Intervista con Anna Favella: “La bellezza risiede nella diversità”

“Ognuno di noi vive delle situazioni particolari, forti, drammatiche, problematiche, ma proprio per questo se non empatizziamo, se non anteponiamo a tutto il rispetto, l’amore e la gentilezza non andiamo da nessuna parte”. L’empatia e l’attenzione verso gli altri, unite ad una grande capacità di far brillare le varie anime dei personaggi che interpreta, sono caratteristiche proprie di Anna Favella, tra i protagonisti di “Tutto l’amore che resta”, in onda su Rai 1 il martedì sera, con la regia di Andrea Rebuzzi, prodotta da Rai Fiction e Fabula Pictures, basata sulla serie originale Lycée Toulouse-Lautrec creata da Fanny Riedberger.

L’attrice veste i panni di Elisabetta, mamma di Vittoria (Gloria Harvey) e Matteo (Francesco De Rosa), che si destreggia con difficoltà tra un figlio autistico e una figlia ribelle, un marito che si rifà una vita e un licenziamento dietro l’angolo.

Decide quindi di stravolgere tutto e di ripartire, puntando sul liceo Helen Keller, istituto diretto dal preside Stefano Fogli (Raoul Bova) che fa dell’inclusione il proprio valore fondamentale, accogliendo studenti con e senza disabilità in un unico percorso di crescita, apprendimento e condivisione.

Nella foto Anna Favella e Gloria Harvey in “Tutto l’amore che resta”

Anna, quando ha letto la sceneggiatura qual è stato il suo primo pensiero?

“Ho pensato che fosse stupenda perchè raccontiamo un liceo inclusivo e storie vere di persone che includono tutti, senza distinzioni, quindi far parte di questo mondo mi ha caricato tantissimo, in quanto sono tematiche a cui sono legata, dato che porto avanti un impegno parallelo a livello ambientale e sociale”.

Come si è approcciata al suo personaggio, Elisabetta?

“Elisabetta è una mamma di due figli, poi però andando in profondità capisci che è una donna che ha tantissime sfaccettature, con un vissuto fragile, perché arriva da una separazione, decide di intraprendere una nuova vita, di trasferirsi, di cambiare lavoro, di crescere i figli da sola e di iscrivere in questo liceo inclusivo sia Matteo che è autistico sia Vittoria per allontanarla dalle cattive compagnie che frequenta. E’ un personaggio che mi è piaciuto tantissimo interpretare per la sua umanità. Da una parte è intraprendente, responsabile, dall’altra commette degli errori, perché riversa tutte le sue attenzioni su Matteo, pensando istintivamente che abbia più bisogno, e si dimentica delle necessità dell’altra figlia, commettendo degli errori relazionali di cui si rende poi conto, come spesso accade, anche se agisce in buona fede. Cerca infatti di essere presente, di sopperire all’assenza del padre. Sono quei personaggi che ti mettono in discussione e ti fanno capire che certe dinamiche appartengono a tutti noi”.

Com’è riuscita a costruire questo equilibrio tra la forza, l’umanità e le fragilità di Elisabetta?

“Il primo giorno di set mi ero fatta un’idea del personaggio, poi ho iniziato a parlare con il regista e abbiamo sviscerato bene tutte le dinamiche ed è accaduta una cosa che non avevo previsto, ovvero girare immediatamente le scene della quotidianità con Gloria Harvey e Francesco De Rosa, che interpretano Vittoria e Matteo, i figli di Elisabetta, e di dover creare un’alchimia che solitamente nasce conoscendosi, parlando, confrontandosi. Invece mi sono trovata in una specie di bolla, un momento quasi ovattato che poi praticamente è durato per tutto il set, per cui mi sono lasciata trasportare dal modo così spontaneo di essere e di stare al mondo di questi due ragazzi, come attori e come personaggi, e questo mi ha aiutato tantissimo ad entrare nelle loro corde ed è accaduto tutto in maniera estremamente naturale, ci siamo proprio piaciuti e amati sin da subito, e abbiamo legato tantissimo. Spero che tutto ciò arrivi agli spettatori che guarderanno la serie”.

