Intervista con Ilaria Congiu, regista del film “Breath (souffle)”: “Il mare è il mio miglior amico, un compagno di vita”

“Ho sempre sperato che alla fine del documentario gli spettatori sentissero il bisogno di andare al mare, ricollegarsi con questo elemento che può fare paura, perché è immenso, infinito, profondissimo, quasi sconosciuto, e cercare di capirlo”. Arriva al cinema l’8 maggio “Breath (Souffle)” di Ilaria Congiu, prodotto da Mediterraneo Cinematografica con Propaganda Productions, distribuito da Mescalito Film.

Protagonista è Ilaria, nata in Senegal, dove suo padre dirige un’azienda di esportazione di pesce congelato, che cresce con il mare come amico, ma ben presto si rende conto che le acque che amava sono sempre più silenziose e prive di vita. Con un forte senso di perdita, si chiede se l’attività della sua famiglia non stia contribuendo al depauperamento degli oceani. Spinta dalla ricerca della verità, la regista intraprende un viaggio tra Italia, Tunisia e Senegal, dove incontra cinque “figli del mare” che la spingono a confrontarsi con suo padre, e a riflettere sulle contraddizioni legate al consumismo, il cambiamento climatico, l’inquinamento e la pesca industriale.

Regista e autrice, Ilaria Congiu è nata e cresciuta in Senegal. Si è laureata in giornalismo a Parigi, specializzandosi nei documentari d’inchiesta. Mentre lavorava come prima assistente alla regia,  ha frequentato corsi di sceneggiatura presso la “Scuola Holden” e regia presso il “Centro Sperimentale di Cinematografia”. Esordisce con il suo primo lungo documentario, “Breath (souffle)”, già presentato al Medfilm Festival e alle Giornate Cinematografiche di Cartagine. Attualmente ha in sviluppo altri due documentari e un film di fiction.

Ilaria, com’è nata l’idea del film “Breath (Souffle)”?

“Il processo di creazione è stato un po’ lungo nel mio cervello. Penso che i primi semi siano stati piantati quando ero piccola. Sono nata in Senegal, mio padre dirige un’azienda di esportazione di pesce congelato e per vederlo, dato che lavorava dalle sei della mattina alle otto di sera, mi recavo spesso sul luogo di lavoro o nei porti insieme a lui e mi ha sempre sensibilizzata all’ambiente. Poi in Senegal negli anni ’80-90 non c’era molto da fare perché non era un paese sviluppato come oggi, quindi noi bambini andavamo al mare, facevamo attività acquatica, surf. Nel tempo ho visto il mare cambiare. Da piccola infatti nuotavo insieme agli squaletti, ora non si riesce ad avvistare uno squalo neanche di notte a 40 metri di profondità, quindi sono cose che sicuramente mi hanno segnata. Il pesce poi ha cominciato a diminuire e sentivo i discorsi preoccupati che faceva mio padre con mia madre. Crescendo, ho preso la laurea in giornalismo e vissuto l’esperienza con la Rai sulle navi di Sea Shepherd Italia e tutto ciò ha accresciuto ancora di più il mio interesse per queste tematiche e la voglia di capire cosa stesse accadendo al mare. Ricordo che un giorno mi trovavo su un piccolo gommone con il presidente di Sea Shepherd, Andrea Morello, che ad un certo punto mi ha detto “questa è una gabbia dei tonni”, mi ha spiegato il procedimento e tutto quello che c’era dietro. Da quel momento ho avvertito la necessità di fare qualcosa, mi sono sentita come un tonno, imprigionata in una gabbia senza sapere dove stessi andando, girando in tondo su me stessa, pensando di fare del bene ma in realtà facendo parte di un sistema molto più grande di noi. Così mi sono messa sulle scalette della barca, ho cominciato a scrivere e poi ho inviato il progetto a diverse case di produzione, finchè è stato accolto da Mediterraneo Cinematografica”.

In quanto tempo è stato realizzato?

“Il film è stato realizzato in quattro anni, due di sviluppo durante il Covid, che ovviamente ci ha un po’ rallentato ma è stato un bene perché mi ha permesso di riflettere su quello che stavo scrivendo, e altri due anni di produzione”.

Attraverso gli incontri in particolare con i pescatori artigianali, che cosa ha appreso che magari ancora non sapeva?

“Attraverso mio padre mi ero fatta un’idea della fragilità di questo settore ma toccarlo con mano è diverso. Ci sono anche persone che non rispettano la legge, ed è stato per me importante capire il motivo delle loro azioni, senza giudicarle. Sono entrata in contatto con alcuni pescatori che vivono questa contraddizione interna, poiché sono i primi ad essere interessati alla protezione del mare ma a volte si trovano nella condizione di fargli del male, di andare contro l’elemento che li sfama, per mantenere la famiglia o pagare i debiti. Sono situazioni veramente complesse e questo è l’aspetto che mi ha colpito di più”.

