“L’ira di Narciso”: La recensione del testo di Sergio Blanco messo in scena dal Teatro di Rifredi nell’ottobre 2020

di Maria Lucia Tangorra

Esistono posti d’Arte che continuano imperterriti a ricercare, a non volersi fermare al già conosciuto per comunicarlo ai propri spettatori, oltre che farli scoprire agli addetti ai lavori. Tra questi rientra il Teatro di Rifredi di Firenze, diretto da Angelo Savelli e centro di produzione Pupi e Fresedde (non a caso nel 2019 è stato insignito del premio speciale UBU «per l’intenso lavoro di traduzione, allestimento e promozione della nuova drammaturgia internazionale»). C’è un ulteriore aspetto che ci ha colpiti recandoci di persona: l’accoglienza e il senso di comunità teatrale che sono riusciti a creare, un legame con il quartiere – e non solo – affatto scontato. Assistere al brulicare ordinato, contingentato delle persone che accorrevano per l’inaugurazione non poteva che provocare emozione sia in chi questo teatro lo gestisce, sia in chi vi sta scrivendo in questo momento [speriamo perdonerete la parentesi personale]. Nessuna paura negli occhi di quella platea, si sentiva al sicuro, come un ritorno a ‘casa’, con tutte le precauzioni prese e rispettate. Leggere nello sguardo la voglia di ripartire nel frequentare un luogo caro è qualcosa che si verifica sempre più raramente: ecco la sera dell’evento di apertura, mercoledì 21 ottobre 2020, abbiamo percepito tutto questo e molto altro che, probabilmente, ogni spettatore descriverebbe a modo proprio (purtroppo la ‘magia’ di un assaggio di ‘normalità’ nel ritornare in un luogo dell’anima è stato interrotto, dopo pochi giorni, con la chiusura – dal 26 ottobre 2020 – di teatri, cinema, sale musicali).

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Foto dello spettacolo “L’ira di Narciso” gentilmente concessa dal Teatro di Rifredi

«Il Teatro di Rifredi è stato il primo in Italia a tradurre, pubblicare e rappresentare Sergio Blanco,  uno dei più originali e innovativi drammaturghi apparsi recentemente sulla scena internazionale. Il suo “Tebas land” – prodotto da Pupi e Fresedde con la traduzione e la regia di Angelo Savelli e  interpretato da Ciro Masella e Samuele Picchi – ha ottenuto nella scorsa stagione a Firenze, Roma e Napoli un grande successo di pubblico e le lodi unanimi della stampa. Con la riproposta di “Tebas Land” (dal 23 al 31 ottobre, ma, come vi anticipavamo, interrotta a causa del dpcm, nda) il programma del Teatro di Rifredi prosegue questa difficile stagione teatrale che sarà principalmente dedicata, con alcune doverose riprese e qualche curiosa novità, a quegli autori internazionali che il Teatro di Rifredi segue da alcuni anni» (dalla nota ufficiale) e va riconosciuto che anche questa scelta è stata un atto di coraggio, tanto più durante mesi di incertezza.

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Foto dello spettacolo “L’ira di Narciso” gentilmente concessa dal Teatro di Rifredi

Sempre a Savelli è toccato tradurre e curare la messa in scena di un testo ancora inedito da noi, “L’ira di Narciso” (2015). A interpretarlo Carmine Maringola, che conosciamo per i tanti lavori con Emma Dante – sia come attore che come scenografo. C’è una chicca che va subito detta: chi si è recato in teatro sulla fiducia, senza documentarsi sull’autore, ‘cadrà nella sua trappola’ con tutte le scarpe – e lo affermiamo nell’accezione positiva.

Il drammaturgo franco-uruguaiano Sergio Blanco «racconta (facendosi lui stesso personaggio, nda) di un suo viaggio a Lubiana per tenere delle conferenze sul mito di Narciso. Un’impegnativa prova d’attore, anche alla sola lettura, nelle corde di un interprete dalla forte presenza fisica e dal piglio contemporaneo come Maringola. Le affascinanti disquisizioni sul tema del narcisismo si confondono con la strabordante personalità dell’autore, coinvolto in una relazione occasionale dagli esiti inaspettati. Come di consueto nello stile di Blanco i piani del racconto si intrecciano e si sovrappongono, riservando sorprese fino all’ultimo rigo. Un thriller al tempo stesso nero e intellettuale, un’impegnativa prova d’attore nelle corde di un interprete dalla forte presenza fisica e dal piglio contemporaneo» (dalla scheda).

