Intervista con Romina Mondello, in scena al Menotti Teatro Filippo Perego di Milano con “Jackie”: “Questo spettacolo è un viaggio dentro un’anima, dentro una vita”

“Innanzitutto voglio dire grazie di cuore alla gente che viene a teatro per il grande affetto che sto ricevendo e anche alla critica che sta apprezzando il lavoro fatto. Ogni sera in sala non vola una mosca, c’è il silenzio assoluto per un’ora e venti. Ricevere l’attenzione del pubblico è emozionante“. Romina Mondello è in scena fino al 17 ottobre al Menotti Teatro Filippo Perego di Milano con lo spettacolo Jackie, di cui è la straordinaria protagonista.

Scritto nel 2002, due anni prima di ricevere il Nobel per la letteratura, il testo teatrale di Elfriede Jelinek mette al centro della sua “indagine” un personaggio controverso e, per molti versi inafferrabile, come Jacqueline Lee Kennedy Onassis, nata Bouvier. 

Una testimone feroce di un’epoca in cui il “sogno americano” di democrazia e pace era governato dal potere di una famiglia che offuscava con il bianco splendente di sorrisi patinati, con abiti e gioielli, con figli biondi e felici, una trama fatta di segreti, malattie, sesso, alcol, droga e morte.

Jackie si trova ora e forse per sempre in un altrove, che non è più la vita dalla quale si è già congedata, ma nemmeno un aldilà così come lo immaginiamo.

Il suo racconto è in apparenza privo di morale e di giudizio, quasi leggero, ma in realtà si sente tutto il peso della sua vita, dei suoi morti, dei tradimenti, della sua stanchezza, del suo essere icona.

In questa intervista che ci ha gentilmente concesso Romina Mondello ci ha parlato di come ha lavorato sul personaggio di Jackie, delle emozioni provate tornando sul palco dopo la pandemia, dell’esperienza sul set del film “Aspromonte – La terra degli ultimi” e dei suoi sogni nel cassetto.

@Romina Mondello_32 _0O2A0065 - Federica Frigo

credit foto Federica Frigo

Romina, come si è approcciata al personaggio di Jackie?

“Sono partita dal testo, che mi ha affascinata molto, del Premio Nobel per la letteratura Elfriede Jelinek, che sa come scrivere, come utilizzare la parola. Poi ho cercato di non avere pregiudizi rispetto a un personaggio che essendo un’icona monumentale viene sempre descritta allo stesso modo e di trovare un’alternativa guardando il lato umano di una donna che si trova probabilmente nel suo ultimo respiro, una donna unica ma che in quel momento è uguale a tutti essendo sul finire della vita e avendo spazio e modo di fermarsi obbligatoriamente a riflettere e avendo davanti a sé tutte le fragilità. Non mi sono approcciata alla first lady ma alla donna semplice, comune, che ha cercato di spogliarsi forse troppo tardi del potere e di una trama di fili che aveva costruito insieme a sua madre e alla sua famiglia, per poter essere semplicemente se stessa”.

E’ uno spettacolo che mette in scena l’aspetto più privato e meno conosciuto di Jackie…

“Esattamente. E’ una donna che si è privata per molto tempo di quella sfera intima, c’è l’ossessione per i flash e per l’eccessiva sovraesposizione da cui poi si viene mangiati, e questo è attualissimo. In particolare c’è una frase bella ed esplicativa: “per catturare gli altri bisogna essere prigionieri di se stessi”. Jackie aveva la consapevolezza di aver raggiunto un posto così in alto che però non la rendeva libera. E’ stata la burattinaia della sua vita ma muovendo i fili sbagliati, e quello che rimane è la solitudine di una donna”.

Oltre al testo, nella costruzione del personaggio ha fatto riferimento a film o altri materiali su Jackie Kennedy?

“Come accaduto anche per Medea, portato in scena al Teatro Olimpico di Vicenza, mi documento per scoprire le cose fondamentali del personaggio, ma non amo avere dei riferimenti fissi. Non avevo visto il film con Natalie Portman e non sono andata a vederlo perché volevo dare un’interpretazione personale, volevo che il personaggio nascesse in maniera autentica, quindi sono partita dal testo e da questa donna che più che essere Jackie Kennedy era Jacqueline Bouvier. Sono partita dall’anima, dall’essere donna, madre di figli che non sono nati, quindi dal dolore provocato da questa assenza enorme. Poi si parla del potere ma in senso anche negativo, del palcoscenico della vita, della consapevolezza che si è stati artefici del proprio destino che però ha portato alla distruzione”.

romina

Cosa l’ha colpita maggiormente di Jackie?