Secondo lei perchè oggi non ci si chiede il perché di certe scelte e non si riflette maggiormente su queste tematiche?

“E’ una domanda complessa, che mi sono posta spesso. Mi sono chiesta perchè abbiamo così paura del mare, nonostante le prime cellule siano nate lì. E’ una cosa assurda, ma credo che faccia parte della nostra evoluzione storica. Viviamo nell’epoca della rapidità, dell’istantaneità, del tutto subito, siamo assuefatti da questo, anche coloro che provano ad essere rispettosi. Siamo esseri umani e sarebbe veramente difficile oggi rinunciare a quello che abbiamo, quindi essendo intrappolati in questa ruota che gira all’infinito è complesso chiedersi da dove venga ad esempio un alimento o quale peso possa avere una scelta che compio, perchè non abbiamo più il contatto con la terra, con il mare, con gli elementi principali”.

Alla fine del film c’è un dialogo tra lei e suo padre in cui le dice che l’attenzione e la sensibilizzazione sono dei primi passi importanti, perché se anche uno o due amici cambiano il loro modo di agire è già un successo. Cosa pensa si possa fare per sensibilizzare ancora di più le persone su queste tematiche?

“Non si può cambiare il mondo con il malumore. Viviamo un periodo brutto, complesso e aggiungere la negatività non aiuta ma allontana, quindi la chiave è l’amore, ricercare la bellezza, non aggredire il prossimo ma dare l’esempio. Io fumo ma non butto i mozziconi delle sigarette a terra, però è successo tante volte di avere intorno degli amici che lo facevano. Non ho mai detto niente, ma ho dato l’esempio di buttare i mozziconi nei cestini. Arriva poi il momento in cui l’altra persona chiede perchè fai quell’azione e tu glielo spieghi in modo tranquillo e ho notato che da quel giorno hanno cambiato modo di comportarsi. Quindi secondo me bisogna dare l’esempio a chi ci è vicino e concentrarci sulle cose belle, sulle buone notizie. E’ chiaro che c’è un problema grosso, però credo che si debba partire dal basso, da noi stessi, facendo pace con questa nostra contraddizione, in quanto l’uomo ha un impatto sull’ambiente anche solo respirando, e con il sistema che è molto più grande di noi. Attuando delle piccole azioni quotidiane possiamo contribuire a cambiare questo sistema”.

Invece a livello globale cosa potrebbero fare i grandi leader?

“Forse sarò un po’ provocatoria ma sono sincera e diretta, secondo me si dovrebbe parlare meno e fare di più. Credo che anche le COP21 non servano a molto, si spendono milioni di euro per riunioni in cui si parla per ore sapendo già che non è possibile arrivare a quegli obiettivi su scala elevata. In Europa abbiamo smesso di usare i sacchetti di plastica ma le aziende che li producono li vendono comunque in Africa o nei paesi del terzo mondo. Dunque a mio parere non bisogna calare dall’alto delle soluzioni che poi non si possono attuare ma cercare di capire quali siano veramente i problemi e le necessità, parlare con i diretti interessati, nel caso della pesca con i pescatori artigianali, e trovare una via di mezzo. Questo discorso vale per tutte le problematiche legate all’ambiente”.

Qual è l’insegnamento più prezioso che le ha trasmesso suo padre?

“Un insegnamento importante che mio padre mi ha dato è che ci deve sempre essere equilibrio e leggerezza. Lui dirige un’azienda che esporta pesce ma al contempo difende la natura, quindi c’è questa contraddizione che è presente in ogni essere umano”.

Diceva che il mare è sempre stato importante per lei fin da quando era piccola, oggi che cosa rappresenta?

“Penso che il mare sia il mio miglior amico, un compagno di vita, dove vado quando tutto gira male ma anche quando tutto gira bene. Se ho una giornata storta basta una surfata per migliorarla, anche solo vedere il mare in lontananza mi fa stare meglio”.

Che cosa vorrebbe arrivasse agli spettatori che vedranno “Breath (Souffle)”? 

“Ho sempre sperato che alla fine del documentario gli spettatori sentissero il bisogno di andare al mare, tornare lì e ricollegarsi con questo elemento che può fare paura, perché è immenso, infinito, profondissimo, quasi sconosciuto, e cercare di capirlo, perché come dice anche una delle protagoniste “non si può proteggere ciò che non si ama e non si può amare ciò che non si conosce”. Dovremmo vedere il mare come un nuovo amico. E poi ho cercato di lasciare il pubblico il più libero possibile in modo da attivarne la curiosità, affinché possa avere voglia di informarsi e approfondire per conoscere qualcosa in più sulla pesca del tonno, sull’inquinamento”.

di Francesca Monti

credit foto ufficio stampa

Si ringrazia Cristina Scognamillo

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