Sms News Quotidiano ha incontrato Pamela Guglielmetti, artista dalle tante declinazioni.
Eporediese di nascita, con un passato da danzatrice, Guglielmetti è attrice, coreografa, scrittrice e soprattutto cantautrice.
Il suo ultimo lavoro in studio, denso di riferimenti colti e permeato da un senso di spiritualità, è “Aleph”, prodotto e distribuito dall’etichetta La Stanza Nascosta Records.
Pamela Guglielmetti in studio: buona la prima o ricanta la traccia diverse volte?
“Buona la prima” credo sia un risultato irraggiungibile, soprattutto perché noi cantanti e autori siamo molto esigenti. L’emozione, l’intenzione, la pronuncia, oltre alla intonazione, sono requisiti indispensabili, almeno, lo sono per me. La voce, nel mio lavoro, esprime tutto e la curo moltissimo, senza cadere però in una perfezione fredda e distante. Negli anni mi sono adattata alle varie produzioni, ognuna segue un metodo proprio di gestione del lavoro. Nel caso di “Aleph”, mi è stata chiesta la registrazione completa di tutto il brano sempre, quindi non ripetendo solo le parti da migliorare. Per ogni brano abbiamo registrato in media due tracce, più una terza di “sicurezza”. Soltanto su “Stella del nord”, se non ricordo male, abbiamo registrato cinque tracce, perché l’arrangiamento era particolarmente complesso e la sonorità portante non dava appoggi alla voce. È stata una grandissima sfida. Tengo a precisare però, che si è puntato solo sulla precisione e l’espressione vocale scegliendo di non usare in alcun modo il vox tuning, cosa che in sala di registrazione è praticamente d’abitudine fare e, ormai, sta diventando una tendenza anche su palco.
Il singolo “La legge del tempo”, apripista dell’album, è accompagnato da un video dall’immediato impatto, per la regia di Andry Verga, che le ha consentito di esprimersi sia come cantautrice, che come danzatrice e attrice. Vuole parlarci della realizzazione della clip?
“La legge del tempo” è il brano che in un certo senso ha simbolicamente rappresentato il mio ritorno sulla scena dopo anni di sospensione, due anni di distanza dal precedente album “Cammino controvento” e tre anni e mezzo di lontananza dal palcoscenico a causa di anni difficilissimi che hanno segnato pesantemente la condizione culturale ed artistica nel nostro paese. Sapevo di tornare profondamente cambiata, cresciuta; sapevo altresì che quello che ero diventata si fondava anche su ciò che del mio passato poteva essere considerato un punto di forza. Ho voluto quindi ripresentarmi al pubblico in una versione completa che integrasse passato e presente. In realtà tutto l’album costudisce la mia essenza artistica completa di tutte le sue parti.
Nel primo singolo ho sentito fosse particolarmente importante ricomparire nella mia essenza teatrale, che comprendeva anche espressione corporea, e ballo, oltre l’interpretazione fortemente emotiva. Non sono mai stata solo una cantante, sono tutto insieme, e lo si può percepire chiaramente nei miei spettacoli live, che non sono classici concerti.
Sono grata a questo momento della mia vita, una fase ricca di sincronicità, di incontri con professionisti dotati di talento, umanità e sensibilità. Andry Verga è stato capace di tradurre in immagini la storia narrata, gli stati emotivi, le variazioni sonore ed anche gli elementi simbolici che a me sono tanto cari e inserisco sempre nella mia scrittura. Questi colori si avvicendano e sottolineano i passaggi trasformativi che avvengono quando l’incontro con l’altro mette inevitabilmente a nudo le ferite di ognuno, svela bisogni emotivi differenti, restituisce una immagine di sé dalla quale si cerca di fuggire, fino a che si è portati a trovare nuovi equilibri salvifici. La scelta di inserire un partner maschile che sostenesse la narrazione era fondamentale, ma non era semplice trovare un professionista che, oltre a sapersi muovere, fosse in grado di vivere gli stati emotivi del brano con profondità. Anche l’incontro con Gioacchino Inzirillo è stato sincronicamente perfetto. Il protagonista doveva essere un altro artista, invece la vita ha cambiato le carte in tavola e lo ha fatto in modo perfetto. Gioacchino era nello stato emotivo adatto per sentire dritto al cuore il testo del brano, che in quel momento lo rappresentava in profondità e tutto si è svolto spontaneamente, in modo perfetto.
Questo videoclip è nato nel teatro di posa di Andry il giorno stesso. C’era un piano registico precedentemente pianificato, ma io e Gioacchino ci siamo conosciuti sul set ed è accaduta la magia. In molti hanno percepito una coppia autentica, nello scorrere delle immagini, e questo mi ha confermato l’efficacia del lavoro realizzato. Il regista ha saputo condurci per mano e ognuno ha dato il proprio contributo emotivo che non ha avuto nulla a che fare con l’interpretazione di un ruolo.

Il videoclip de “La quarta casa” sembra avere un tocco più intimista rispetto a quello de “La legge del tempo”…che ne pensa?
