Intervista con Sergio Basile, che firma la regia dello spettacolo “L’Aminta”, in scena al Teatro Trastevere di Roma dal 9 al 14 novembre: “Gassmann e Albertazzi mi hanno trasmesso la passione per il teatro”

Da martedì 9 a domenica 14 novembre arriva al Teatro Trastevere di Roma “L’Aminta”, diretto da Sergio Basile con protagonisti Massimiliano Auci, Giovanna Cappuccio, Andrei Costantino Cuciuc, Riccardo Parravicini, Arianna Serrao, Giorgia Serrao, prodotto da Ars 29 e Fondamenta.

Uno spettacolo intenso e coinvolgente, un’Aminta immaginata e rivista da Tasso all’interno dell’universo manicomiale in cui è precipitato, ovvero il manicomio di Sant’ Anna in cui il poeta è stato rinchiuso per sette anni per aver gridato frasi ingiuriose contro il duca di Ferrara.

Un’atmosfera drammatica all’insegna della sopraffazione e della violenza, dove gli altri frenetici, come il poeta stesso è considerato, assumono nella sua mente allucinata i ruoli di Aminta, Silvia e Dafne. Lui stesso si immagina come Tirsi, l’amante deluso e sfortunato, che solo nella poesia ha trovato rifugio al suo dolore.

Tasso riconosce i personaggi del dramma pastorale nei reclusi che presentano curiose similitudini psicologiche (e patologiche) con gli originali; li riconosce in Veronica, Alighiero, Adalgisa, povere anime devastate dalla follia e mette in scena il suo personalissimo ed immaginario teatro, la sua impossibile rappresentazione.

Diplomatosi presso la Bottega Teatrale di Firenze, diretta da Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi, Sergio Basile da trentacinque anni è attivo sulle scene italiane come attore accanto ai più prestigiosi interpreti della scena nazionale e internazionale. In ruoli anche da protagonista e antagonista, e nelle più importanti compagnie teatrali private e pubblich,e è stato diretto da registi come Luigi Squarzina, Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Peter Stein, Gianfranco De Bosio, Mario Missiroli, Armand Del Campe, Franco Zeffirelli, Egisto Marcucci, solo per citarne alcuni. Dal 2006 al 2013, è stato uno dei componenti della Compagnia Stabile del Teatro Biondo di Palermo diretto da Pietro Carriglio. Premiato con il “Fondi La Pastora – Ulissidi del Teatro” e con il Premio “Enrico Maria Salerno”, svolge da anni attività didattica nel campo della recitazione e di quella “in versi”.

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Sergio, porta in scena al Teatro Trastevere di Roma lo spettacolo “L’Aminta”, immaginata e rivista da Tasso all’interno dell’universo manicomiale. Com’è nata l’idea? 

“Porto in scena L’Aminta da diversi anni. Lo considero un testo straordinario per la modernità dei suoi contenuti nonostante abbia la forma di un dramma pastorale. Mi ha sempre affascinato, ne ho fatte varie edizioni e sono arrivato a questa attraverso un’intuizione. Tasso era stato sette anni in manicomio ed erano stati molto duri, perché aveva sbroccato e insultato il suo produttore, il duca di Ferrara, ma qualcuno avanza anche l’ipotesi, e questa versione mi affascina, che questa pazzia sia stata simulata, perché lui aveva un amore non corrisposto con la sorella del Duca e per evitare guai maggiori si finse pazzo. Forse sono le suggestioni che colpiscono un regista, per questo ho deciso di ambientare la storia in un universo manicomiale dove immagino Tasso, o un presunto Tasso che crede di essere tale, che allestisce una sua personalissima Aminta sfruttando per ogni personaggio, cioè Silvia, Dafne, Aminta stesso, alcuni pazienti che hanno patologie simili e che vengono esasperate. In questo universo ho calato i versi del poeta. Io sono appassionato di versi e li insegno in molte scuole italiane, ora all’Accademia “Fondamenta” di Roma ma in passato anche a Napoli, al Teatro Stabile di Palermo e a quello del Veneto, li considero fondamentali per il repertorio di un attore”.

Tasso diventa dunque un personaggio all’interno dello spettacolo…

“Tasso è un personaggio dello spettacolo con riferimento a due quadri di un grande pittore romantico francese, Delacroix, che lo immagina in questa cella prima con tutti i malati vicino, e nella seconda edizione separato da loro da un muro. Per i romantici Tasso è un punto di riferimento assoluto. Questo ospedale di Sant’Anna fu visitato da Goethe, da Chateaubriand, da Byron perché lui era l’esemplificazione del poeta perseguitato dal potere e affascinava molto la loro immaginazione”.

La critica ha spesso associato Tasso ad Aminta e a Tirsi…

“Probabilmente sì, sia a Tirsi che io faccio interpretare da lui che ad Aminta per la sua tragica storia d’amore, perché l’opera finisce con il protagonista che si suicida, cade in un burrone ma delle frasche lo trattengono, si salva e può vivere la sua storia con Silvia, però onestamente è un happy end posticcio, nel senso che non ci sono interventi divini o del destino. Anche in questa mia edizione Aminta non fa una bella fine. Non c’è una composizione come nel testo di Tasso che doveva finire bene perché serviva per le feste”.

Come ha scelto il cast?

“E’ stato molto semplice, la richiesta di fare la regia di questo spettacolo è arrivata da un mio ex allievo, Massimiliano Auci che era stato mio allievo a Roma e che ha portato una serie di attori bravissimi, che vengono da esperienze importanti, che si sono voluti confrontare con il linguaggio diverso dell’endecasillabo e del settenario che costringe a determinate abilità. L’hanno affrontato molto bene”.

