Intervista con Maria Pia Calzone, su Rai Storia con la docu-serie “Donne di Campania”: “Matilde Serao ha una modernità e una capacità di vedere la realtà che è veramente sorprendente”

“L’aspetto che più mi ha intrigato e colpito di questa grande donna è che era fortemente religiosa, con principi morali tipici della sua epoca, ma al contempo aveva la capacità di immaginarsi e di immaginare una realtà completamente diversa da quella che viveva”. Maria Pia Calzone nella docu-serie “Donne di Campania”, in onda in prima visione su Rai Storia venerdì 27 settembre in prima serata, con la regia di Simona Cocozza, nata da un’idea produttiva di Giovanni Minoli e prodotta da Gloria Giorgianni per Anele, racconta la figura di Matilde Serao, scrittrice e giornalista, che iniziò la sua carriera come telegrafista nelle Poste centrali di Napoli nel 1874 e divenne la prima donna italiana a fondare e dirigere un quotidiano.

A fare da sfondo al racconto, i luoghi della Campania in cui le protagoniste di puntata hanno vissuto, per restituire anche un cammino ricco di incontri con familiari, amici, concittadini, che hanno dato il loro prezioso contributo per ricostruirne la vita, le battaglie, le difficoltà e i successi.

Attrice di grande sensibilità e intensità, Maria Pia Calzone in questa intervista ci ha parlato di Matilde Serao, dei recenti film “Sottocoperta” e “La casa di Ninetta”, facendo anche un’interessante riflessione sull’ageismo.

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Maria Pia, nella docu-serie “Donne di Campania” racconta Matilde Serao, come è stata coinvolta in questo interessante progetto e che tipo di lavoro ha fatto?

“Nell’ambito di questa bellissima iniziativa di raccontare le donne campane che hanno contribuito a fare la storia dando un’accelerata sia ai campi specifici in cui si sono buttate anima e corpo, sia poi nello specifico al valore femminile, alla capacità di affermarsi, Matilde Serao è stata una pioniera assoluta. Mi hanno proposto di tratteggiare la sua personalità, peraltro con una regista, Simona Cocozza, con cui avevo finito di girare un film prima dell’estate, e quindi mi è sembrata una naturale evoluzione. Inoltre conosco e stimo anche la produttrice, Gloria Giorgianni. Io non interpreto Matilde Serao, ma accompagno lo spettatore alla sua scoperta ed è anche un impegno civile dare una mano nel raccontare una donna così moderna, che personalmente ricordavo dai testi di scuola, ma ho scoperto insieme al pubblico cosa veramente è stata per la storia italiana”.

Qual è la cosa che ha scoperto che più l’ha colpita e anche quale insegnamento ha tratto da questa grande donna?

“La cosa che più mi ha intrigato e che più mi ha colpita è questa apparente contraddizione di Matilde Serao: è una donna così radicata, fortemente religiosa, con principi morali tipici della sua epoca, ma ha anche la capacità di immaginarsi e di immaginare una realtà completamente diversa da quella che viveva, quindi essere l’unica donna in una redazione giornalistica, lottare per il proprio giornale, fondare delle testate, avere a che fare con il potere in un modo così schietto, nonostante il fascismo in particolare le avesse più volte incendiato le sedi dei giornali. Questa grande contraddizione poi nella vita privata fu evidentissima, per lo meno dal mio punto di vista. Nonostante avesse questo senso della famiglia così forte, o forse proprio per quello, quando scoprì che una donna, l’amante di suo marito, si era suicidata per questo amore che non riusciva ad avere, lasciando una neonata, si è presa questa bimba e le ha dato addirittura il nome della sua mamma. Ha cresciuto la figlia del frutto del tradimento del marito. È una donna che ha una modernità e una capacità di vedere la realtà che è veramente sorprendente”.

Sicuramente Matilde Serao è un esempio per tante donne di oggi di resilienza, di determinazione, di capacità di affrontare e superare le difficoltà della vita…

“E’ appunto una donna profondamente moderna, che viveva in un’epoca in cui l’affermazione femminile non era concessa, ma era osteggiata, eppure attraverso l’autorevolezza delle sue competenze, delle sue idee e del suo lavoro era in grado di incidere nella società. Questo è importante da comunicare, soprattutto alle giovani donne in questo mondo così distopico, così deviato, in cui sui social spesso si leggono cose allucinanti”.

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Tra le varie frasi di Matilde Serao, ce n’è una tratta da L’infedele in cui afferma che “la vita nella sua più alta espressione, che è l’amore, non è che un vano e miserabile sogno”. Si trova in qualche modo concorde con queste sue parole? 