Anna Favella con Gloria Harvey e Francesco De Rosa – credit Facebook Anna Favella

“Tutto l’amore che resta” racchiude tante tematiche importanti, a cominciare dall’inclusione a scuola dei ragazzi con disabilità o con “diversità”, quanto una storia come questa può fungere da esempio per provare a migliorare il mondo?

“Spero che ci siano sempre più serie come questa che raccontano la realtà per quella che è, visto che la società è piena di problematiche ma anche di mondi differenti che non conosciamo e per questo magari ci fanno paura. Sono molto contenta, da spettatrice e da attrice, che sia stata realizzata “Tutto l’amore che resta” perché l’inclusione è un tema attuale, e poi è ispirata ad una storia vera che è accaduta in Francia, con questo preside illuminato che ha creato un liceo accessibile anche per ragazzi diversamente abili e neurodivergenti, senza ghettizzarli. Noi dobbiamo confrontarci con queste realtà, con queste situazioni. Il liceo che raccontiamo secondo me è ancora più bello perché è pubblico, senza barriere architettoniche, e tutti i ragazzi vengono trattati allo stesso modo. Rappresentare queste tematiche attraverso le serie, il cinema, l’arte sicuramente può aiutare magari qualche preside a prendere spunto per ragionare in maniera diversa, ribaltare il punto di vista. Bisogna iniziare a pensare che siamo noi a doverci adattare a tutti i tipi di realtà che esistono”.

I vari personaggi della serie, tra cui anche la sua Elisabetta, riescono a trasformare la fragilità e la diversità in punti di forza, ci sono delle paure che è riuscita a vincere grazie alla recitazione?

“Mi ha aiutato tantissimo. La mia passione per la recitazione nasce in un laboratorio teatrale del liceo che mi ha fatto scoprire questo grande amore che non ho più lasciato. Avevo 14 anni, ho iniziato a studiare teatro in maniera amatoriale, in quanto era un modo non solo per conoscere i ragazzi di altre classi, perché era aperto a tutta la scuola, ma anche per esprimermi e fare delle cose che per timidezza, per pudore, per vergogna o anche solo per mentalità, non avrei mai fatto nella realtà. Ovviamente in teatro ci sono dei personaggi un po’ eccessivi, estremi e quindi ho la libertà, attraverso questa maschera, di liberarmi, di vivere delle emozioni o delle dinamiche nuove. Nel corso degli anni, della vita, della carriera, sia come persona che come attrice, questa passione è diventata una necessità e mi ha insegnato anche un modo diverso di stare al mondo”.

Quali erano le materie che le piacevano maggiormente ai tempi del liceo?

“Ho vissuto il periodo della scuola non troppo serenamente, perché ho capito dopo, non durante, che non mi piacevano tanto la quotidianità, la ripetitività, il fatto di essere obbligata tutti i giorni ad alzarmi alla stessa ora, a fare le stesse cose. La vita che conduco adesso ovviamente è l’estremo opposto, però è più vicina a quella che è la mia natura. La valvola di sfogo è stata sicuramente il laboratorio teatrale che era comunque presieduto da una professoressa di matematica di un’altra sezione che io neanche conoscevo. Ricordo che lei si era resa disponibile per rimanere a scuola il pomeriggio in qualità di responsabile e la ammiravo per questo. Poi c’erano i maestri di teatro che tenevano i corsi e organizzavano gli spettacoli”.

C’è stato invece un professore che ha rappresentato per lei un mentore, un po’ come il preside Stefano Fogli nella serie?

“La mia mentore è stata la professoressa di filosofia della prima liceo classico, che mi ha trasmesso la passione per questa materia. Ricordo che lei entrava in classe, all’epoca studiavamo filosofia antica, e quando girava tra i banchi parlando di Socrate le brillavano gli occhi e non potevi non essere contagiata da tanto entusiasmo. Mi ha dato un’impronta tale che poi ho continuato a studiare questa materia, che mi ha regalato un grande bagaglio culturale, anche all’università e ho conseguito la laurea. Quegli anni per me sono stati stupendi, anche perché sono uscita finalmente dalla routine che non sopportavo. Da quel momento ho capito cosa fosse la vera libertà, perché studiavo quello che mi piaceva e continuavo a coltivare la mia passione per il teatro, avevo creato la mia compagnia teatrale, facevo spettacoli a Roma e in giro per l’Italia, per cui quello universitario forse è stato il periodo più formativo”.

credit foto Amnesty International

Come nasce invece il suo impegno sociale al fianco di Amnesty International e One Ocean Foundation?