“La quarta casa” è un brano che tocca corde molto profonde, il videoclip non poteva che restituire l’intimismo del testo. Il lavoro che accompagna l’uscita del brano, che vede la regia di Mirko Avella, è concepito come la narrazione di un “passaggio di stato”. Mirko è un giovane regista di talento che da subito è riuscito a calarsi nell’intima dimensione del testo, attingendo anche al proprio bagaglio emozionale; un valore aggiunto che gli ha permesso di tradurre in immagini ogni frase, ogni significato, ogni palpito del cuore. La narrazione sospesa nel tempo tra ricordi e azioni trasformative, racconta con un suggestivo linguaggio cinematografico un pezzo di storia che è in tutti noi, in modo più o meno consapevole, e lo fa con una penetrante intensità emotiva calata in ogni singolo particolare. Sono stupefatta per quanto la vita possa mettere sul proprio percorso gli incontri perfetti nei momenti più impensati; questo video è il risultato della sinergia tra importanti forze umane, uno staff che ha saputo unire la grande professionalità ad una eccezionale dose di umanità.
Anche in questo caso la sceneggiatura ha preso vita spontaneamente. Le cito poche righe di dichiarazione del regista:” La ricchezza del testo, La passione e i sentimenti a cuore aperto mostrati da Pamela in una afosa mattina di luglio, mi hanno convinto e prendere in carico questo videoclip. Un videoclip nato proprio quella stessa mattina in cui io e Pamela ci siamo conosciuti, tra un caffè d’orzo e uno ristretto. La penna non ha fatto che seguire le linee invisibili di una sceneggiatura già scritta”.
Oltre all’aspetto artistico, è impossibile non considerare la magia che si crea quando si consente alla vita la gestione degli eventi. Più ciò che si crea è frutto di intensità ed amore, più intorno a te si muovono forze invisibili. Le difficoltà esistono ugualmente, ma sei portato a tenere lo sguardo fisso sulla Stella Polare che ti accompagna.
In questo brano mi sono cimentata con un argomento universale, che ognuno di noi porta nel suo bagaglio di vita. Ho voluto farlo con una visione molto poco considerata mettendo in gioco me stessa in senso totale. Le riprese sono state girate in una casa che ha rappresentato davvero la mia infanzia. Tutto, in quel video, parla della mia vita, ogni singolo oggetto. L’intensità emotiva e la fatica hanno raggiunto momenti di culmine che hanno richiesto pause per riprendere fiato. La troupe è stata capace di usare un tatto e una delicatezza esemplari, spesso Mirko si è preoccupato di come io mi sentissi e lui stesso mi ha proposto dei break quando vedeva che il limite veniva raggiunto. Tutti gli operatori hanno lavorato senza risparmiarsi. Le riprese e gli allestimenti di ogni scena presentavano non poche difficoltà e richiedevano molta fatica fisica. Anche questa è stata una esperienza alchemica, trasformativa, che ci ha portati tutti su una dimensione scollata dalla realtà, dalle sette del mattino sino alle due di notte, incessantemente.
Il compositore Franco Tonso e il musicista e produttore Salvatore Papotto sono state due figure molto importanti nella realizzazione del suo ultimo album. Vuole raccontarci come si è svolto il lavoro?
Ho conosciuto Franco appena rientrata in Piemonte. Dopo un trasferimento in Liguria fortemente compromesso dai pesanti anni tra il 2020 e il 2022, mi trovavo a dovere ricostruire tutto per l’ennesima volta. Avevo lasciato un Piemonte che, al mio ritorno, era notevolmente cambiato. Non è mai stato semplice trovare uno spazio artistico nella mia terra di origine, lo era ancor meno al mio ritorno. Non avevo più nessuno dei riferimenti di un tempo. Ho deciso di iniziare timidamente a cercare un pianista con cui potere preparare il mio repertorio, ed ho contattato diversi musicisti tra cui Franco. Con lui è nata una immediata sinergia ed abbiamo passato l’estate a costruire una proposta live piano/voce. Franco era particolarmente incuriosito dalle mie composizioni, lo divertiva confrontarcisi. La collaborazione è seguita in modo spontaneo. Quando ho ricevuto la proposta de La Stanza Nascosta Records, avevo già alcuni nuovi brani scritti, mi è venuto spontaneo chiedere a Franco di tradurre in chiave pianistica le mie composizioni. Franco ha sensibilità e creatività ed è riuscito a “vestire” i miei accordi in modo raffinato, trovando soluzioni perfette anche nei punti più complessi. Ed eccoci qui. In Aleph il suo piano convive meravigliosamente con le sonorità scelte da Salvatore Papotto, che è stato abilissimo a fare convivere due linguaggi apparentemente diversi.