Quali prospettive vede per il teatro dopo la riapertura delle sale a piena capienza?

“Io non sono molto ottimista, non so se i teatri nei prossimi due anni si riempiranno di nuovo perché la gente ha paura, quindi ci andranno solo quelli molto motivati. Noto che questo anno e mezzo di chiusura non ha favorito una discussione sul teatro, sull’organizzazione, saranno in scena tanti spettacoli rimasti nei serbatoi, i segnali sono quelli di una riproposizione un po’ stanca di cose già viste. Il teatro invece è novità, ci deve sconvolgere, aiutare a vivere, non deve occuparsi di vincere la gara con la tv o con le piattaforme, ma deve essere necessario e quindi deve essere vicino alle problematiche di oggi”.

Lei si è diplomato alla Bottega Teatrale di Vittorio Gassmann e Giorgio Albertazzi, sul quale ha scritto anche il libro intervista “Essere Albertazzi”. Qual è l’insegnamento più importante che le hanno trasmesso questi due grandi artisti?

“Quando nel 1981 entrai nella Bottega e mi trovai davanti questi colossi del teatro italiano ero intimorito. Poi, con il passare del tempo, come nelle botteghe fiorentine frequentate da Dante, per fare una comparazione cara anche a Gassmann, passavano da lì loro amici come Salce, Scola, Proietti, Anthony Quinn, Jeanne Moreau, Fanny Ardant, quindi questo mondo teatrale veniva a contatto con i giovani e c’era una trasmissione del sapere che andava dalla pratica, da come si imposta la voce al senso delle pause e all’interpretazione dei testi. Eravamo calati in un mondo culturale intriso di passione per i nuovi testi, per quelli della tradizione, per i classici rivisitati. Sono cresciuto fortunatamente in questo ambiente. Gassmann e Albertazzi mi hanno trasmesso la passione per il teatro”.

Tra i tanti artisti con cui ha lavorato c’è anche Gigi Proietti, scomparso il 2 novembre 2020. Che ricordo ha di lui?

“Quando Proietti venne in Bottega ci invitò a fare esercizi su un testo di Karl Valentine. Era una persona estremamente divertente ma anche tecnicamente molto attrezzata, che sapeva insegnare il comico. Poi abbiamo fatto alcune cose insieme in altri spettacoli e ci siamo rivisti pochi anni fa, quando ho portato in scena un Enrico V di Shakespeare al Globe. Gigi si aggirava nei camerini perché gli piaceva stare in mezzo agli attori. Io non ho fatto la scuola di Proietti e sono sempre stato ai margini delle sue produzioni, ma ricordo con piacere e commozione le parole da lui pronunciate quella sera, mentre eravamo seduti a fumare fuori dai camerini del Globe di Roma. Mi disse: “In fondo io te posso considerà n’attore mio””.

In quali progetti sarà prossimamente impegnato come attore e regista?

“Come attore rientro in scena al Teatro Quirino di Roma con Il malato immaginario di Molière con la regia di Ferro e con protagonista Emilio Solfrizzi. Faremo una lunga tournée da fine novembre  a marzo e gireremo l’Italia. Poi allo Stabile di Palermo, dove rientro dopo molti anni, porterò in scena una drammaturgia di Céline, Viaggio al termine della notte, con la regia di Claudio Collovà, con cui ho collaborato anni fa per una messa in scena su Joyce. Ridurre l’opera è stata un’impresa ma è stato un piacere partecipare a questo progetto. Forse riprenderemo al Teatro Arcobaleno anche il Tieste di Seneca. Come regista ho molte idee ma ancora nulla di concreto. Intanto insegno all’Accademia “Fondamenta” e faccio delle piccole regie all’interno delle mie classi, come un’altra versione dell’Aminta, cinematografica, che ho realizzato con i ragazzi del secondo anno, con un’ambientazione diversa. Spero che questo prodotto possa essere visto da tante persone”.

Da attore, regista e insegnante, che consiglio si sente di dare a un giovane che vorrebbe iniziare a recitare?

“Di seguire il tremito che prova dentro di sé nel momento in cui affronta un testo, una poesia, un brano e di abbandonarsi ad esso, senza guarire mai. Diceva Gassmann: il teatro fa male”.

Nella sua carriera ha recitato in tanti spettacoli. C’è un personaggio che l’ha colpita maggiormente?

“Come attore ho fatto tante cose in quasi 41 anni di professione e di palcoscenici. Forse tra i personaggi che più mi hanno colpito c’è quello che ho interpretato nello spettacolo “La donna serpente” di un grande regista, Egisto Marcucci, che purtroppo non c’è più. Io recitavo il ruolo di un visir che era però un vero e proprio pupo siciliano. Impersonare per due ore e mezza questo personaggio è stato difficile ma ero allenato perché arrivavo da “Il ballo dei manichini” fatto a Spoleto con la regia di Pampiglione. E’ uno spettacolo che mi ha dato molte soddisfazioni dal punto di vista del pubblico e della critica e lo ricordo con piacere per lo sforzo, per la riuscita e per la poesia dovute anche alla maestria di Marcucci, che purtroppo è stato un po’ dimenticato”.

C’è invece un’opera che le piacerebbe mettere in scena come regista?

“Essendo appassionato di teatro, storia, collegamenti mi piacerebbe portare in scena “Stalin” di Gaston Salvatore, in cui c’è l’incontro tra Stalin e un attore. Vorrei fare sia la regia che interpretare uno di quei personaggi”.

di Francesca Monti

Grazie ad Alessia Ecora

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