E’ l’occhio di Ligabue ad essere protagonista nel film “Volevo nascondermi” del regista Giorgio Diritti, sulla vita di Ligabue, interpretato magistralmente da Elio Germano, Premiati Orso Oro e d’Argento al Festival di Berlino e David di Donatello come miglior film e plurime candidature. La pellicola di genere biografico-drammatica, così struggente, intensa, commovente, da riuscire a reggere il confronto inevitabile con l’interpretazione di Flavio Bucci nella serie televisiva e poi cinematografica del 1977, in cui presero parte, un cast di notevole spessore, come ancora le produzioni potevano permettersi, tra gli altri, Pamela Villoresi, Andréa Ferréol, Renzo Palmer, Giuseppe Pambieri, Alessandro Haber, con la regia di Salvatore Nocita e la sceneggiatura di Cesare Zavattini.
Il regista Diritti guarda oltre, con l’occhio della telecamera osserva la retina di Ligabue, entra attraverso un viaggio virtuale nell’osservazione, sotto pelle delle emozioni del protagonista, in cui lo stesso Germano, si fonde nella trasfigurazione carnale del personaggio, attuando una metamorfosi strabiliante, per assonanza dei comportamenti caratteriali e della semantica oggettiva della produzione artistica del pittore ”naif” Antonio Ligabue. In lingua tedesca, italiana e dialetto reggiano, gli attori convincono in ogni sguardo, silenzio, attesa, per svelarsi con i dialoghi nel bilanciamento del corpo fisico dell’immagine, rivelando la bravura di ognuno, tra cui Oliver Ewy, Leonardo Carrozzo, Pietro Traldi, Orietta Notari, Francesca Manfredini, Fabrizio Careddu, Paola Lavini.
Un cast convincente, dalla bravura non scontata, ruota attorno a Elio/Toni, che intreccia e cuce la vita tormentata, visionaria, psichicamente disturbata, in un susseguirsi di flashback, fin dalla prima inquadratura, ove Ligabue spronato dal medico a rispondere, attiva il rewind della memoria, come nel riavvolgimento di una pellicola, in cui appaiono gli episodi della sua vita. Piani lunghi urbani e fotografia da cartolina meravigliosa, ove la natura della Pianura Padana, diventa mather terra, luogo contenitore, e contenitivo di quegli abbracci negati, di cui Antonio bambino è stato privato dall’infanzia, poiché adottato e allevato in Svizzera, rimbalzato in Italia in condizioni indigenti, a cavallo dell’ultima Guerra. Ma è nell’ultima scena, nella danza liberatoria di Ligabue, che Elio Germano vestito di piume e abiti femminili e il regista Diritti, lasciando la grande aquila disegnata sulla sabbia, svelarsi osservandola dall’alto, rende possibile al personaggio fare pace con la sua anima, atteso nelle braccia immaginate della madre… ”ove il sangue scorre, e gli spiriti cattivi escono”…
di Emanuela Cassola Soldati
