VENEZIA79: Music for Black Pigeons, il jazz contemporaneo, un documento, una memoria

Jørgen Leth ritorna a Venezia dopo la collaborazione con Lars von Trier del 2003  con The Five Obstructions. Non ritorna solo, ma in una co-direction di livello, Andreas Koefoed uno dei più acclamati documentaristi danesi.

Il primo film di Jørgen Leth, Stopforbud, racconta il pianista americano Bud Powell. Girato a Copenaghen nel 1963, Leth celebra artisti del calibro di Thelonious Monk, Stan Getz, Krzysztof Komeda e Jan Johansson. Ma per Jørgen, a parte il debutto, i suoi film non hanno più avuto il jazz al centro, tant’è che di solito preferiva musica classico moderna/contemporanea come colonna sonora. Probabilmente qualcosa è cambiato e ora, probabilmente spinto dal giovane Andreas, ritorna al suo primo amore.

Infatti il gioco è replicato in Music for Black Pigeons, protagonista e comune denominatore è il chitarrista Jakob Bro, il cui album del 2021 Uma Elmo contiene il pezzo incriminato Music for Black Pigeons.

Il jazz di Bro è un po’ la cifra stilistica della ECM, nordico, contemplativo ma pieno di swing, lirico e libero, elogiato per il suo suono evocativo, spaziale, pertanto complicando il rapporto tra i musicisti coinvolti in questa avventura, spesso legati a classicismi.

Come dice il grande chitarrista Bill Frisell: “Quanti anni hai, quanto sei giovane, di che colore sei – tutta quella roba… scompare”. Così, un norvegese, un haitiano e un giapponese possono essere facilmente interagire, o addirittura un americano o un danese, l’età no conta nella musica.

Dal 2008, Koefoed ha seguito e filmato Bro, sia durante le live sessions che sul palcoscenico, coinvolgendo musicisti come Frisell, Paul Motian, Lee Konitz, Joe Lovano, Thomas Morgan, Midori Takada, Mark Turner, Andrew Cyrille, Palle Mikkelborg e Jon Christensen, non ultimo il produttore Manfred Eicher, uomo nell’ombra dell’universo Leth.

Music for Black Pigeons tenta di andare in profondità, cerca il momento “creativo”, scavando con lunghi close-up, quasi immersivi nei pensieri degli artisti, spesso reputa le parole superflue, effimere. Non sempre riesce anche se il tutto è montato con grande maestria e una continuità che solo pochi measti sanno dare. Si passa dal sassofono di Konitz, acquistato per 150 dollari nel 1945, alla sua lapide, con la naturalezza dolce di una domenica d’autunno, d’altronde questo documentario è un scheggia di vibrante intimità artistica non didascalico, non didattico.

Infine un grande omaggio a quegli artisti che hanno fatto la storia del jazz del 900, che sicuramente continueranno a definire il concetto di “passione per la musica” nel senso più alto.

di Andrea Andreetta

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