“Mi hanno colpito molto questo suo essere una montagna così solida che in verità si sgretola quando rimane da sola, questa solitudine che rimarrà eterna, le contraddizioni enormi che l’hanno accompagnata per tutta la vita, le ossessioni per la gente e per la madre che l’ha costretta a sposarsi presto, altrimenti le sue bellezze sarebbero state sprecate, ma anche la voglia di dichiarare di essere fatta di carne, come tutti noi. Jackie era una donna con un’anima sensibile, vicina alla poesia ma che poi non ha potuto continuare ad inseguire la propria attitudine e si è lasciata sopraffare dal resto, dal raggiungimento dell’obiettivo. Sua madre le diceva: “avere tempo per una poesia è utile ma è più utile se sono i vestiti a essere poesia”, inteso come “solo nel momento in cui ti noteranno ovunque ti sarai adattata veramente”. Ci sono tanti altri aspetti che mi colpiscono, lo spettacolo e il personaggio invitano alla riflessione, è un viaggio dentro un’anima, dentro una vita”. Ogni sera sono lì sul palco che lotto con Jackie, mi affatico con lei e alla fine  sono veramente stanca, con la voce che quasi non esce, perché sono arrivata insieme a lei alla fine, io di un racconto, lei della vita. Ci sono poi delle vicende private e meno note relative a questa donna, ad esempio che il marito era malato di gonorrea, aveva la clamidia e quindi gli aborti erano causa della malattia trasmessale da lui, inoltre aveva questa voglia profonda che abbiamo tutti di essere compresi e amati”.

In effetti nel corso del racconto si percepisce che Jackie sente il peso della sua vita, del suo essere un’icona…

“Mi sono avvicinata alla sua parte più fragile senza pregiudizi. Le fragilità accomunano tutti nella nostra diversità. Chi viene a vedere lo spettacolo troverà una Jackie vicina, nonostante sia solida, ferma, consapevole del fatto che rimarrà per sempre, infatti dice “io sono e non sono, sono morta ma non morrò mai”. Si rende conto che calca e domina il palcoscenico della vita ma alla fine rimane sola. C’è un corpo che diventa inabitabile anche dall’anima. E’ un testo intenso che racconta un personaggio in profondità ma ha anche momenti di grande poesia, che hanno rappresentato una mancanza nella vita di Jackie e che Jelinek ha voluto recuperare”.

Com’è stato tornare sul palco dopo la pandemia con una sala finalmente a capienza piena?

“E’ stata sicuramente una grande emozione, tutti sentivamo il bisogno di tornare alla normalità che però non è ancora completa. Sono felice di avere la possibilità di riaffacciarmi alla vita insieme alla comunità ma sono consapevole che ci vorrà del tempo perché tutto torni come prima. E’ un inizio e come tutti gli inizi c’è bisogno di dedizione, di amore, di ricominciare a vedere il mondo con occhi diversi e spero arriveranno cose sempre più belle in futuro”.

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Romina Mondello in “Medea” – credit foto Gianfranco Ferraro

Con Emilio Russo, regista di “Jackie”, aveva già avuto modo di lavorare in occasione di “Medea”, messa in scena al Teatro Olimpico di Vicenza…

“Medea è stata per me un inizio in quanto per la prima volta mi sono cimentata nella drammaturgia di un’opera così importante, una figura tragica. In quel caso mi sono documentata parecchio per poter costruire un copione che poi abbiamo messo in scena con Emilio Russo. Voglio menzionare le musiche di Andrea Salvadori che mi accompagnano, sostenendomi per tutta la durata del racconto. Non sono solo suoni ma respiri dell’anima, rumori che ritornano, flash, i tormenti di Jackie e di Medea nel precedente spettacolo. E’ una collaborazione che spero durerà ancora perché c’è una comprensione profonda tra noi”.

Ha preso parte al pluripremiato film di Mimmo Calopresti “Aspromonte – La terra degli ultimi”. Che ricordo conserva?

“Mi piace ricordare questo film perché Mimmo è un autore che stimo molto. Mi aveva chiamata per un altro ruolo, ma ero impegnata con un progetto teatrale, Giro di vite di Henry James che ho portato in tournée, e quindi purtroppo ho potuto partecipare soltanto con un cameo, però è stata una bellissima esperienza. Mi sono trovata sul set con colleghi che ammiro e che sono diventati degli amici, da Valeria Bruni Tedeschi a Francesco Colella e Marcello Fonte, quindi conservo uno splendido ricordo”.

A quali progetti sta lavorando?

“Molto presto svelerò un nuovo progetto, di cui ancora non posso dire nulla. Poi sarò in tournée con Jackie da gennaio 2022 in diversi teatri italiani”. 

Un sogno nel cassetto…

“Sogno cose che abbracciano ambiti diversi. Da un punto di vista personale mi piacerebbe vivere in una casa in mezzo alla natura. E recitare in un teatro in riva al mare”. 

di Francesca Monti

Grazie a Linda Ansalone

 

 

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