Il Premio Mario Verdone assegnato a “Bangla” di Phaim Bhuiyan. Carlo Verdone: “In questo periodo difficile dobbiamo stare vicino ai giovani che iniziano a fare cinema. Quando ho debuttato nel 1980 come regista con “Un sacco bello” c’era più poesia”

Il Premio Mario Verdone, giunto alla sua XI edizione, istituito in accordo con la famiglia Verdone dal Festival del Cinema Europeo, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia e il Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, è riservato a un giovane autore italiano (under 40) che si sia particolarmente contraddistinto nell’ultima stagione cinematografica per la sua opera prima uscita in sala.

La Giuria, costituita da Carlo, Luca e Silvia Verdone, ha scelto tra gli autori selezionati tre finalisti: Phaim Bhuiyan per “Bangla”, Marco D’Amore per “L’immortale”, Roberto De Feo per “The nest – Il nido”.

Il Premio Mario Verdone 2020 è stato assegnato a Phaim Bhuiyan per “Bangla “con la seguente motivazione: “È a Roma, in una Roma periferica e multietnica che con Bangla Phaim Bhuiyan si mette alla prova con leggerezza e originalità in una ricerca di sé che racconta turbamenti e dubbi adolescenziali con freschezza, ma soprattutto con una sincerità a tratti perfino spudorata che diventa umorismo puro. Il suo caso di coscienza sul sesso pre-matrimoniale, proibito dalla religione anche a un musulmano che parla molto romano, si trasforma in una Bollywood al Pigneto e i suoi “comizi d’amore” con le radici in Pakistan hanno il cuore a Torpignattara”.

BANGLA

Nel corso di un incontro con la stampa in streaming, moderato da Laura Delli Colli, Phaim Bhuiyan si è detto felice ed emozionato per questo prestigioso riconoscimento:Ripensando a come è nato il progetto e a dove è arrivato fino ad oggi, mi sento un privilegiato ad aver avuto l’opportunità di realizzare questa opera prima alla mia età. Sono super emozionato, è un grande onore ricevere questo premio e devo ringraziare la produzione, il cast, e tutti coloro che hanno lavorato al film. Dedico il riconoscimento alle seconde generazioni e ai giovani sperando che possano avere la possibilità di realizzare quello in cui credono, e alla mia famiglia che magari all’inizio era scettica riguardo al mio percorso ma che ora mi supporta. Le piattaforme si stanno muovendo per creare più contenuti audiovisivi e spero sia un periodo fertile per i giovani autori“.

Grande soddisfazione per essere arrivato tra i finalisti è stata espressa da Roberto De Feo:Mi aspettavo molto poco dal percorso di “The nest – Il nido” per via del genere non perchè non ci credessi ma non avrei mai immaginato la nomination ai Nastri d’Argento, o la proiezione a Locarno. Sono le vittorie che mi hanno restituito gli sforzi fatti negli ultimi anni. E’ un film attuale che parla di una famiglia chiusa in questa casa perchè non si può uscire fuori ed è stato premonitore, anche se non era intenzionale, di quello che purtroppo è poi accaduto nel mondo. Sono felice di essere tra i finalisti di un Premio così importante. Spero sia un punto di ripartenza anche per questo genere“.

L’incontro ha visto la partecipazione di Carlo Verdone ed è stata l’occasione per fare una chiacchierata con il grande attore e regista.

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Carlo, i tre finalisti del Premio Mario Verdone hanno diretto film di genere diverso. Come siete arrivati a questa scelta?

“Anche stavolta non siamo stati molto d’accordo io e i miei fratelli perchè avevamo idee diverse ma alla fine abbiamo scelto una pellicola condivisa, “Bangla” di Phaim Bhuiyan. Faccio i complimenti a tutti e tre i registi perchè hanno proposto dei film molto belli. Il fatto che questi tre autori abbiano avuto diverse sensibilità è un bene, vuol dire che c’è movimento, c’è grande libertà e coraggio e ognuno deve fare quello che realmente sente, così potremo comprendere se c’è del talento e aiutare a sviluppare ancora meglio la seconda opera. Questa differenza di osservazione è un bel segnale. Siamo contenti che prosegua questo Festival così importante non soltanto per il Premio dedicato a nostro padre. Più si parla di cinema e meglio è”.

A proposito di suo padre, cosa le ha detto quando ha iniziato a fare questo mestiere?

“Mio padre ha sempre considerato il cinema come un lavoro precario. Dopo aver visto i miei primi tre film sperimentali e crepuscolari in Super 8 con cui ho vinto premi importanti internazionali mi consigliò di mostrarli a Rossellini. Così ho fatto, gli sono piaciuti, mi ha detto di provare ad entrare al Centro Sperimentale e sono stato preso. Il film preferito di papà era “Borotalco”, e quando l’ha visto mi ha fatto i complimenti. Mia madre invece mi ha sempre sostenuto, aveva la sensazione che avessi una sensibilità particolare e che potessi avere una dimestichezza con la regia e mi ha sempre stimolato a fare teatro”.

