Giovanna Botteri, oggetto di body shaming per il suo abbigliamento: “L’unica cosa che dovrebbe contare e importare a chi ascolta da casa è ciò che una giornalista dice”

Il Comitato Pari opportunità della Fnsi, Usigrai, Cnog e Giulia Giornaliste si schierano in difesa della giornalista Giovanna Botteri, corrispondente della Rai da Pechino, in Cina, e una delle piu’ valide e professionali giornaliste italiane, oggetto da settimane di body shaming per il suo abbigliamento e per la sua pettinatura.

“In inglese si chiama body shaming, ma la potenza negativa di questa pratica si esprime bene anche usando l’italiano. Derisione, fino ad arrivare a vere e proprie offese, per come si appare, per come è il corpo, per come ci si veste.

Nemmeno a dirlo, è una pratica ormai diffusissima nei social network. Colpite sono soprattutto le donne, che sono il gruppo sociale più odiato in rete. Una forma di attacco subdolo perché attraverso la risata che vorrebbe suscitare, ridicolizza, ferisce.

In questo ultimo periodo ne è stata oggetto la collega Giovanna Botteri, corrispondente Rai da Pechino. La si giudica, deride, offende per come si veste. Per i suoi capelli. Come Cpo Fnsi, Usigrai, Cnog e Giulia Giornaliste abbiamo deciso di contattarla per esprimerle la nostra solidarietà. Lei non ha voluto, non vuole farne un caso personale. Ma ci invita tutte e tutti ad una sacrosanta battaglia culturale. Lo fa con queste parole, usate nella nostra corrispondenza dì questi giorni. Cogliamo questa sollecitazione. Facciamone motivo di confronto”, scrivono Fnsi, Usigrai, Cnog e Giulia Giornaliste.

Giovanna Botteri, attraverso una lettera, pubblicata su Il Fatto Quotidiano, ha sottolineato che bisogna dare importanza non all’estetica delle giornaliste ma a quello che dicono: “Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettimi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno. O dovrebbero avere secondo non si sa bene chi… Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi, orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne”.

Parole verissime, che rispecchiano una società in cui purtroppo si dà importanza all’estetica e all’apparenza, a svantaggio dell’essenza e della professionalità, valori etici e fondamentali per i veri giornalisti, che non si possono comprare ma che si imparano con lo studio e l’esperienza sul campo, non con un vestito firmato o con post acchiappalike sui social.

F.M.

 

 

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