera che ho scritto e che Farah ha tradotto in arabo e ha recitato, perché volevo in qualche modo creare un collegamento in quanto lei rappresenta per me il vero simbolo della pietà, perché pur essendo una dottoressa, è innanzitutto una ragazza che fa i checkpoint continuamente per portare i bambini malati di tumore negli ospedali in Palestina, a Ramal”.

Quando hai avuto modo di conoscere Farah?

“Ho conosciuto Farah l’anno scorso quando sono andata in Palestina con Soleterre per cinque giorni e ho vissuto sulla mia pelle il passaggio dei checkpoint con i coloni che non sono più esseri umani. Ho visto al cinema “Naza”, non so se sia più atroce il racconto o le immagini finali, ed è la conferma che questa disumanizzazione è reale, non è un’invenzione”.

“Manchi” è invece una riflessione sull’assenza e sul vuoto lasciato da chi non c’è più …

“Il luogo di Manchi è Roma, è la mia città, con i pini marittimi, nel ricordo di un grande amore vissuto ma io non volevo raccontare tanto questo, ma quanto fosse sorprendente ritrovarmi a pensare alla presenza di un’assenza. Il centro del disco è un amore incondizionato, un amore che chiede solo di amare, nel senso di volere il bene dell’altro, potrebbe partire dall’amicizia, dall’amore di un padre, di persone che non ci sono più però sono sempre presenti”.

Riguardo la foto della cover invece cosa puoi raccontarci?

“E’ stata scattata da Fabrizio Cestari, nel suo studio, alla Caffarella, il mio quartiere da bambina. Avevo intenzione di fare delle foto che avessero dei connotati miei, che non fossero ritoccate, che non fossero esageratamente piene di vestiti, di trucco, di capelli. Ci siamo ritrovati con le stesse reference, quindi con delle immagini di Patti Smith. Quando avevo 16 anni, mia madre mi scambiava per lei nelle foto e con questa somiglianza ho giocato tanto, ma in realtà quando l’ho vista la prima volta mi ci sono rivista, e ho sempre portato Patti Smith nel cuore, è come un punto di riferimento. Non volevo quindi semplicemente una foto, ma un’immagine che raccontasse anche quello che c’era dentro il disco”.

In “Non basta l’argenteria per essere splendida” c’è un contrasto tra apparenza e verità …

“Ci sono degli accenni autobiografici come il compleanno del mio amico Peter che vive a Copenaghen, ma non ho fatto l’elenco delle cose che mi piacevano. Su alcune ci ho riflettuto, come la questione della libertà che chiede la parola, altre si inserivano bene nella melodia. La metafora dell’argenteria indica anche il potere effimero dei soldi, la sfrontatezza nell’essere così appariscente, nel brillare anche se sei una patacca. L’argenteria è un oggetto che ha valore soltanto perché è d’argento, perché è lucente”.

Dopo l’uscita dell’album, Paola Turci incontrerà i fan il 6 ottobre alla Feltrinelli di Roma (Largo di Torre Argentina) e il 7 ottobre alla Feltrinelli di Milano (Piazza Duomo) per due appuntamenti di presentazione e firmacopie dedicati ad “Amore a dismisura”.

Il racconto del disco proseguirà poi dal vivo con “Live a dismisura”, due date speciali nei club, il 29 novembre a Milano e il 3 dicembre a Roma …

“Non vedo l’ora di incontrare i musicisti per fare insieme la scaletta del concerto e scegliere le canzoni perché quelle del nuovo disco dovranno convivere con quanto ho raccontato in passato”.

di Francesca Monti

credit foto Fabrizio Cestari

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