Come vede il futuro del cinema?

“In questo periodo dobbiamo stare vicino ai giovani che iniziano a fare cinema, la gioventù deve poter esplorare il proprio linguaggio, deve iniziare a fare la sua opera prima. Quello che mi fa paura è che gli esercenti mollino e chiudano le sale. Ci sono difficoltà anche nelle scuole cinematografiche e teatrali perchè non si possono fare bandi e le sedi sono ferme, è un momento difficile ma voglio sperare che con il prossimo anno la situazione vada a risolversi”.

L’uscita del suo ultimo film “Si vive una volta sola” è stata rimandata prima al 26 novembre e ora a data da destinarsi… 

“Con il mio produttore abbiamo deciso di fare del nostro meglio per uscire in sala, rendere disponibile il film su piattaforma sarà l’ultima delle opzioni e speriamo che i numeri inizino a calare e che il pubblico possa ritrovare fiducia. Realisticamente siamo quasi a metà novembre, stiamo andando verso i 50.000 contagi al giorno quindi mi sento di escludere un’uscita della pellicola per Natale in quanto sarebbe un azzardo e dovrebbe succedere un miracolo. Speriamo di poterla programmare per fine gennaio o febbraio, anche ritardando faremo in modo di arrivare nelle sale. Se poi dobbiamo aspettare un anno rispetto alla prima data prevista pazienza. E’ un film concepito per lo schermo, non è una serie”.

Esattamente quaranta anni fa nel 1980 ha debuttato alla regia di un lungometraggio con “Un sacco bello”. Che ricordo conserva?

“Il ricordo di un altro cinema, di un grande entusiasmo, di un’altra Italia, di un’altra Roma, molto più poetica, e che dava più possibilità di scrivere scene come quella dello zoo, in una città deserta, assolata, solitaria. C’era più poesia. Ricordo di un tempo inevitabilmente passato che non tornerà più e che sono contento di aver fermato attraverso delle emozioni che ho riportato perfettamente in “Un sacco bello” e che ho provato quando ero ragazzo. Sono un po’ nostalgico”.

Le va di regalarci un ricordo del Maestro Gigi Proietti?

“Vidi Gigi Proietti un anno fa a cena, eravamo con Veltroni, Totti, e altri. Lui è stato zitto per tutto il tempo e poi ha iniziato a raccontare barzellette e ci siamo divertiti un sacco. Quando Sordi venne nel 1998 a cena a casa di papà gli chiesi chi fosse il miglior attore teatrale secondo lui e mi rispose che Gigi Proietti era il migliore di tutti e io ero d’accordo perchè quando vidi negli anni ’70 “A me gli occhi please” rimasi affascinato da come lavorava, da come faceva le pause. Ho imparato tanto da lui. Era una persona molto umile e legata ai giovani tant’è che ha creato la scuola di teatro e io ho scelto per i miei film tanti talenti che venivano dalla sua bottega teatrale”.

Il 6 novembre è mancato purtroppo anche Stefano D’Orazio, grande batterista dei Pooh…

“Ho visto i Pooh live una sola volta al Palalottomatica tanto tempo fa. E’ stato un gruppo importante, ha venduto milioni di dischi. Mi dispiace per la scomparsa di Stefano, era un bravissimo uomo, un ottimo batterista ed è molto triste il fatto che se ne sia andato via da solo come purtroppo tante altre persone”.

A quali progetti sta lavorando?

“Ho scritto il soggetto di un nuovo film in cui non si potrà non citare la pandemia perchè è stato un dramma epocale, ma vorrei lasciarla comunque alle spalle. A febbraio uscirà il mio libro per Bompiani, sarà l’ultimo autobiografico con cui chiuderò lo scrigno dei ricordi e di tante cose del periodo dell’adolescenza, dell’università e attuale, che mi andava di fermare sulle pagine. Tutto nasce dopo la scomparsa prematura di un mio segretario. Prima di ammalarsi aveva sigillato uno scatolone enorme pieno di oggetti e foto. Quando è morto non volevo aprirlo, poi durante il covid nel sistemare casa è caduto, si è rotto, e sono finiti sul pavimento fotografie, santini, chiavi, blocchetti del telefono. Da lì sono nati molti dei capitoli che ho messo nel libro, alcuni dei quali sono soggetti perfetti per un film in quanto sono belli e poetici. Ho cercato di lavorare nel silenzio nel migliore dei modi”.

di Francesca Monti

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