Intervista con Francesco Montanari, direttore artistico del Teatro Manini di Narni: “Credo che questo sia un momento molto prolifico per lo spettacolo dal vivo”

“Gestire un teatro è una bellissima responsabilità, ti porta a vedere il pubblico, analizzare, studiare, proporre, è un’ottima occasione di crescita individuale e ti allena nel lavoro di squadra”. Francesco Montanari, tra i più amati attori italiani, protagonista di film e serie tv di successo, da “Il Cacciatore” a “Ero in guerra ma non lo sapevo”, per il secondo anno consecutivo è alla direzione artistica, insieme a Davide Sacco, del Teatro Manini di Narni, che per la stagione 2022/2023 presenta un programma ricco di appuntamenti e di progetti costruiti con e per la città umbra.

Dodici gli spettacoli della stagione di prosa, oltre a quattro appuntamenti targati Manini Kids, la stagione per le famiglie, cinque appuntamenti di stand up comedy, produzioni internazionali e concerti. Non mancheranno poi i progetti speciali, a partire dalle Occupazioni cittadine in cui gli abitanti di Narni si sfideranno a gestire il teatro per un intero weekend, passando per la formazione dello spettatore fino ad arrivare a Stati interessanti, interamente dedicato alla maternità.

In questa intervista Francesco Montanari ci ha parlato dell’esperienza al Teatro Manini di Narni, sul cui palco porterà anche lo spettacolo “Cristo di periferia”, e dei prossimi progetti.

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Francesco Montanari e Davide Sacco

Francesco, è per la seconda stagione alla direzione artistica insieme a Davide Sacco del Teatro Manini di Narni, cosa aggiunge questa esperienza al suo percorso artistico e umano? 

“La mia passione per il teatro nasce grazie ad un professore che al liceo faceva delle recite scolastiche e io mi sono talmente tanto divertito che ho deciso di fare questo mestiere per tutta la vita. Il mio primo maestro è stato Maurizio Lops, poi sono entrato alla Silvio D’Amico. Non avevo mai pensato all’audiovisivo, era una meta che sembrava irraggiungibile mentre guardavo questi grandi film con attori italiani e stranieri. Poi fortunatamente si sono aperte delle possibilità. E’ un po’ come quando sei in auto sul sedile posteriore e ti domandi come si faccia a guidarla in autostrada. Ma poi impari. Con Davide ci conosciamo da tanti anni e condividiamo una visione poetica, così mi ha proposto di fare una codirezione perchè aveva saputo che il posto era vacante. Abbiamo fatto il bando e vinto, io, lui e Ilaria abbiamo creato questa società di produzione, la LVF, e stiamo gestendo il teatro. Davide aveva già fatto la prima edizione del Festival di Narni Città Teatro, io sono subentrato dalla seconda. E’ una bellissima responsabilità, è una casa in cui cerchiamo di portare le nostre produzioni e degli spettacoli consoni con lo sviluppo dell’essere umano spettatore, ma anche di abbattere il piedistallo della cultura che ha un po’ allontanato il pubblico dal teatro. Noi crediamo fortemente che la cultura non sia noia, ma condivisione di esperienza, empatia e divertimento nella misura totalizzante del termine. Non potrei avere compagni di squadra migliori di Davide, Ilaria Ceci, Carla, Roberta, Amedeo, Luigi, Vera, Andrea Pistoia, e tutti i collaboratori. Sono sulla soglia dei 40 anni e il ruolo di direttore artistico mi dà un senso di concretezza che spesso come attore non ho, pur essendo un lavoro di artigianato. Gestire un teatro ti porta a vedere il pubblico, analizzare, studiare, proporre, è un’ottima occasione di crescita individuale e ti allena nel lavoro di squadra che è fondamentale per l’attore. Senza Davide e Ilaria che sono straordinari non potrei fare questa direzione”.

La nuova stagione del Teatro Manini di Narni propone un cartellone molto variegato che spazia dalla prosa alla stand-up comedy. Come avete effettuato le scelte degli spettacoli?

“Cerchiamo di fare una selezione del panorama italiano anche in base alle nostre accessibilità economiche e di riuscire a dare al pubblico, non solo narnese, una gamma variegata, un arcobaleno di varie discipline che riguardano lo spettacolo dal vivo e che noi condividiamo”.

Dopo due anni e mezzo di pandemia come vede il futuro del teatro?

“Credo che questo sia un momento molto prolifico per lo spettacolo dal vivo. La dimostrazione c’è stata a Narni con le anticipazioni quest’estate, con 4.000 presenze extra narnesi. Abbiamo chiuso la scorsa stagione con un positivo umano encomiabile, con Lino Guanciale ho fatto uno spettacolo cha ha avuto diverse repliche, è stata una settimana incredibile con persone venute da varie parti d’Italia. Io sono uno spettatore prima che un attore e credo che il periodo sia florido. Secondo me non bisogna deludere il pubblico. Non dobbiamo perdere questa chance”.

Quindi potrebbe essere anche l’occasione per riavvicinare i giovani al teatro?

“Noi produciamo vari spettacoli tra cui quelli di Camilla Filippi che ha un bacino d’utenza sia di adulti che di giovani, dipende che cosa comunichi e cosa proponi. Nonostante faccia questo lavoro da molti anni le prime volte che andavo a teatro con la scuola gli spettacoli che ci proponevano erano spesso noiosi, invece bisogna fare delle scelte oculate in modo che i giovani possano appassionarsi”.

TEATRO MANINI - Davide Sacco e Francesco Montanari

Francesco Montanari e Davide Sacco

Sul palco di Narni salirà con lo spettacolo “Cristo di periferia”, scritto e diretto da Davide Sacco, cosa può anticiparci?

