Video intervista con Federico Dragogna, che ci presenta il suo primo disco solista “Dove nascere”: “E’ arrivato il momento di cantare con la mia voce quello che scrivo”

“E’ un disco abbastanza matto come influenze musicali e riflette il caos che ho dentro“. Si intitola “Dove nascere” (Pioggia Rossa Dischi) il primo album solista di Federico Dragogna, produttore e penna dei Ministri.

Dopo aver condiviso vent’anni di canzoni con la band, l’artista ha sentito l’esigenza e la necessità di prendersi carico direttamente di quello che voleva dire e di dare il suo nome ai brani che custodiva da tempo e che sono visioni di un attimo, lavorate poi con una lentezza d’altri tempi, come polaroid lasciate per anni al buio in un cassetto a trovare i propri colori.

Insieme a “Dove nascere” è uscito il nuovo singolo “Scomparire il rumore”, che meglio rappresenta il progetto di Dragogna e che racchiude l’anima di questo suo nuovo viaggio tra il cantautorato e l’elettronica, nato e cresciuto tra Milano e Genova, contenente dodici brani inediti scritti dallo stesso cantautore e prodotti insieme a Mattia Cominotto.

Qui la nostra video intervista con Federico Dragogna:

Federico, “Dove nascere” è il tuo primo disco solista. Ci racconti come è nata l’idea di questo progetto?

“L’idea di fare qualcosa da solista era nella mia mente fin dalle scuole elementari, da quando ho iniziato a scrivere il mio nome in alto a sinistra sul tema in classe, e amavo fare le cose a modo mio. Poi c’è stata l’avventura dei Ministri che è stata fondamentale per la mia crescita musicale e quindi ho cercato di direzionare le altre “voci” che avevo dentro verso le produzioni di progetti di artisti come Lucio Corsi, Vasco Brondi, Paola Turci. A un certo punto è arrivato il momento di dire ciò che scrivevo con la mia voce. Non so perchè ci abbia messo così tanto per il mio esordio. Mia madre ha sempre detto che i grandi libri si scrivono dopo i quaranta anni, io li ho compiuti nel 2022 e spero che valga anche per gli album (sorride)”.

E’ un disco in cui a livello di sound unisce la tradizione, intesa come strumenti suonati, e la modernità, nel senso di elettronica…

“E’ un disco abbastanza matto come influenze, lavorato da me, insieme a Mattia Cominotto alla produzione, e riflette il caos che ho dentro, il fatto che ascolto dai Moderat a Nick Cave. Per ogni pezzo volevo seguire le indicazioni che il testo sembrava dare. C’è il legno degli strumenti che suonano e il silicio del computer per immaginare mondi, penso siano il bagaglio di base del cantautore. E’ come avere una mega scatola di pennarelli, cioè il pc, e dall’altra parte una grossa matita che è la chitarra”.

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Le tracce sono permeate di poesia e tratti autobiografici ma anche di rimandi all’attualità, penso ad esempio a “Dove nascere” in cui canti “vedrai finirà tutto questo dolore di gente che rischia la vita senza riflettere”, riferendoti al tema delle migrazioni, ma anche a “Scomparire il rumore” che racconta il desiderio di fuggire e di sognare nonostante le difficoltà…

“Scomparire il rumore è un brano scritto nel 2017, quindi come altri pezzi è stato lavorato in un arco di tempo lungo ma se alcune cose sono ancora così attuali significa che forse il mondo non sta cambiando con la velocità che crediamo e i temi sono sempre quelli. Quello delle migrazioni è il motore dell’umanità, che è nata, è sorta in alcuni posti del pianeta e poi ha cominciato a spostarsi per cercare fortuna, o una valle con più acqua, luoghi dove facesse più freddo e meno caldo. Quindi trovo limitata la discussione che c’è in Italia da entrambi i versanti politici riguardo le migrazioni, nel senso che si tratta di un fenomeno che riguarda l’uomo tout court e possiamo cercare di capirlo, regolamentarlo, ma non illuderci di poterlo risolvere. E’ un tipo di discorso che possiamo fare noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere nel posto giusto al momento giusto”.

In “Cascate” racconti invece la paura di fallire, di cadere, di sbagliare, trovo sia un bel messaggio in una società che invece sembra volerci quasi invincibili…

“Il pezzo deriva dall’aver vissuto con persone che avevano grandi problemi d’ansia, di cui per ora io non soffro. La cascata è l’allegoria di quando non riesci a scegliere e qualcosa ti costringe a tuffarti per sua stessa natura. Il testo parla della paura del fallimento. Non sono così sicuro che la questione sia l’attesa della perfezione, sicuramente i mezzi che stiamo usando, il continuo essere visibili, riprenderci, raccontarci sui social, sta facendo crescere una possibilità di mostrarci che non era mai esistita con questa capillarità e il fatto che non siamo perfetti, che abbiamo le nostre fragilità è un discorso diffuso ma non sta risolvendo la questione. Abbiamo individuato un problema in parte costitutivo dell’uomo e un po’ accelerato dalla nostra società, ma raccontarsi quanto sia bello ha un che di paternalista. Un errore che facevo quando mi ritrovavo con persone ansiose era dire “vedrai, fallisci e poi riparti”, e l’altro mi rispondeva che non avevo capito cosa fosse l’ansia, che non sarebbe cambiato il dolore e il cruccio che hai dentro. La musica e le canzoni ogni tanto possono darti quell’aiuto in più, per fare quel salto anzichè aspettare la cascata”.

Com’è nato invece il video di “Musica per aeroporti”?

“Il video è una follia, una specie di frullato di pop e terrore, è nato da un’incredibile raccolta di materiale su internet. Sono un grande fruitore della piattaforma Subito, mi piace andare a scandagliare il sito, così ho trovato un plastico di aeroporti e modellini vari e li ho comprati pensando di farne qualcosa prima o poi. Credo che ci sia tanto materiale già esistente, e parlando anche di sprechi forse un’anima ecologica sui video sarebbe da adottare. Potremmo usare le immagini che ci sono e rimescolarle. Un artista visuale del passato diceva: il mondo è già pieno di cose bellissime, non voglio aggiungerne altre. E’ stata questa la mia filosofia”.

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Come hai pensato di strutturare i live con cui presenterai il disco “Dove nascere”?

“Ho creato una band di ragazzi di area bresciana, dei musicisti pazzeschi quali Emanuele Tosoni (Batteria), Andrea Ragnoli (tastiere) e Filippo Caretti (basso/chitarra), per far vivere questo disco nato in solitaria e in solitudine. E’ un live tutto suonato, con zero computer e sequenze, perchè mi piace che queste canzoni possano funzionare suonate con dei compagni di viaggio e che possano entrare a far parte della vita delle persone”.

di Francesca Monti

credit foto Chiara Mirelli

Grazie a Maryon Pessina

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