Intervista con Giulio Base, regista del film “Bar Giuseppe”, dal 28 maggio su RaiPlay: “Leggendo un libro sono rimasto colpito dalla figura di Giuseppe e ho voluto raccontare la storia di quest’uomo silenzioso, accogliente, capace di amore”

Da giovedì 28 maggio è disponibile sulla piattaforma online RaiPlay “Bar Giuseppe”, il nuovo film scritto e diretto da Giulio Base che vede protagonista la coppia formata da Ivano Marescotti e da Virginia Diop, all’esordio sul grande schermo.

La pellicola, presentata lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma, racconta in modo delicato e contemporaneo la Natività, mettendo insieme i temi sociali del lavoro, dell’accoglienza e dell’emarginazione.

Giuseppe gestisce un bar e la stazione di servizio di una zona rurale italiana. Vedovo e con due figli già grandi, incontra Bikira arrivata da poco dall’Africa e la assume come cameriera. La storia d’amore che nascerà tra i due, lui ormai anziano e lei molto più giovane, creerà un grosso scandalo e la rabbia di molti nel paese dove vivono.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Giulio Base, poche ore dopo la nomination di “Bar Giuseppe” ai Nastri d’Argento 2020 per il miglior soggetto, parlando del film ma anche dei prossimi progetti e del futuro del cinema.

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Iniziamo da una bellissima notizia: “Bar Giuseppe” è in nomination ai Nastri d’Argento 2020 nella categoria miglior soggetto…

“E’ stata una gioia inaspettata questa nomination ai Nastri d’Argento e sono davvero molto contento”.

Qual è stata la scintilla che ha fatto scattare in te la voglia di raccontare una storia così importante?

“Mi piace vagare nelle librerie anche piu’ disparate e venire a contatto con i libri, soprattutto con quelli freschi di pubblicazione che hanno un buon odore. Un giorno mi sono imbattuto nell’opera del Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, che si intitola “Giuseppe. Il padre di Gesù” e ha in copertina un bellissimo dipinto con raffigurato Giuseppe che tiene in braccio il Bambinello. Non so perchè ma per la prima volta ho riflettuto sul fatto che siamo abituati a queste icone e diamo per scontate molte cose, ad esempio che Giuseppe sembri piu’ il nonno di un bimbo che non il padre. Ho preso questo volumetto di agile lettura e sono stato molto colpito da questa figura, nonostante abbia fatto lunghi studi teologici e conosca approfonditamente le Scritture, tanto che mi è venuta voglia di raccontare la storia di quest’uomo silenzioso, accogliente, obbediente, calmo, pacato, capace di amore e di sorpresa. A questo ho unito il fatto che sento sempre parlare di crisi della famiglia, di crisi del padre, e da lì ho iniziato a raccontare il mio Giuseppe”.

A differenza di Maria, i testi sacri non ci danno molte informazioni su Giuseppe. Come hai costruito il personaggio?

“Quando ho capito che mi piaceva raccontare quel personaggio sono partito dal fatto che Giuseppe nei Vangeli viene nominato nove volte e non parla mai, e anche su questo non avevo riflettuto. Poiché non mi piacciono le persone che sproloquiano e viviamo in un periodo in cui ci sono urla continue, ho provato a capire come un uomo come Giuseppe potesse diventare un esempio per gli altri. Ho cominciato a studiare, a cercare libri in varie lingue, senza però trovare un segno chiaro. Finché leggendo un Vangelo Apocrifo, il Protovangelo di Giacomo che racconta che Giuseppe era anziano, già sposato con dei figli e vedovo, si è aperto uno spiraglio diverso per poterlo raccontare nel mondo di oggi. La seconda illuminazione è venuta quando ho visto in un altro testo la scritta “Bar-abbâ” e guardando l’asterisco a fondo pagina si spiegava che deriva dall’ebraico “bar” cioè figlio del padre. Forse è buffo ma sono andato a ricercare in aramaico, la lingua in cui la Bibbia è stata scritta, come si scriveva Gesu’ e ho scoperto che lo chiamavano “Joshua bar Joseph”, cioè Gesu’ figlio di Giuseppe. Quindi ho pensato che bar potesse essere perfetto anche per fare questo gioco di parole in cui il vero protagonista non è il bar, non è Giuseppe ma il bambino che sta per nascere. Da questa sperequazione che può sembrare intellettuale è uscito invece un film che è molto contemporaneo”.

Guardando “Bar Giuseppe” emergono tematiche attuali, dall’immigrazione alla voglia di abbattere i pregiudizi e le barriere culturali e mentali legate alla diversità della razza o dell’età…

“Una volta trovata la cornice per il film ho voluto raccontare quelle tematiche che mi colpivano, quindi è venuto spontaneo pensare all’esilio di Giuseppe e Maria fuggiti in Egitto insieme a Gesù e il parallelismo con i profughi di oggi che vivono le stesse problematiche, che scappano dalla loro terra a causa della guerra, delle persecuzioni, della carestia, con l’incertezza di dove vivranno e come vivranno, se arriveranno a destinazione, cosa mangeranno e se verranno accolti. Giuseppe e la sua famiglia hanno vissuto tutto questo. Mi è parso opportuno per rendere attuale il personaggio di Maria raccontare la storia di una giovane africana da poco sbarcata in Italia. Ora il covid-19 ha rubato la scena alla cronaca mondiale perchè una tragedia di queste dimensioni è un evento epocale, però prima della pandemia il tema centrale era questa fluttuazione migratoria di milioni di persone e ho voluto inserirlo nel film in maniera “giuseppina”, intesa come accoglienza, comprensione e abbattimento dei muri di tutti i tipi: sociali, di età, di razza, di religione e di cultura”.