In Aleph sento finalmente me stessa, sia nelle prime versioni piano/voce, sia in quelle definitive arricchite di un lavoro magistrale di arrangiamento. A Salvatore ho dato carta bianca. È nata da subito una sinergia artistica: sapevo che lui riusciva a entrare in ogni mio testo e aveva il talento e la sensibilità di tradurlo in suono, e lui sapeva che poteva avere ampio movimento. Quindi posso dire che la scelta stilistica è nata da sé in modo del tutto spontaneo durante le fasi di lavoro e non a tavolino. È stato un incontro non cercato, si è manifestato secondo una regia “superiore” per pura sincronicità. Io ho semplicemente scelto di dire “si”, in un momento in cui stavo decidendo abbandonare tutto a causa di anni troppo provanti in cui gli artisti, ma soprattutto gli autori, non riuscivano a trovare più collocazione ed erano sempre più lontani dal miraggio del potere vivere di questo lavoro. Tengo a precisare che questo è un lavoro che, fatto in un certo modo, chiede tante energie e l’investimento di molto tempo e cura, non può essere un hobby, o un secondo lavoro, chi lo fa seriamente lo sa bene. Anche il lavoro di registrazione è stato intenso, ad arrangiamenti pronti, la registrazione delle voci è avvenuta in Sardegna, presso lo studio della etichetta discografica. Una settimana di lavoro intensivo che iniziava al mattino e finiva la sera. Eppure non si poteva fare a meno di tenere quel ritmo perché in quel momento era la cosa più importante, direi sacra.
Molti amici mi hanno detto prima della mia partenza “Che fortuna! Vedrai tanti bei posti!!”. Costa Paradiso è stupenda, ma sono sincera, non ho avuto tempo di vedere nulla di nulla. Il grande lavoro ha dato i suoi risultati, i sacrifici fatti stanno portando grandi soddisfazioni. Mi auguro di potermi rifare e magari ammirare quei luoghi tra un concerto e l’altro!

Jorge Luis Borges, Marcel Proust… Aleph è intessuto di riferimenti letterari importanti…da cosa deriva questa scelta?
Non si tratta di una scelta razionale. Attingo semplicemente al mio bagaglio interiore. Per natura ho sempre spaziato, ho sempre indagato i misteri dell’esistenza. In alcuni brani ci sono riferimenti simbolici che appartengono anche ad altre culture millenarie come quella maya, o riferimenti alle scienze astrologiche, alternati a momenti di realtà molto terrena. Indago la vita, non mi stanco di scoprire, mi muovo oltre all’ovvio e al conosciuto. Non mi accontento di considerare unica la realtà che ci viene insegnata sin da piccoli. Ho avuto una vita molto singolare, non semplice, che mi ha messa di fronte ad una grande verità: non tutto è spiegabile con la ragione, tantomeno con gli strumenti che ci fornisce il contesto sociale in cui viviamo. La vita attuale è totalmente priva di spiritualità, e mi piace l’idea di lasciare qualche goccia di rugiada in ogni mio brano, in modo tale da potere aprire qualche finestra per chi ha desiderio di respirare aria nuova. Non sono l’unica artista ad avere intrapreso questo tipo di percorso, non siamo in molti, ma qualche grande Maestro è riuscito anche a toccare moltissimi cuori.
Le piacerebbe un giorno calcare il palco dell’ Ariston? O ha altre ambizioni?
Non credo di correre questo rischio. Gli artisti come me non saliranno mai su un palco come quello dell’Ariston, se il Festival continuerà a seguire determinati standard. Siamo esclusi a priori, come siamo esclusi dalle radio e dalle televisioni nazionali.
Mi piacerebbe sicuramente rappresentare la musica italiana in uno spazio che promuove contenuti e musica di qualità, che promuove la bellezza, che ha a cuore la valorizzazione di artisti di validi, di senso, di testi e messaggi che oltre alla bellezza sostengono ancora valori umani profondi. Ma quel contenitore non è Sanremo. All’Ariston la musica, ormai da anni, è diventata sfondo di uno spettacolo caricaturale che ha il sapore dei reality show, dei talent, del gossip, e dei cine panettoni. La musica diventa un pretesto per fare discutere sul look dell’artista, sul brand che lo veste, sullo spacco vertiginoso o troppo casto, su qualsiasi argomento di propaganda. Ma la musica vera dov’è? È altrove, nei sottoboschi dell’indifferenza, mentre su quel palcoscenico scorrono brani che devono necessariamente uniformarsi alle scelte di palinsesto, e non fare riflettere troppo.
Mi sono sempre sottratta a questo genere di cose, e ho detto molti “no” a proposte effimere per avere visibilità e successo. Il prezzo è altissimo, infatti compaio ancora tra gli esordienti seppur al quarto album, ma ho mantenuto una integrità artistica che per me è tutto.
Sogno una controproposta a Sanremo, questo sì, sarei in prima linea, e credo che prima o poi qualche proposta di rivalutazione musicale nascerà, voglio essere fiduciosa.
Non ho ambizioni da grande star, per me sarebbe già molto potere trovare luoghi di vero ascolto in cui esibirmi, riuscire a fidelizzare un mio pubblico, mettere su un tour che dia valore a questo immenso progetto appena nato, insomma, potere finalmente vivere del mio lavoro, dopo venti anni di gavetta e carriera.
L’ artista alla quale, per sensibilità, si sente più vicina?
Senza alcun dubbio Dalida. Anche se è stata una interprete di brani scritti e composti da altri, mi è molto vicina.
di Clara Lia Rossini
