INTERVISTA CON EUGENIO MASTRANDREA: “Victor Frankenstein è un personaggio oscuro, non conciliante, questo lo rende divertente da interpretare”

Volto amato dal pubblico televisivo e cinematografico, Eugenio Mastrandrea è il protagonista della prima assoluta italiana di “Frankenstein”, lo straordinario adattamento firmato da Nick Dear per il National Theatre di Londra, in scena il 6 e il 7 novembre al Teatro Sociale di Busto Arsizio. Diretto da Federico M. Zanandrea in un allestimento imponente e visionario, lo spettacolo scava nell’opera di Mary Shelley per interrogarsi sui confini della scienza.

Abbiamo incontrato Eugenio Mastrandrea per farci raccontare i segreti del suo tormentato e oscuro scienziato Victor Frankenstein, un ruolo in cui affronta non solo una complessa sfida attoriale, ma anche una riflessione attualissima sulle nostre paure legate all’avanzata della tecnologia e dell’intelligenza artificiale.

Eugenio, com’è entrato nei panni di Victor, un personaggio che è guidato dall’ossessione scientifica di decifrare il mistero della vita?

“Victor è un personaggio sicuramente non conciliante. Inizialmente non è molto simpatico perché vive una grandissima solitudine propria di tutti coloro che hanno una visione o che si sentono chiamati, anche in modo monomaniacale, verso qualcosa, che devono conquistare il loro goal. Questa sua monomania indubbiamente lo pone su un sentiero che può percorrere soltanto lui. Quindi è un personaggio piuttosto oscuro; questo lo rende divertente da recitare, ma difficile da sondare come attore. Bisogna avvicinarsi a Victor non di petto, ma cercando di entrare nelle sue pieghe per trovare un pochino di luce in tanta oscurità. Per me è divertente interpretarlo e, piano piano, gli voglio sempre più bene”.

Com’è stato costruire il rapporto tra Victor e la Creatura insieme a Federico M. Zanandrea?

“Il rapporto si costruisce nel corso delle prove, con la pratica del palcoscenico: provando, studiando bene il testo e cercando di capire di volta in volta che cosa bisogna raccontare e in quale punto della storia”.

Oggi viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale e dell’ingegneria genetica. Secondo lei, dove finisce la nobile ricerca del progresso e dove inizia la paura di non saperne poi gestire le conseguenze?

“Io sono molto spaventato da tutto ciò che è tecnologia. Questa tecnologizzazione massiva delle nostre vite mi mette molto in difficoltà e mi imbarazza; quindi per me è paradossale, in qualche modo, interpretare proprio la parte di colui che è ossessionato dall’idea di creare una nuova vita, un essere senziente che possa eguagliare o addirittura superare la natura dell’essere umano.

Parlare di Frankenstein al giorno d’oggi credo sia quanto mai attuale. Non so quanto il finale tragico della vicenda possa effettivamente arrivare a far riflettere o comunque a modificare lo sguardo e la visione degli spettatori, ma noi continueremo a lanciare il nostro messaggio di allerta e poi sarà quel che sarà”.

In questa storia, non si capisce se il vero mostro è la Creatura che uccide per disperazione o se è Victor che sceglie l’odio e di tacere la verità pur conoscendola …

“Indubbiamente si instaura nel corso della vicenda un gioco di specchi tra Victor e la Creatura e ci si domanda chi sia il vero mostro, se la Creatura stessa o chi la concepisce e la crea materialmente”.

Negli ultimi anni ha lavorato in grandi produzioni internazionali con Denzel Washington, Zoe Saldana. Cosa si prova a tornare sul palco, protagonista di un kolossal come Frankenstein?

“Il teatro è il filo rosso che unisce il mio lavoro di attore e quindi non ho mai abbandonato completamente il palco. È bellissimo poter far parte di un allestimento così grande, con così tanti attori in scena, con effetti speciali, bei costumi, con una storia che è un capolavoro della letteratura mondiale, tratto da un grandissimo allestimento del National Theatre di Londra, che per tutti gli attori in qualche modo rappresenta l’Olimpo dell’Olimpo delle produzioni teatrali. Ora bisogna vedere che cosa dirà il pubblico quando ci vedrà”.

di Francesca Monti

Si ringraziano Elena Simoncini e Stefania Scarpetta

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