“Matilde Serao aveva una grandissima capacità di ascolto e di analisi della realtà che la circondava, e aveva spesso un occhio molto critico e vigile rispetto alla società napoletana che lei viveva, tanto che aveva fatto anche una campagna contro il gioco d’azzardo. Riusciva a cogliere la miserabilità del vivere. In questo caso il tradimento di Scarfoglio a cui si riferisce ne L’infedele non è solo verso la donna, ma a un progetto di vita, perché non c’erano solo l’amore, i figli, ma anche i giornali, l’esposizione pubblica. Immagino che per Matilde sia stata una cosa terribile, ma nonostante tutto non lasciò sola questa bambina, frutto del tradimento del marito, ma la crebbe. Dal mio punto di vista, la vita, soprattutto nell’espressione d’amore, è un sogno, ma non miserabile, è un sogno che vale la pena di vivere”.

SOTTOCOPERTA

Prima citava Simona Cocozza, regista che l’ha diretta in “Sottocoperta”, attualmente al cinema, in cui interpreta Matrona, questo personaggio molto complesso e interessante, all’interno di un film che è una storia d’amore, ma dove al contempo vengono affrontate tematiche attuali, dall’emarginazione di certe classi sociali al giudizio e al pregiudizio nei confronti delle donne, legati al modo di vestirsi, di esprimere la propria femminilità, soprattutto se non sono più giovanissime. Com’è stato dare vita a questo personaggio?

“E’ stato un regalo bellissimo, tutti i ruoli complessi mettono nella condizione di sperimentare cose e sentimenti lontani da te. Matrona, a parte l’anagrafica che uguale alla mia, ha un vissuto e si fa portatrice di una realtà che è fatta di dolore, di emarginazione, di giudizio, di pregiudizio, però ha un atteggiamento nei confronti della vita di assoluta libertà, e come attrice è stata un’occasione ovviamente ghiottissima. Anche perchè questo personaggio vive di riflesso e si riflette in Fiorenzo, interpretato da Antonio Folletto, che è il contrario degli uomini che lei ha sempre conosciuto. In questo scambio di umanità, riescono tutti e due a sbocciare nella loro vita. Sono entrambi vittime di pregiudizio e di giudizio, ma tra di loro esistono solo le personalità, le menti e il cuore. È stato un bellissimo viaggio, soprattutto perché è stato molto entusiasmante intraprenderlo con Antonio, che è un attore straordinario col quale ci siamo divertiti a lavorare”.

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Passando ad un’altra figura molto interessante, ne “La casa di Ninetta” ha interpretato Ninetta, appunto la mamma di Lina Sastri, che è anche la regista del film…

“Lina mi ha dato le “chiavi” di sua mamma e per me è stato un onore e un onere enorme, perché essere poi diretta da lei era comunque una grande sfida. Come tutti i grandi artisti, mi ha dato alcune dritte, ma poi si è fidata di me e quindi è stato molto più facile di quello che pensassi. Abbiamo avuto un bellissimo rapporto, io sentivo moltissimo la responsabilità di restituire alla regista ma anche alla figlia qualcosa che per lei era molto chiaro senza però volermi sostituire, ma dando anche la mia versione. E Lina me lo ha permesso. In alcune scene ci sono delle cose che sono frutto della mia improvvisazione e che lei ha mantenuto perché in realtà erano perfettamente coerenti con quello che voleva raccontare. Lina è veramente un’artista nel più profondo senso della parola. Da attrice ha diretto facendo le parti di tutti, grandi, piccoli, senza spiegarle ma mostrandole perché ovviamente le veniva più semplice, ed è stato veramente un corso accelerato di recitazione e di umanità”.

Tornando a Matrona di “Sottocoperta”, è un personaggio diverso rispetto ai ruoli un po’ stereotipati, femminili soprattutto, che vediamo al cinema o nelle serie tv. Lei è anche tra i soci fondatori e fa parte del direttivo dell’associazione U.N.I.T.A., come vede la situazione attuale, sia a livello di regia al femminile che di possibilità date alle attrici rispetto ai personaggi da interpretare?

“Il personaggio di Matrona è molto bello perchè è una donna di 55 anni che è vittima di quello che in inglese si chiama ageismo, in italiano potremmo tradurlo con il giudizio per l’età da parte degli altri e al quale lei ovviamente si sottrae. Questo è un dramma che si riflette anche nel mio lavoro. In tutto il mondo ma soprattutto in Italia c’è questa strana idea per cui le donne dopo i 45 anni non siano più interessanti e quindi i ruoli per le attrici della mia età si assottigliano. E’ grasso che cola se riusciamo a essere la moglie di, la madre di. Diventiamo rassicuranti e abbiamo di nuovo delle chance dopo i 65-70 anni, quando dobbiamo interpretare le nonne decrepite. È come se la società non sapesse come interagire con questo femminile che dai 45 ai 60 anni non è etichettabile, perché possiamo essere non sposate, sposate, divorziate, mamme, nonne, senza figli, e siamo nella fase più bella della nostra vita, in cui avremmo tante cose da raccontare, eppure fuggiamo al racconto.