“Per quanto riguarda One Ocean Foundation, sono nata e cresciuta tra Nettuno e Anzio, dei posti di mare, mia madre è originaria del paese più a sud della Sicilia, dove spesso andavo in vacanza, quindi ho vissuto il contatto con la natura in maniera naturale, dandolo quasi per scontato. La mia famiglia, inoltre, mi ha sempre sensibilizzato sulla sostenibilità. Mia nonna la praticava in maniera inconsapevole, in quanto riciclava le cose, anche gli alimenti per poi creare i cosiddetti piatti poveri con gli avanzi, quindi mi è stato trasmesso questo modo di vivere dando valore a ciò che ci circonda e riflettendo anche sulle piccole cose.

Fin da adolescente ho fatto volontariato e da qualche anno collaboro con Amnesty International in qualità di ambassador in quanto l’associazione si avvale di attori, musicisti, personaggi conosciuti per dar voce a situazioni complesse e provare a smuovere un po’ le acque. Un’esperienza pazzesca che porto nel cuore è il viaggio fatto con loro in Marocco, dove abbiamo visitato i centri antiviolenza e poi c’è stato uno scambio, un gemellaggio, per cui la delegazione Amnesty Marocco è venuta in Italia per aggiornarsi e vedere il nostro modus operandi. Sono situazioni molto forti, toccanti ma che ti donano anche una carica vitale grandissima perché ti viene proprio voglia di intervenire, di renderti utile. Ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa, tante goccioline insieme formano un oceano. Mi sento quindi molto responsabile come figura pubblica per quanto riguarda il veicolare queste tematiche e credo in quello che faccio. Essendo un’attrice so di poter essere un megafono per far arrivare il messaggio a più persone possibili. Grazie a One Ocean Foundation e Amnesty International ho incontrato delle persone meravigliose che mi hanno arricchita umanamente”.

In quali progetti la vedremo prossimamente?

“Ci sarà la seconda stagione di “Una Nuova Vita”, la serie con Anna Valle e Daniele Pecci che andrà in onda su Canale 5, a cui tengo tantissimo dal punto di vista umano per motivi diversi. Innanzitutto, come accaduto anche per “Tutto l’amore che resta”, si è creato un bellissimo legame con il resto del cast mentre eravamo sul set in Trentino e mi è sembrato di tornare ai tempi delle tournée con la compagnia teatrale dove si mangiava e si dormiva tutti insieme. Mi sento davvero fortunata per aver avuto la possibilità di prendere parte a questi due progetti”.

Pensando al titolo della serie, “Tutto l’amore che resta”, quanto secondo lei l’amore, inteso in tutte le sue sfumature, può permetterci di trovare delle risorse per rimanere in piedi quando sembra che tutto stia per crollare?

“Questa è una domanda bellissima. In quanto esseri umani l’unica cosa che ci salva è l’empatia, se perdiamo quella è la fine. Ognuno di noi vive delle situazioni particolari, forti, drammatiche, problematiche, ma proprio per questo se non empatizziamo, se non anteponiamo a tutto il rispetto, l’amore e la gentilezza non andiamo da nessuna parte. Viviamo in un mondo in cui tutto è estremamente legato alla tecnologia, che da una parte fortunatamente avanza ma dall’altra ci fa perdere il contatto, la relazione, quindi dobbiamo ricordarci l’importanza di scambiare idee diverse. La bellezza risiede non nell’omologazione ma nella diversità, perché quello che tu non hai, quello a cui non hai pensato, puoi averlo gratis da qualcun altro e a tua volta puoi essere di ispirazione per un’altra persona”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Simona Pellino

credit foto copertina Andrea Ciccalè

Lascia un commento