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Foto dello spettacolo “L’ira di Narciso” gentilmente concessa dal Teatro di Rifredi

«Ci siete mancati tantissimo, farò di tutto per essere il suo personaggio», è così che l’attore esordisce sulle tavole del palcoscenico, suggerendo già una spia allo spettatore col termine ‘personaggio’. Il passaggio tra l’io narrante costituito da Maringola, l’autore del testo e i personaggi creati nell’autofinzione avviene senza soluzione di continuità, spiazzando anche la platea, disorientandolo all’interno di un testo che assume volutamente le tinte di un thriller.

In questa rappresentazione non c’è meramente un leggìo, si va oltre perché si vuole dar corpo al racconto superando la ‘staticità’ della mera lettura. Non a caso Savelli ha optato per soluzioni sceniche semplici con schermi giganti (che talvolta sembrano persino incastrare l’attore, altre le anticipa con uno studiato movimento nello spazio), ma che contestualizzassero il tutto, puntando su un interprete che porta con sé una carica fisica, abitando il palco ora con la frenesia degli incontri omosessuali, ora puntando sul tono indagatorio per scoprire l’assassino dal coltello elettrico che fa a fette gli uomini come un serial killer (a coadiuvarlo, vanno ricordate anche le musiche di Federico Ciompi e le luci tese a creare spesso un’atmosfera sinistra e da thriller). Se si scava nei sottotesti, è come se il drammaturgo stesso, con le disquisizioni sul narcisismo, giochi non solo con la parola, ma ‘autocritichi’ l’io narcisistico dell’autore e, perché no?, più in generale dell’artista.

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Foto dello spettacolo “L’ira di Narciso” gentilmente concessa dal Teatro di Rifredi

Quest’opera spiazza continuamente con un mix tra dati che appaiono veri e dichiarazioni che risuonano finte, ribaltando continuamente la percezione della realtà. «Nella dichiarazione più totale del patto di menzogna che si fa col pubblico, si arriva a una grandissima verità senza accorgersene e, in fondo, è il trionfo dell’approccio dell’attore, ma anche di chi scrive e di chi dirige», ci ha rivelato Masella nel raccontarci cosa lo avesse colpito di questa drammaturgia, evidenziandone anche la chiave ironica ben presente nei lavori di Blanco – abbiamo voluto chiedere all’attore una testimonianza dato che con “Tebas Land” aveva avuto modo di immergersi per diverso tempo (tra prove e repliche) nella drammaturgia dell’autore franco-uruguaiano, in più ha anche assistito a una sua regia, oltre ad aver letto quasi tutti i suoi testi e aver dialogato con lui.

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Foto dello spettacolo “L’ira di Narciso” gentilmente concessa dal Teatro di Rifredi

«Nessuna delle mie autofinzioni ha come obiettivo quello di promuovermi o rendermi popolare, al contrario, molto spesso le mie opere sono attestazioni di fragilità e vulnerabilità. Nelle mie storie di autofinzione provo a trovare le storie degli altri, per sentirmi meno solo. D’altra parte, raccontare se stessi, narrarsi, non è mai un atto d’amor proprio, è un tentativo di farsi voler bene», ha dichiarato il drammaturgo e regista nel saggio “Autofinzione – L’ingegneria dell’io” (edizioni Cue Press).

In questa prospettiva, le continue transizioni da un linguaggio alto ad episodi di quotidianità (compreso uno spazio di intimità e gli incontri omosessuali) possono tenere incollato lo spettatore e, a parte in alcuni istanti (ipotizziamo che siano stati pensati dallo stesso Blanco volutamente ripetitivi e insistenti), tengono alta l’attenzione/tensione dello spettatore così come la concentrazione durante le conferenze. Con questo meccanismo entra ancora più in campo lo sguardo dell’artista, che ci osserva, si fa guardare e al contempo rilancia la palla allo sguardo spettatoriale.

«Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

che arriva a fingere che è dolore

il dolore che davvero sente» da “Autopsicografia” di Fernando Pessoa (da “Una sola moltitudine”, Adelphi, 1979 – Traduzione di Antonio Tabucchi).

L’augurio è che teatri, cinema e sale musicali possano riaprire quanto prima – ovviamente in sicurezza come già avevano fatto – così da immergersi in “Tebas Land” (per chi lo avesse perso) e, in generale, in luoghi che in molti consideriamo familiari, dove rifugiarci, ma che fungono anche da specchio di rifrazione.

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