Ad inaugurare le masterclass del Taormina Film Fest 2023 è uno dei più celebrati registi della commedia americana, creatore di uno stile cinematografico unico che ha unito, in alcuni casi, proprio quel genere all’horror. Si tratta del grande John Landis, a cui è stato consegnato nella serata del 25 giugno, al Teatro Antico di Taormina, il Premio Taormina Arte per la regia, ricevuto per mano di Beatrice Venezi, direttrice artistica della Fondazione Taormina Arte e di Ester Bonafede, sovrintendente della Fondazione Taormina Arte Sicilia. A Casa Cuseni, il 26 giugno, la star americana ha onorato con i racconti della sua vita il folto pubblico presente, verso il quale ha dimostrato grande generosità, non risparmiandosi mai per foto, autografi e battute.

Barrett Wissman, direttore artistico del Taormina Film Fest, ha introdotto il celebre director e produttore, ricordando la sorpresa che ha colto Landis al momento dell’invito e la gioia che ha espresso nel tornare a Taormina. Ester Bonafede, ha sottolineato il ruolo fondamentale per la cinematografia di Landis ed il grande amore per la vita ed il cinema che promana dalle parole che ha regalato nel corso della sua presenza taorminese.

Carlo Gentile, giornalista e critico di cinema, ha condotto l’incontro con il creatore di pellicole quali “Animal House” (1978), “The Blues Brothers” (1980) “Un lupo mannaro americano a Londra”(1981), “Amore, “Una poltrona per due” (1982), Il principe cerca moglie (1988) e all’ultimo morso” (1992).
Landis ha spiegato come dall’Illinois si trasferì con la famiglia, all’età di quattro mesi, a Los Angeles, venendo attratto dal mondo della cinematografia anche grazie alla visione, ad otto anni, de “Il settimo viaggio di Sinbad”, opera filmica di Nathan Juran, nata come adattamento di “Le mille e una notte”. Da quel momento, la sua missione fu quella di divenire regista, avendo anche la fortuna di trovarsi a La, la città del cinema per eccellenza. In quel periodo, come ha ammesso, sulle pagine bianche (un elenco del telefono locale) si trovavano i contatti di grandi attori, registi e studios. Dopo una serie di tentativi, il futuro sceneggiatore di “Signori, il delitto è servito”, riuscì ad entrare, come porta lettere, alla 20th Century Fox. Dietro ogni studio vi erano dei terreni sconfinati adattati a set cinematografici in cui si giravano serie e film che lo hanno ispirato. Landis ha asserito come nella sua “fase” da portalettere Rachel Welch era sotto contratto con la 20th Century Fox. Durante la guerra in Vietnam, venivano mandate ai soldati al fronte le foto dell’attrice autografate. Ma in realtà non da lei, che non si occupava di queste cose. Era proprio Landis a firmarle per tirare su il morale dell’esercito americano che si trovava lontano da casa.
Intorno ai diciotto anni, il futuro regista provò a trovare una sua dimensione cinematografica, talvolta come comparsa ad Almeria, in Spagna, in film di genere spagnoli, americani e italiani (nel film “Django” viene ucciso da Franco Nero), altre volte come assistente alla produzione. Proprio con quest’ultima mansione fu chiamato da Brian Hutton a Belgrado. Egli attraversò l’allora cortina di ferro, dopo essere momentaneamente approdato a Londra, investendo quasi tutti i soldi guadagnati come portalettere per comprarsi il biglietto aereo per la capitale britannica. Per arrivare a Belgrado usò uno stratagemma spiegatogli da alcuni Hippy: con la cintura si legò alla parte bassa di un treno, a venti centimetri circa dalle rotaie ed oltrepassò, proprio sotto quel treno, il confine che delimitava l’allora Jugoslavia, raggiungendo Belgrado. Ma da clandestino. Dovette quindi tornare indietro e dopo un mese poté cominciare a lavorare per “I Guerrieri”, con Clint Eastwood, Telly Savallas e Donald Sutherland. Dopo i suoi esordi registici con realtà “Slok”(1973) e “Ridere per ridere” (1977), fu quest’ultimo a consentirgli di realizzare “Animal House”(1978), che ebbe il benestare degli studios solo per la presenza nel cast del noto attore canadese.
Da quel momento ebbe inizio la sua grande carriera, con il grande successo di “The Blues Brothers” (1980), film per il quale Dan Aykroyd, oltre al compianto John Belushi, ha avuto un ruolo centrale anche per l’aspetto musicale. Landis ha raccontato come in quel periodo, dominasse la scena della musica la “dance”. Per Aykroyd il blues era ed è una religione ed ha trasfuso questa sua infinita passione nel famosissimo film. Tanto che il film ha, in un certo senso, secondo Landis, rilanciato il blues presso il grande pubblico ed è stato un connubio ottimamente riuscito di grande musica ed ottime interpretazioni. Diversa è stata invece la genesi di “Blues Brothers 2000”, in quanto la sceneggiatura di Landis ed Aykroyd è stata modificata dal capo progetto, che non amava questo film, costringendo ad inserire nel cast un personaggio negativo ( interpretato da John Goodman), un bambino ed un blues brother nero, stravolgendo la storia. Per lo stesso Landis l’esito finale del film è stato negativo, tranne che per le musiche.
Tornando alle sue produzioni degli anni ‘80 e ‘90, che lo hanno visto anche dirigere “Thriller” (1983), il video con Micheal Jackson, un altro tassello significativo della filmografia di Landis è “Tutto in una notte” (1985), con protagonisti Michelle Pfeiffer e Jeff Goldblum, con la partecipazione anche di Roger Vadim e David Bowie. Il regista francese ha fatto parte del cast sostituendo un altro regista d’oltralpe, ossia Jean-Luc Godard – che un mese prima dell’inizio delle riprese diede forfait – rivelandosi disponibile e preparato. Landis ha spiegato come la presenza di registi nei suoi film sia dovuta al fatto che il lavoro del director lo rende solitario e avere vicino sul set altri registi lo ha aiutato a sentirsi più compreso. David Bowie, nella stessa pellicola, doveva interpretare un personaggio trasandato ma, ha affermato il regista statunitense, era “chic” sempre e comunque nonostante vari tentativi del regista di renderlo più “grezzo”.
“Oscar” (1991, con, tra gli altri, Marisa Tomei, Ornella Muti e Kirk Douglas), è una pellicola che si discosta un po’ dalle classiche di Landis. Al centro doveva avere un personaggio carismatico. La prima idea fu Al Pacino, che però, dopo avere accettato, ricevette ed accolse una proposta molto importante economicamente da Warren Beatty e concordò amichevolmente con lo stesso Landis di non prendere parte ad Oscar. La scelta finale fu Sylvester Stallone che, quando ancora non era famoso e Landis faceva la comparsa, lo aveva ucciso sullo schermo in una pellicola degli anni ’70. Stallone, che si è rivelato intelligente ed ironico sul set e nella vita, era sostenuto dagli studios, mentre Landis non era certo di affidargli il ruolo. Alla fine andò bene e segnò un’altra grande collaborazione cinematografica per uno dei più grandi protagonisti del cinema hollywoodiano degli ultimi cinquant’anni.
di Gianmaria Tesei