“Ancora non l’abbiamo provato, ma è un testo molto bello incentrato sulla domanda: come si fa a raccontare di aver visto un miracolo ed essere creduto? Poi si capisce che il miracolo è quello che facciamo tutti i giorni, cioè l’impresa eccezionale è essere normale. E’ uno spettacolo che parla di periferia ma non solo, di un giornalista che viene mandato in questo circo a intervistare questo Cristo che sembrerebbe veramente l’incarnazione del Messia e che fa i miracoli. Lui è perplesso ma comincia a conoscere una variegata umanità, dei freaks apparentemente speciali, per poi attraverso la parabola cristiana, scoprire che il vero miracolo è stata la nascita di un Cristo in periferia senza che ce ne accorgessimo”.

Potremmo definire questo spettacolo una fiaba contemporanea, che ci ricorda l’importanza del sogno…

“Esattamente, attraverso il sogno arriva la concretezza della realtà”.

Quanto è importante oggi continuare a sognare per lei?

“E’ indubbiamente importante. Forse è ancora più vitale quando sei piccolo, poi quando cresci ti rendi conto che alcune cose non le puoi più fare, come ad esempio il calciatore (sorride)”.

Il claim della nuova stagione del Teatro Manini di Narni recita “la felicità è arte”. Quanto per lei sono connesse felicità e arte?

“Condivido questo claim. Arte nel termine della derivazione etimologica significa fare, concretezza, quindi la felicità non è che arriva dal cielo ma va costruita, è un’azione concreta, a cui tutti contribuiamo, attori, maestranze, registi, pubblico. Si tratta di lavorare insieme per un obiettivo”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnato?

“Uscirà ai primi di novembre su Sky la prima stagione della serie Il grande gioco, e poi sarò in tournèe con Lino Guanciale con la nostra produzione L’uomo più crudele del mondo”.

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Francesco Montanari in “Ero in guerra ma non lo sapevo”

Recentemente l’abbiamo vista nel film “Ero in guerra ma non lo sapevo” nei panni di Pierluigi Torregiani…

“E’ stata una bellissima esperienza girare con Fabio Resinaro. Ci sono ancora delle persone vive che tramandano questa storia ed è emotivamente coinvolgente. Ho conosciuto Alberto, il figlio di Pierluigi Torregiani, che è rimasto paralizzato in seguito ad un colpo partito dalla pistola del padre e mi sono sempre chiesto cosa avesse pensato quest’uomo che prima di morire ha visto il figlio a terra e non ha saputo che è sopravvissuto. Per entrare nel personaggio ho studiato la lingua milanese, quello che mi piaceva della sceneggiatura era la strumentalizzazione dei media, un tema che ci riguarda. Erano gli anni di piombo in cui a Milano c’erano duemila rapine l’anno, Torregiani faceva l’imprenditore e il gioielliere, poi è stato ghettizzato come simbolo politico. Siccome era una personalità di spicco e durante questa rapina il suo socio, come racconta il figlio, uccise il rapinatore, un giornale fece uscire un articolo dal titolo “Pierluigi Torregiani lo sceriffo di quartiere attendendo il bandito” e da quel momento è iniziata la distruzione totale della sua vita. Questo ci ricorda quindi quanto sia importante la responsabilità di chi comunica, lo abbiamo visto anche recentemente, di chi ha il potere della comunicazione. Per fare un servizio, un titolo, non ci si rende spesso conto che dietro ad un fatto ci sono una persona e la sua famiglia e che prima di condannare bisognerebbe aspettare un processo, fare indagini perchè altrimenti resterai sempre colpevole per l’opinione pubblica anche se verrai assolto. Non voglio giustificare i colpevoli però credo sia importante pesare le parole prima di scriverle o di pronunciarle, perchè sono azioni che portano delle conseguenze e troppo cinismo non fa bene”.

C’è un ruolo in particolare che le piacerebbe interpretare o un testo che vorrebbe portare a teatro?

“Un ruolo in particolare non c’è, più vado avanti e più mi innamoro delle storie. Per quanto riguarda il testo, invece, vorrei fare la regia di “Roberto Zucco”, che è ispirato alla storia vera di questo ragazzino di 20 anni, Roberto Succo, che ha ucciso il padre, è stato arrestato, è evaso di prigione e ha cominciato ad ammazzare variegate persone, a caso, donne, uomini, bambini. Alla fine si è scoperto che uccideva quelle che non gli davano attenzione perchè gli ricordavano il padre. C’è una scena incredibile. Un signore anziano è seduto sulla banchina di una metro, dietro c’è affisso un enorme poster con l’immagine di Roberto Succo che è ricercato dalla polizia e a un certo punto arriva. Il signore guarda la foto e lo riconosce ma non si scompone, non chiede aiuto ma gli dà attenzione e comincia un racconto in cui non si fa mai un riferimento al fatto che sia un assassino. Poi chiede a Roberto se può aspettare fino alla mattina successiva e fargli compagnia, fino a quando si apriranno i cancelli perchè non trova la strada per l’uscita e il giovane lo risparmia e lo accompagna, sparendo poi nel nulla. Questo pare sia successo davvero. Poi il testo è stato ovviamente romanzato. C’è anche un’altra scena particolare. Roberto vede questa ragazzina di dodici anni che lo saluta, si incontrano per strada, fanno l’amore ma non è una violenza perchè lei è consenziente. Sono due personalità insolite che si innamorano. Poi lei lo ospita a casa, dove vive con i genitori, nascondendolo sotto al tavolo. E’ una storia molto forte, caratterizzata da una ribellione totale, e spero di riuscire a portarla presto in scena”.

di Francesca Monti

credits foto copertina Alessandro Montanari

Grazie a Carla Fabi

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