Come hai scelto Virginia Diop per interpretare il ruolo di Bikira?

“Dopo tantissimi provini e un lavoro certosino di ricerca tra le agenzie italiane e non solo. Cercavo una ragazza bella che non potesse diventare attrazione morbosa, ma che incarnasse una bellezza innocente perchè non volevo creare scandalo. E’ stato difficile trovare l’attrice adatta ma alla fine Virginia ha conquistato tutti”.

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“Bar Giuseppe” è visibile gratuitamente sulla piattaforma online RaiPlay (https://www.raiplay.it/video/2020/05/Bar-Giuseppe-f49ec15d-34a0-4ef8-993b-1f10be80fc94.html). Pensi che lo streaming che è stato una valida soluzione in questi tre mesi in cui le sale sono rimaste chiuse, possa costituire un’alternativa anche dopo la riapertura dei cinema prevista per il 15 giugno?

“Certamente è un palliativo molto buono, anch’io sono per il cinema in sala e mi sono riproposto di andare a vedere un film il 15 giugno, perchè è una delle cose che mi manca di piu’. Penso però che abbiamo visto anche delle bellissime pellicole in altri modi, come ad esempio il grande cinema americano del passato, da John Ford a Kurosawa. Ho guardato queste pellicole in Vhs, Dvd, in tv e adesso in streaming e comunque le ho apprezzate. Il mio regista preferito è Fritz Lang e non ho mai visto un suo film in sala. Questo per dire che se uno ama il cinema trova il modo per portare avanti questa passione, fermo restando che la sala è la vera terminazione ideale di ciò che facciamo. In questo momento sono contento e ringrazio RaiPlay che ha deciso di fare questo dono agli spettatori che possono godersi il film gratuitamente”.

Nella tua carriera hai diretto diversi film e serie tv che hanno per protagonisti personaggi legati alla religione, penso a “Padre Pio”, “Maria Goretti”, “San Pietro”. Quanto i tuoi studi teologici hanno influenzato la scelta di raccontare queste storie?

“Ho preso la seconda laurea in teologia per passione e questa indubbiamente si ripercuote nello studio e nelle tematiche che mi interessano, quindi cerco di raccontare ciò che conosco e che mi piace. Poi ho fatto film anche diversissimi ma è una cosa che effettivamente ritorna. Stavolta ho un po’ derogato alla canonicità delle Scritture e mi sono permesso di inventare qualcosa di diverso, non volendo fare né scandalo né del semplice catechismo, ma con l’intenzione di far brillare nuovamente quella vicenda da un punto di vista che secondo me non era mai stato messo in luce”.

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Nella tua carriera trentennale hai lavorato con grandi personaggi, ce n’è uno in particolare a cui sei piu’ legato?

“Il legame piu’ forte è con il mio maestro Vittorio Gassmann, un personaggio centrale della mia carriera per il percorso fatto con lui. A 12 anni venne a Torino con l’Otello, fece dodici repliche e andai a vederle tutte, poi venne a presentare la sua autobiografia e mi feci firmare il libro con questa dedica: “a un possibile allievo”. A 18 anni ho fatto i provini per essere ammesso alla sua scuola e sono stato preso. Gassmann mi ha fatto debuttare come attore a teatro, posso dire che per molti anni sono stato un suo amico, l’ultimo film che ha interpretato, “La bomba”, è stato diretto da me, mio figlio si chiama Vittorio… Credo non debba aggiungere altro. E’ un amore eterno”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Prima del lockdown ho finito di girare il film “Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma”, le cui riprese sono state effettuate nel ghetto ebraico con il patrocinio della comunità ebraica romana. E’ una bellissima storia che ha per protagonista un gruppo di ragazzi che trovano una lettera e una foto di una certa Sarah Cohen, dispersa negli anni della Shoah. Con le immagini si tornerà a quell’epoca, è un bel parallelismo tra la gioventù di oggi e quella di quei tempi. La Shoah è uno dei temi centrali del film rivisitato ai giorni nostri”.

Come vedi il futuro del cinema?

“Penso che il cinema di per sé sia sempre stato in grado di rinnovarsi. Quando hanno inventato il sonoro dopo il cinema muto i puristi dicevano che era finito, idem quando è stato inventato il colore, invece va di pari passo con la tecnologia e si saprà reinventare anche dopo questa tragedia. Secondo me non mancherà mai la voglia di raccontare una storia per immagini e nemmeno di vedere un film”.

di Francesca Monti

 

 

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