Questo è un danno non soltanto per noi professioniste, alle quali ovviamente vengono affidati pochi ruoli, ma anche per i giovani, perché l’arte, e l’audiovisivo in particolare che entra nelle case delle persone, raccontano la realtà e la normalizzano. Il fatto che ai giovani venga rappresentato un mondo per cui a 50 anni non sei più interessante, come se morissimo tutte quante, e poi risorgessimo nonne, è un danno che facciamo all’immaginario dei nostri figli e soprattutto delle nostre figlie. Questo ha un impatto enorme su di loro. Le faccio un esempio. Raccontare di un’astronauta che ha 50 anni e una figlia a casa e la lascia per andare a lavorare e questa bambina è felice perché la sua mamma sta facendo una cosa bella, significa incidere nella possibilità per questa bimba di immaginarsi astronauta in modo positivo. Abbiamo fatto anche un’audizione al Ministero della Cultura con una dottoressa che ci ha spiegato che era aumentata esponenzialmente la richiesta di lezioni di basso da parte delle ragazzine, perché vedere suonare Victoria, la bassista dei Maneskin, le aveva invogliate a studiare questo strumento. 

Per quanto riguarda i film a regia femminile, è vero, ne sono arrivati molti all’attenzione del pubblico diretti da registe. Per fortuna adesso c’è stata anche la vittoria del Leone d’Argento a Venezia81 da parte di Maura Delpero, che ha aperto un altro piccolo spiraglio. Sono sicuramente registe speciali quelle che abbiamo visto, perché in genere sono attrici che hanno già una popolarità, quindi riescono a emergere di più rispetto ad una giovane.

Un altro punto che va sottolineato è che alle donne si richiede sempre la straordinarietà, altrimenti non vanno bene. Allora mi chiedo perché dobbiamo essere tutte straordinarie in un mare di uomini mediocri a cui non viene detto niente? Per far emergere quella straordinaria ce ne devono essere tantissime che fanno cose ordinarie”.

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Tornando al discorso iniziale di Matilde Serao che è un punto di riferimento per le giovani e non solo, ci sono delle donne che sono state per lei un esempio?

“Le donne che ho avuto come esempio sono state ordinarie e mi hanno insegnato delle cose che per me erano meravigliose. Io sono stata una ragazzina molto solitaria, che amava la lettura, dalla Bronte alla stessa Matilde Serao. Nella mia vita professionale invece, proprio perché l’epoca era diversa, non ho mai incontrato donne più grandi di me che potessero essere un punto di riferimento, tranne Sandra Milo, che invece era straordinaria, aveva un animo fuori dal comune e la capacità naturale di comunicare e di essere amica, al di là della differenza anagrafica”.

Riguardo i prossimi progetti c’è già qualcosa che ci può anticipare?

“Dovrebbe uscire intorno a dicembre/gennaio, per Paramount+, una serie molto bella, di cui però non posso ancora dire niente”.

Lei è cresciuta a Napoli, città che è stata location di tanti lavori a cui ha preso parte, anche recentemente, penso a Napoli velata, Sirene, Resta con me, La voce che hai dentro, solo per citarne alcuni. Qual è il suo luogo del cuore?

“Ho vissuto a Napoli non essendo napoletana, quindi questo mi ha sempre dato la possibilità di essere dentro e fuori, cioè di amarla ma anche di vederne le problematiche.

Sono molto affezionata ai luoghi che percorrevo da ragazza per andare a scuola, alla piazza dove si trovava il mio liceo. Lei ha citato dei lavori che mi hanno dato la possibilità di andare in location meravigliose dove ti rendi conto che poi veramente basta una giornata di sole, come cantava Pino Daniele, e un amico che ti viene a chiamare per avere l’energia giusta e vedere il mondo in modo diverso.

Mi raccontava Lina Sastri, a proposito di questo, che un giorno stava venendo sul set e sul lungomare di Napoli, era gennaio, un ragazzo si stava spogliando e si stava tuffando dagli scogli. Allora lei gli ha chiesto: “come fai, ma non senti freddo?” e lui ha risposto “ma no, ci sta questo bel raggio di sole… la vita è questo, un tuffo, un po’ d’acqua, il sole e la giornata va bene”. Io la penso esattamente allo stesso modo”.

di Francesca Monti

credit foto ufficio stampa

Si ringrazia Elisabetta Zerbato – Mongini Comunicazione

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