“Ballade” della resurrezione per la Compagnia Susanna Beltrami 

di Emanuela Cassola Soldati

Al teatro Ponchielli di Cremona, in anteprima nazionale, la Compagnia di Susanna Beltrami, presenta Ballade preghiera profana, liberamente ispirata a “La notte poco prima delle foreste”, di Bernard Marie Koltés, con le musiche originali composte da Cesare Picco, eseguite dal vivo al pianoforte.

Una ballata della resurrezione suddivisa in tre quadri in un unico atto di sessanta minuti, è il progetto coreografico che porta in scena, in questo caso, una Compagnia tutta al maschile, composta da dodici danzatori, apostoli di una voce narrante, amplificano e divulgano con i loro corpi plastici, il dignitoso degrado di ogni individuo ai margini della società. Un canto, un urlo echeggia nella notte uggiosa metropolitana, come lo straziante gemere di un animale in fin di vita, prima di esalare l’ultimo respiro.

foto ballade beltrami

Personalità incisiva quella dei danz-attori, formati nel Centro di Produzione stabile DanceHauspiù, co-diretto da Susanna Beltrami, Matteo Bittante e Annamaria Onetti, nella  pièce coreografica, si muovono in un’ambientazione fatta di simbolismi ed archetipi evocanti un copione tra il sacro e il profano e la visione di una realtà vissuta ed annunciata. I l perpetuarsi della storia dell’umanità, nel segregare il diverso condannato ai margini, complice incurante dell’atto del perdono per un Messìa annunciato, in resilienza.

L’azione spazio temporale dei tre tableaux, si palesa dapprima in una fotografia attuale di un’azione urbana moderna nel terzo millennio, per entrare virtualmente poi, da una porta che introduce i ballerini, nella ritualità dei movimenti iconografici egizi , in  un viaggio a ritroso nel passato, fino all’ultimo quadro, nel quale, metaforicamente, orbitando attorno alla figura arcaica di un improbabile yeti, si compie l’atto della purificazione.

Il fil rouge della colonna sonora composta e suonata al pianoforte dal vivo da Cesare Picco, ricorda per assonanza alla poetica di Jean Michel Jarre e le compilation Deep Forest, capaci di condurre lo spettatore in un clima quasi ipnotico e seducente.

Il racconto, da cui la  preghiera profana  attinge la drammaturgia coreografica di Susanna Beltrami, nonostante gli accenti in levare presenti nei movimenti danzati e le incursioni delle partnership in up e il dinamismo in crescendo, sono legate tra loro da un incedere scivolato in down, che sottolinea un sentimento di malessere collettivo di sottofondo nel procedere verso il senso di colpa e il pentimento di una drammatica realtà da raccontare.

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Una resurrezione dell’anima che trascende dal corpo e si prende gioco, con il monociclo, di procedere in linea retta, zig zagando tra i danzatori, mentre indisturbati, riempiono lo spazio scenico con movenze lente.

Il canto del cigno, l’ultimo respiro, incarna il sentire unanime di una disumanizzazione dell’uomo, che si mette in posa con  i ballerini, sulla diagonale degli opposti, in una citazione figurativa alla Matthew Bourne, con guanti dalle spiccate forme di zampe, funzionali al trasporto di catini argentati fumanti, alla parvenza azoto liquido, nel rituale bipolare di “lavarsene le mani” come Ponzio Pilato da un lato,  e il purificarsi dai peccati, dall’altro, in un ‘azione di corpo collettivo danzante.

Con il suono curato da Daniele Valentini e la voce narrante onomatopeica alla “Marinetti”, non sempre chiara di Deli, fluttuante tra la lingua italiana e francese, e le luci di Matteo Bittante creano giochi e suggestioni da pellicola cinematografica, di sicuro impatto emotivo.

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